Vladimir Putin chiude il gas all’Europa: ‘sanziona’ il Draghistan, anche se paga in Rubli, e Bruxelles

Guerra in Ucraina atto secondo. Il conflitto si allarga non solo nei confini, visto che le tensioni si sono spostate anche tra Russia e paesi Baltici, ma anche nelle modalità. Così ora Vladimir Putin porta l’affondo al cuore dell’Europa con la chiusura dei tubi. La prima alla quale ne possono seguire anche altre. Ieri Gazprom ha annunciato la cessazione dell’utilizzo del gasdotto Yamal-Europe che, dalla Russia, porta il metano in Europa passando per la Polonia. Una notizia negativa che aggiunge preoccupazione a quella del giorno prima. Quando lo stop ai flussi è stato dato al punto di ingresso di Sokhranivka, in Ucraina. Non per volere del Cremlino ma perché l’operatore della rete del gas naturale ucraino non ha più avuto accesso al gasdotto per l’occupazione del Donbass, lo scrive Il Tempo. L’Ue ha raccomandato ai Paesi membri di procedere con un «razionamento coordinato» sulla base del principio di solidarietà.

Intanto «La linea dura Ue sui pagamenti in rubli finita in burla nel giro di pochi giorni», lo scrive Maurizio Belpietro nel suo odierno editoriale. «Pagare in rubli? Mai. Tra la pace e il condizionatore, sceglieremo sempre la prima. A fine marzo, quando per aggirare le sanzioni Vladimir Putin impose all’Europa di saldare le forniture di metano in moneta russa, così da sostenere la valuta e l’economia interna, i leader della Ue risposero in coro con un no, brandendo le clausole contrattuali che prevedevano di usare una divisa occidentale. «Abbiamo esaminato la questione», disse il cancelliere tedesco Olaf Scholz, «e per il gas esistono contrai fissi che specificano che i pagamenti devono essere effettuati in euro o dollari. Questo è quello che conta». Più chiaro ancora fu il suo ministro delle Finanze, Christian Lindner: «Rivolgendomi a Putin lo dico molto chiaramente: non ci faremo ricattare. Una cosa è sicura: stiamo facendo tutto il necessario per diventare il più rapidamente possibile indipendenti dalla Russia». Tenore non molto diverso da quello usato dal suo collega francese, Bruno Le Maire, dopo un incontro bilaterale in Germania: «Non accetteremo in alcun modo di pagare il gas in altre valute rispetto a quelle sancite dai contratti». Linea condivisa anche da Mario Draghi, il quale interpellato sulla questione replicò secco: «È fondamentalmente una violazione contrattuale, questo è bene capirlo: i contratti sono considerati violati se questa clausola (del pagamento in rubli, ndr) viene applicata dalla Russia». Trascorse alcune settimane, forse pensando al condizionatore e al caldo in arrivo, le bellicose dichiarazioni sono state messe da parte. Infatti, zitti zitti, i principali Paesi dell’Europa hanno deciso di violare le clausole pattuite, adeguandosi a quelle russe, cioè cedendo alla richiesta di Putin e aggirando di fatto le sanzioni». «È bastato che a Polonia e Bulgaria fosse chiuso il rubinetto del gas e subito la Ue si è messa in riga, accettando le condizioni poste dal Cremlino. A rivelarlo è stato lo stesso Draghi durante la sua visita in America, quando durante la conferenza stampa a Washington ha spiegato che «nessuno ha mai detto che i pagamenti in rubli violano le sanzioni, è una zona grigia». Aggiungendo poi che «il più grande importatore di gas in Germania ha già pagato in rubli e la maggior parte degli importatori ha aperto i conti in rubli».

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