Capezzone: «La commissione contro l’odio vuole una legge per punire i nemici politici»

In dirittura d’arrivo un documento sulla discriminazione che chiede norme «per rendere più semplice il lavoro della polizia» e di negare i fondi Ue ai Paesi non allineati. La libertà di parola torna sotto attacco.

La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. E, quanto alle intenzioni, chi può dubitare del fatto che fossero ottime quelle con cui fu costituita la commissione presieduta dalla senatrice Liliana Segre? La commissione deve infatti occuparsi di «intolleranza, razzismo, antisemitismo, istigazione all’odio e alla violenza». Tutti concetti che destano la sacrosanta repulsione di ogni persona dabbene.

Il guaio è che la pretesa di intervenire normativamente su tutto e di porre le basi per un intervento sul free speech conduce a esiti assai preoccupanti, di cui non sappiamo se tutti i senatori siano adeguatamente consapevoli. Anche perché la commissione sta per arrivare a una prima tappa significativa: lunedì 20 è stato fissato il termine per la presentazione di proposte di modifica al documento conclusivo di un’indagine conoscitiva «su natura, cause e sviluppi recenti del fenomeno dei discorsi d’odio».

La Verità ha esaminato in dettaglio le 46 pagine della bozza (presentata dal relatore Francesco Verducci, Pd) scaturito da un lungo lavoro di ascolto di giuristi, linguisti, analisti sociali, esperti di comunicazione tradizionale e online: ma – ahinoi – dalla lettura si ricavano seri motivi di preoccupazione.

Intanto, è l’oggetto del contendere che appare inafferrabile, come sembra ammettere lo stesso testo Verducci: «Ci si è interrogati su cosa sia l’odio, su come si possa misurare e sulla natura dei discorsi violenti e/o aggressivi qualificabili come discorsi d’odio». La – diciamo così – soluzione proposta è la seguente: «si è certamente sempre liberi di odiare» ma «il sentimento d’odio va distinto dai discorsi d’odio».

E allora quando scatta un «discorso d’odio»? Secondo il documento, occorrono tre elementi: «la manifesta volontà di incitare all’odio», «un incitamento che sia idoneo a causare atti di odio e violenza», e «il rischio anche solo potenziale che tali atti si verifichino». Ma che vuol dire «idoneo»? In prospettiva, affidiamo a un magistrato, a un funzionario pubblico, la definizione del confine tra cosa sia «idoneo» e cosa non lo sia? E chi si assume la responsabilità di collegare a un discorso (magari spiacevolissimo, ma pur sempre un discorso) atti compiuti da altri, e che il discorso avrebbe innescato? Anzi: che il discorso era «potenzialmente» in grado di innescare? Ciascuno comprende che ci si sta incamminando su un campo minato, e, bontà sua, anche il documento Verducci si pone il tema della «misurabilità» di tutto ciò.

Poi, facendo riferimento a una Raccomandazione della Commissione Ue, il testo si appella al solito schema, e cioè all’elencazione di «gruppi ritenuti vulnerabili». E si torna alla strada che conduce all’inferno: si è forse protetti solo perché si è parte di un elenco? E invece non si è protetti se non si è inclusi? Oppure, sul lato opposto: un pensiero critico (magari un pensiero aberrante) può essere manifestato nei confronti di chi non faccia parte di un elenco, mentre deve arrestarsi davanti a un gruppo che sia incluso nella lista dei soggetti da proteggere? Va sottolineato che in Italia (ed è un retaggio di per sé discutibile) esiste già la figura dei reati di opinione. Ma evidentemente c’è chi vuole ancora di più, nella convinzione che le disposizioni penali esistenti non coprano «orientamento sessuale, genere e disabilità». Va peraltro ricordato che esiste un’aggravante (quella dei «motivi abietti») che può essere sempre utilizzata: ma anche qui ad alcuni non basta.

Francamente disarmante appare poi la parte «sociologica» del documento, tra citazioni di papa Francesco, evocazione della «crisi valoriale» e «dell’identità», più vaghi discorsi su marginalità ed esclusione sociale. Qui siamo – con rispetto parlando – in una dimensione da convegnistica: e non si comprende perché una commissione parlamentare debba dedicarsi a questo genere di attività.

In conclusione, tre gravi ragioni sconsigliano vivamente – a nostro avviso – l’adozione di questo testo.

C’è la solita ossessione normativa, l’idea che tutto si risolva con norme in più, esplicitamente richieste dal documento. In più passaggi si riconosce la difficoltà di farlo, ma poi si dice che nuove norme servirebbero «per rendere più semplice il lavoro degli operatori di polizia». Prospettiva tutt’altro che rassicurante.

Incidere sul free speech è un esercizio rischiosissimo: non a caso, negli Usa, il primo emendamento considera sacra la libertà di espressione. Qui invece si sottovaluta un punto di fondo: quando si comincia a sindacare la libertà di parola, si sa da dove si stia iniziando ma non dove si possa andare a finire. Chi decide il confine? Affidiamo al giudice il sindacato ultimo sulla libertà di espressione?

C’è un rischio riassunto dal verbo inglese weaponize, cioè fare di qualcosa un’arma politica. Qui il rischio è che questa cassetta degli attrezzi sia usata contro i governi sgraditi, con una carica devastante di discrezionalità e arbitrarietà. È impressionante ciò che si legge a pagina 44 del testo, dove è messa nero su bianco la «possibilità che il tema del contrasto alle discriminazioni […] venga inserito nel cosiddetto “principio di condizionalità”, quello che istituisce un legame diretto tra concessione di fondi comunitari e rispetto di determinate regole da parte dei beneficiari». Chiaro il concetto? Se c’è un governo per varie ragioni non «gradito» (magari sui temi del contrasto all’immigrazione, per fare un esempio), chi dice che non possa scattare anche un’arma di questo tipo?
di Daniele Capezzone – La Verità – La senatrice Liliana Segre (Ansa)

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