Continua lo smantellamento del SSN, dopo 37 miliardi di tagli, adesso si licenziano i No vax: manca il personale

TRIESTE, 03 SET – Sono arrivate le prime lettere di sospensione agli operatori sanitari dell’ASUGI che non si sono sottoposti alla vaccinazione, forti le conseguenze organizzative che ne sono scaturite. Si tratta di 8 infermieri che dovranno tempestivamente essere sostituiti, altrimenti l’assistenza potrebbe non essere più adeguata alle esigenze dei pazienti ricoverati o presi in carico dalle strutture sanitarie.

Manca il personale

«Senza entrare nel merito, siamo molto preoccupati e per questo chiederemo all’Azienda un incontro urgente, perché se come è stato annunciato ai primi 8 infermieri si aggiungeranno le sospensioni di altre decine e decine di operatori sanitari non vaccinati e se gli stessi non verranno sostituiti, sarà indispensabile rivedere l’organizzazione dell’Azienda», ha spiegato Fabio Pototschnig, parlando a nome dei sindacati FIALS, CGIL, CISL e NURSIND. Secondo Pototschnig, “già oggi ci sono numerose criticità nei reparti e nei servizi a causa della carenza di personale”. Per il sindacalista «da marzo 2020 tutto il sistema sanitario è sottoposto a uno stress lavorativo inimmaginabile» rende noto l’Ansa.

Da Mario Monti in poi la sanità ha subìto 37 miliardi di tagli

La drastica riduzione dei posti letto e del personale medico e infermieristico ha un responsabile ben preciso: le politiche di austerity degli ultimi dieci anni. A rivelarlo è uno studio della Fondazione Gimbe che ha calcolato in 37 miliardi di euro i tagli effettuati dal governo Monti in poi, anche se apparentemente sembrerebbe il contrario.

Dal 2011 a oggi la spesa sanitaria, infatti, è passata da 105,6 miliardi a 114,4, con un aumento dello 0,8% annuo, ma, in questo stesso periodo, l’inflazione è aumentata dell’1,07% ogni anno. Di fatto, quindi, si è speso meno da quando l’economista Mario Monti, con il Salva Italia, ha portato avanti una spending review. La situazione peggiora nel 2015 quando il governo di Matteo Renzi impose alle Regioni 4 miliardi di contributi per le casse dello Stato. Soldi che arrivarono con la rinuncia dei due miliardi promessi da Roma per la sanità che, dopo la riforma del Titolo V della Costituzione voluta dal centrosinistra, è di competenza delle Regioni. Secondo un dossier pubblicato dagli uffici della Camera lo scorso 4 marzo, intitolato “La spending review sanitaria”, l’introduzione di Quota 100 da parte del governo Conte ha “acuito la grave carenza di personale, rischiando di compromettere l’erogazione dei livelli essenziali di assistenza”.

A livello globale, secondo l’Ocse, questa percentuale è inferiore di circa 3 punti percentuali rispetto a quel che spendono Germania (9,6%) e Francia (9,5%) che, a differenza dell’Italia, dal 2000 a oggi, hanno investito circa il 2% in più. La spesa sanitaria italiana, in rapporto al Pil, è invece passata dal 5,5% al 6,6%, ma il Def varato nel 2019 dal governo Conte mira ad arrivare al 6,4% nel 2022, scriveva Il Giornale il 29 Marzo 2020.

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