I casi di Covid scendono, ma il delirio nel Draghistan resta

Di Patrizia Floder Reitter – Senza restrizioni e con le quarte dosi al palo inizia la discesa delle infezioni. In Emilia Romagna un ragazzo annega in piscina, si scopre la positività dopo la morte e finisce tra le vittime del virus.

Non c’è emergenza Covid dentro e fuori dagli ospedali, malgrado siano cessate quasi ovunque le misure restrittive. Agenas, l’Agenzia regionale per i servizi regionali, il 17 luglio mostrava invariata la percentuale del 3,7 % di pazienti Covid in terapia intensiva rispetto agli ospedalizzati. Sempre alla stessa data, il rapporto tra pazienti Covid ricoverati e totale positivi in Italia è dello 0,7%, un punto percentuale in meno rispetto a due giorni prima.

I contagi ci sono, 31.204 i nuovi casi ieri però in calo: erano 37.756 lunedì scorso. Omicron 5 viene trasmesso con grande facilità, ma i sintomi sono perlopiù lievi e si risolvono in pochi giorni. «Con 100, 150.000 casi al giorno, probabilmente sottostimati della metà, quindi 300.000 casi al giorno, dopo un mese di trasmissione il virus ha infettato o sta per infettare tutti quelli che poteva contagiare. Dunque, diminuendo la popolazione suscettibile, la dinamica di trasmissione del virus è in calo», ha dichiarato il virologo Andrea Crisanti.

Certo, i più anziani o le persone con molteplici patologie vanno protette, ma se questa variante facesse dei danni gli ospedali sarebbero in crisi. Non è così, e se mostrano affanno è perché non hanno aumentano i posti letto in terapia intensiva, o troppo personale sanitario non lavora in reparto, in quanto costretto alla quarantena per la positività al tampone, o per non essere in regola con la vaccinazione imposta a medici e infermieri, perciò è sospeso.

Anche l’analisi condotta dall’Istituto superiore della sanità sui dati Siaarti, la società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva, indica che al 13 luglio, dei 1.252 pazienti ricoverati nei 155 centri campione, solo 211 (16,9%) erano positivi al test. La prevalenza di pazienti con altre patologie è altissima: 83,1%. «L’80% di chi va in ospedale non ci va per la polmonite da Covid, ma per cause diverse che in genere provocano una maggior lunghezza di ospedalizzazione. Penso all’ictus, all’infarto, agli interventi chirurgici, ai traumi, alle persone anziane che hanno problemi diversi», dichiara l’infettivologo Matteo Bassetti, convinto che «questo carico che abbiamo in pancia negli ospedali italiani crescerà ancora molto e soprattutto resterà molto a lungo così pesante». E non per problematiche Covid.

Nel frattempo, e con la consapevolezza che altre sono le priorità nelle rianimazioni, il presidente nazionale degli anestesisti, Antonino Giarratano, torna ad affermare: «Credo sia opportuno iniziare una riflessione sulla presa in carico delle persone positive che tenga conto dell’attuale quadro clinico epidemiologico, con l’obiettivo di organizzare i percorsi in modo da ottenere i migliori risultati per la gestione dei nostri pazienti nel presente ed anche nell’immediato futuro».

Dunque siamo in una situazione ampiamente sotto controllo, pur vivendo dopo moltissimo tempo nella quasi normalità, senza green pass, obblighi di tampone e di mascherine, fatta eccezione per il personale sanitario, per dipendenti di alcune categorie di uffici pubblici e per coloro che viaggiano su treni e autobus. Si potrebbero definire prove di tenuta, nessuna emergenza nell’estate del «liberi tutti» tanto temuta e osteggiata da certe virostar, invece diventano pretesto per tratteggiare cupi scenari prossimi futuri.

«Non è intanto escluso che arrivi una nuova sottovariante che fa partire un’ondata praticamente subito, cioè ad ottobre», è stata l’ottimistica previsione dell’epidemiologo Pier Luigi Lopalco, che a Repubblica ha detto: «Bisogna continuare a essere prudenti». In quale modo? Magari accettando l’idea di ritornare a mandare a scuola i figli con le mascherine, o di approvare nuovi protocolli che reintroducano il bavaglio nei posti di lavoro dove è appena stato tolto? «Ci auguriamo di no, ma è una valutazione che potremo fare solo quando avremo più chiaro il quadro epidemiologico», ha dichiarato sibillino Roberto Speranza, avvezzo a lasciare gli italiani in sospeso fino all’ultimo.

Peggio del ministro della Salute ha fatto il suo consulente, Walter Ricciardi. «Già oggi ci dobbiamo proteggere in vista di quella stagione. Come andranno le cose dopo l’estate verrà determinato dall’andamento della campagna della quarta dose. Se copriamo adesso la maggior parte degli over 60, non avremo tantissimi morti. Se invece la campagna non funziona, andrà male», ha dichiarato al quotidiano fondato da Scalfari.

Considerato il basso numero di persone che si stanno presentando per il secondo richiamo, Ricciardi ha già messo le mai avanti per invocare a settembre nuove limitazioni e poi affermare: «Ve l’avevo detto». Stessa cosa fa sull’argomento scuole, lamentando che «i protocolli sui nuovi sistemi di ricambio dell’aria, ormai vecchi di due anni, non siano ancora applicati». Dal momento che tra luglio e agosto nulla cambierà nelle aule italiane, sostenere che «se ci si basa solo sulla ventilazione manuale, l’apertura delle finestre, allora è necessario anche indossare le mascherine», equivale ad avere già sentenziato la condanna al bavaglio per milioni di studenti.
La Verità – Immagine Ansa