Lo dice la scienza: informazione a senso unico in Italia su Covid e guerra in Ucraina

Due ricercatori hanno analizzato i dati dell’Osservatorio di Pavia sul linguaggio di giornali e tv in pandemia. Risultato? Censurate le alternative al lockdown, grande allarmismo e tutte le colpe gettate addosso alla gente.

Per chiarire quale sia stato il comportamento dell’informazione italiana in questi due e passa anni di emergenza Covid basta una piccola ma fondamentale vicenda. A raccontarla è Andrea Miconi, professore di sociologia dei media allo Iulm di Milano. Assieme alla collega Elisabea Risi e all’Osservatorio di Pavia, Miconi ha condotto una ricerca allo scopo di analizzare il modo in cui i principali media hanno trattato la pandemia. I primi risultati sono stati pubblicati in un articolo scientifico per la rivista Problemi dell’informazione intitolato Framing pandemic news. Una ricerca sulla rappresentazione del Covid-19 nei news media italiani, e vengono citati nel libro di Miconi in uscita a giorni (Emergenza di Stato. Intelleuali, media e potere nell’Italia della pandemia, Giometti&Antonello).

Tra le altre cose, gli studiosi hanno monitorato «la porzione più mainstream dell’informazione», cioè «i sette telegiornali di prima serata trasmessi dai canali generalisti – Tg1, Tg2, Tg3 nazionale, Tg4, Tg5, Studio Aperto e Tg La7 nell’anno che va dal febbraio 2020 al febbraio 2021». E hanno ottenuto alcuni risultati molto interessanti, ad esempio quello relativo alla Great Barrington Declaration. Come i lettori della Verità ricorderanno, si tratta di un documento pubblicato «il 4 ottobre 2020 da tre epidemiologi: Martin Kulldorff, di Harvard; Sunetra Gupta, di Oxford; Jay Bhattacharya, di Stanford. La loro tesi», spiega Miconi, «prende il nome di “protezione focalizzata”, e chiede di concentrare gli sforzi sulla difesa della popolazione fragile, lasciando che i soggetti non a rischio facciano una vita normale, per raggiungere l’immunità attraverso il contagio naturale. Si tratta, in altre parole, di un documento radicalmente contrario alle politiche di lockdown».

Ebbene, il professore dello Iulm e i suoi colleghi si sono domandati «quanto spazio sia stato dato a questa tesi nei telegiornali di prime time, in un anno in cui si è parlato soltanto di Covid-19. Dall’analisi automatica del contenuto verbale di tui i Tg – esattamente 1.071 edizioni, nel nostro data-set, a partire da quelle del 5 ottobre 2020 – risulta che il numero di menzioni della Great Barrington Declaration sia zero: nulla; come se non fosse mai stata scritta». Stiamo parlando, giusto per ricordarlo, di una proposta firmata da tre medici di chiara fama e sottoscritta «da oltre 15.700 scienziati e 46.700 medici nel mondo».

La stessa indagine è stata condotta anche «sull’archivio dei 20 principali quotidiani di opinione, in base al numero aggregato di lettori tra edizione on-line e cartacea. […] Su un totale di 3.060 edizioni, i risultati sono molto simili, al netto della maggiore capienza dei quotidiani rispetto ai Tg: i motori di ricerca non consentono di calcolarlo, ma le dimensioni dell’archivio sono nell’ordine delle centinaia di migliaia di articoli. E su centinaia di migliaia di possibilità, e lungo cinque mesi, non si contano più di 19 citazioni della Dichiarazione – ma in effetti 18, perché Il Resto del Carlino e La Nazione rimandano allo stesso editoriale di Quotidiano Nazionale». C’è di più. Non solo la Great Barrington Declaration è praticamente stata cancellata dai media italiani (Verità esclusa), ma praticamente ovunque «la ragione scientifica del documento viene messa in secondo piano rispetto alla sua presunta compromissione ideologica: a volte attraverso l’associazione implicita tra i due campi; a volte facendo della Dichiarazione il corollario di un misterioso progetto di egemonia finanziaria; a volte nascondendo del tutto il fatto che gli autori siano tre epidemiologi». Insomma, qui da noi del più celebre, autorevole e condiviso approccio alla gestione della pandemia «alternativo» ai lockdown non si è praticamente discusso. E quando qualcuno ne ha parlato, lo ha fatto presentando il documento come una sorta di tentativo «trumpiano» di confondere le acque.

Ecco, basterebbe questa vicenda a far capire quale sia stato il livello della discussione sul Covid in Italia. Una parte non irrilevante di informazioni è stata semplicemente nascosta, e tutta la narrazione mediatica ha seguito un’unica direzione. Miconi, nel suo libro, fornisce anche altri esempi che contribuiscono a dipingere un quadro decisamente spaventoso. Sempre dall’analisi dei telegiornali trasmessi tra febbraio 2020 e febbraio 2021, emergono dati piuttosto chiari sull’utilizzo di alcune parole. Vediamone alcuni. «”Assembramento”, inclusa la versione al plurale, viene citato in 1.742 diversi segmenti di Tg: e in nessuno di questi ne viene data una definizione, esattamente come il termine rimane oscuro in tutti i dpcm che ne trattano. Cosa perfino peggiore, il verbo più spesso associato al termine “assembramento” è evitare: lo stesso usato nel Dpcm dell’8 marzo 2020, da cui tutto è iniziato, a conferma di una totale subalternità dell’informazione al potere politico. In più», continua il professore, «il verbo lascia intendere come la responsabilità del contagio sia tutta sulle spalle dei cittadini – che lo possono e lo devono evitare, appunto – senza che si faccia riferimento alle tante situazioni di condivisione forzata dello spazio, in cui a fare la differenza sono l’organizzazione dei trasporti pubblici, o i protocolli di sicurezza sul lavoro. Ancora più emblematico, già che ci siamo, è che il verbo più spesso associato al termine “ragazzo”, nell’informazione televisiva, sia “uccidere”».

A qualcuno potranno sembrare minuzie, dettagli. Ma sono stati proprio questi accostamenti di parole a determinare l’atteggiamento prevalente nei riguardi della pandemia. Nel complesso, dalla ricerca di Miconi e dei suoi colleghi emerge come nel linguaggio giornalistico «si sia affermata la figura retorica dell’iperbole: il discorso allarmistico, infatti, continuamente alimentato di connotati emergenziali, ha caratterizzato una narrazione sempre e costantemente di emergenza (e non di crisi), giustificando l’“impossibilità” di soluzioni politiche adeguate».

Attenzione: qui non ci troviamo davanti a opinioni, per quanto autorevoli, di un esperto di comunicazione. No, qui c’è una ricerca che – numeri alla mano – dimostra quali parole siano state utilizzate per raccontare la pandemia, quali temi siano stati trattati e in che modo. Lo studio conferma tutti i timori e tutte le sensazioni che avevamo avuto in questi mesi. Certifica l’allarmismo diffuso, conferma l’oscuramento delle posizioni alternative, mette in risalto la colpevolizzazione (il cosiddetto blaming) di alcune categorie di cittadini. Ci vengono fornite, in sostanza, le prove dell’ideologizzazione e della parzialità con cui il sistema dell’informazione ha affrontato l’emergenza che da oltre due anni regola le nostre esistenze. Abbiamo vissuto immersi in un racconto a senso unico, pesantemente influenzato dal potere, tendente alla violenza verbale. E, purtroppo, le brutte notizie non sono ancora finite.

Il professor Miconi, in una conversazione telefonica, ci ha ribadito che «l’ossessione per il Covid che abbiamo avuto qui non c’è stata da nessuna parte nel mondo». E ha riconosciuto che questo meccanismo (che comprende la demonizzazione delle voci critiche) era attivo anche prima della pandemia: «È successo con la legge Zan, o con la Brexit», dice Miconi, che pure non nasconde il suo orientamento di sinistra. Tendenze già presenti nell’epoca dell’emergenza virale sono esplose e – drammaticamente – non accennano a scomparire. Anzi, adesso si ripresentano identiche e rafforzate nel caso della guerra in Ucraina. L’informazione a senso unico non è un’ossessione complottista: è un fatto. E ora lo dice persino la scienza.

di Francesco Borgonovo – La Verità

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