Muore in ospedale a 23 anni, la mamma non può dirgli addio per le norme Covid

«Mamma, non riesco a respirare, sono attaccato all’ossigeno». Sono le ultime parole che un ragazzo di 23 anni dice alla madre prima di chiudere gli occhi per sempre. La donna, ricevuta la telefonata, si precipita in ospedale ma non le è concesso di vedere il figlio. E adesso infuria la polemica. La vicenda è quella di Simone, fiorentino, morto a 23 anni in ospedale a Torregalli nel reparto di Medicina interna, a rendere nota la vicenda è Today.it

La mamma: «Mio figlio morto da solo per le norme Covid»

Il decesso risale al 16 gennaio scorso. Il 23enne ha una malattia che riduce in modo forte le piastrine nel sangue. Il giovane periodicamente entra ed esce dagli ospedali per la terapia con emoglobina e cortisone. Nella seduta di novembre però qualcosa non procede per il verso giusto; viene ricoverato al San Giovanni e sottoposto a due trasfusioni. È grave. La mamma si attacca al telefono ma le viene negata la visita. L’ultimo contatto con il figlio arriva tramite messaggio.

Intervenendo ad Agorà, su Rai3, la mamma adesso denuncia di non aver potuto vedere il figlio a causa delle norme per evitare il contagio di Covid in ospedale.

L’Azienda Usl Toscana centro replica con una lunga nota in cui esprime «sentite condoglianze e vicinanza ai genitori e alla famiglia» e ripercorre la vicenda.

«Il giovane – si legge – era stato ricoverato giovedì 13 gennaio per una sindrome emolitica di cui era affetto fin da bambino. Il decorso clinico è stato stabile e il paziente è stato trattato con terapia concordata con lo specialista ematologo. Le condizioni di salute dei pazienti ricoverati vengono comunicate telefonicamente ai familiari ogni due giorni, salvo situazioni di emergenza che richiedono contatti immediati, in ottemperanza a quanto disposto dalle norme in materia di sicurezza anticontagio».

Nella nota – scrive Today – viene sottolineato che «a circolare regionale prevede deroga di accesso dei parenti nei reparti nei seguenti casi: stato terminale o marcato aggravamento, minori o persone con disabilità. Casistica che non era applicabile nel caso del 23enne. Venerdì 14 gennaio i sanitari hanno dato comunicazione sullo stato di salute del figlio alla madre. La situazione clinica del ragazzo era stabile. Il giorno successivo, sabato 15, è stato somministrato ossigeno a bassi flussi e il paziente è stato rivalutato dal medico. Alle ore 21.30 ne è stata data comunicazione alla madre. In quel momento il quadro clinico non mostrava instabilità – evidenzia la Asl – e non lasciava prevedere una evoluzione precipitosa. Il ragazzo nel corso della serata è stato nuovamente rivalutato ed in accordo con gli specialisti è stata concordata una emotrasfusione. Di ciò la madre è stata avvertita. Nelle ore successive tutti i parametri si sono mantenuti stabili. Alle ore 4.30, in maniera improvvisa e non prevedibile – fa sapere ancora l’azienda sanitaria – si è verificato un arresto cardiorespiratorio e sono state immediatamente praticate le manovre rianimatorie a cui il paziente non ha risposto e purtroppo l’esito è stato infausto».

L’azienda sottolinea che «I sanitari intervenuti sono ancora molto provati e turbati per quanto accaduto e trasmettono ai familiari il loro personale cordoglio». La direzione sanitaria dell’ospedale rende noto che è stato proposto di eseguire il riscontro autoptico a cui i familiari non hanno dato il consenso, conclude Today.it.

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