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SPIE?

SPIE?

Manlio Lo Presti (Scrittore ed esperto di banche e finanza)

            Non basta sapere tutto degli altri.

Bisogna che gli altri non sappiano niente di noi.

(Roberto Gervaso, Aforismi sull’intelligence, Nuova Argos, 2016, pag. 20)

Il volume è ben curato e di indubbio interesse. Contiene molte notizie su un’area in gran parte misteriosa per coloro che si avvicinano al mondo della cosiddetta “intelligence”. In lingua italiana, intelligence sta per “Servizio di informazione” o “informazioni” o “Servizio segreto”. La definizione italiana mostra un tono semantico volutamente di basso profilo, come si conviene ad una struttura che agisce nell’ombra. Di avviso contrario sono le etichette di oltre Atlantico che volutamente devono dare la sensazione di riferirsi a strutture titaniche, imperiali, altisonanti. In Europa sono molti i Paesi che usano la lingua nazionale per definire i propri “Servizi”. Anche l’Italia può farlo.

Lungo le sue 288 pagine l’Autore cerca di fare chiarezza e di farci capire un mondo che traspare attraverso leggende e pregiudizi alimentati anche da una imponente produzione cinematografica, mediatica e editoriale di matrice angloamericana. Il testo è suddiviso in tre parti ripartite in un totale di ventuno capitoli. La narrazione inizia con la puntuale descrizione dell’organizzazione. Definisce gli ambiti operativi e il peso delle tecnologie. La seconda parte analizza il ruolo del Servizio Informazioni nazionale all’interno degli equilibri geopolitici. La terza parte è dedicata alle minacce globali, alle armi di distruzione di massa, con particolare attenzione all’India, ad Israele e al Pakistan. È presente un’attenta analisi dei controlli aventi lo scopo di limitare la proliferazione di armi nucleari in Paesi considerati ad alto rischio sulla base di parametri determinati unilateralmente dall’oltre Atlantico. Al pericolo nucleare l’Autore aggiunge opportunamente il bioterrorismo che incrementa l’instabilità causata dal passaggio dalla contrapposizione Est-Ovest al multipolarismo. Le incertezze di un mondo eterodiretto sono aumentate anche dall’odio abissale dei popoli contro l’Occidente autore di colossali devastazioni coloniali e neocoloniali, di predominio commerciale e dal fatto che non accettano di essere controllati da una ben precisa potenza mondiale.

Il libro non manca di evidenziare l’utilità dell’azione politica e diplomatica. Il libro descrive dettagliatamente gli accordi di natura militare. Ben poco è analizzato sul versante dei Trattati internazionali. Il libro, purtroppo, non fa cenno alle conseguenze dannose delle numerose infrazioni da parte di una precisa nazione dei Trattati internazionali che noti organismi mondiali non sono stati in grado di scongiurare certificando la loro totale inutilità.

Il libro ha voluto conservare un profilo didattico che offre molti spunti di riflessione.

Il capitolo cinque della terza parte si focalizza sui cosiddetti “Stati canaglia”, un’etichetta vergognosa ed arrogante inventata da Reagan nel 1980. Il libro procede ad una analisi puntuale degli Stati canaglia senza specificare con quali parametri sono state incasellate queste nazioni dentro questa indecorosa definizione e chi ne ha stabilito i requisiti. L’elenco dei Paesi bersaglio comprende nordafricani, mediorientali, con la punta estrema della Corea del nord. Il libro non ci dice se India, Israele, Pakistan, Russia e Cina, possessori di armamenti nucleari e di tecnologie belliche in gran parte sconosciute, siano anche essi Stati canaglia. Una trattazione a 360 gradi non dovrebbe escludere come stato terrorista anche gli Usa a causa di alcune sue disastrose operazioni attuate sotto precedenti presidenze, anche recenti. Gli Usa, l’Inghilterra e la Francia hanno agito come veri e propri terroristi in Africa e nel resto del mondo e non è escluso che continuino a farlo con l’uso di divisioni di mercenari coordinate da ex generali di corpo d’armata in pensione che fanno il lavoro sporco che ufficialmente questi Paesi non possono fare direttamente. Non ci sono disamine afferenti i danni rivenienti dalla pirateria che provoca danni enormi alla navigazione dei mari, strozza i canali commerciali, danneggia le installazioni petrolifere protette da compagnie di sicurezza private arruolare dai colossi petroliferi per proteggere gli impianti o anche alla difesa delle navi cisterna e/o dei cargo commerciali.

L’ultimo capitolo è interamente dedicato alla disamina del terrorismo considerato a priori di esclusiva matrice islamica. Sono esclusi altri focolai di ribellione e non viene spiegato perché il disordine mondiale sia da attribuire quasi totalmente a matrici religiose esclusivamente islamiche e non anche ebraiche o cattoliche o protestanti, anglicane, ecc. È una impostazione che diverse amministrazioni americane danno per scontato e non è negoziabile né sottoposta a critiche.

Il libro presenta un uso ossessivo di inglesismi e di acronimi iperspecialistici. Esotismi anglosassoni sono presenti massivamente in tutto il libro, dando la sensazione che il nostro Paese sia eccessivamente sbilanciato, assieme ai nostri Servizi, verso gli apparati angloamericani. Tutto questo non fa apparire l’Italia come un alleato ma come un’area totalmente sottomessa e subordinata.

Scarna è la discussione sul ruolo delle risorse umane, da considerare il cardine della funzionalità e della fedeltà come sostegno e propulsione di qualsiasi organizzazione. Solo dieci pagine contro 285! Anche in questo caso, scarsa è l’importanza delle risorse umane con forte sbilanciamento verso il fideismo smisurato nelle macchine, nella cibernetica, ecc.

Anche in questo libro traspare un eccessivo fideismo nelle capacità delle “macchine” di raccogliere informazioni. Si parla spesso di guerra cibernetica prendendo a prestito espressioni roboanti. Ma poi il libro non racconta che sia la Russia che gli USA non sono riusciti a sconfiggere il popolo afghano senza radio, senza telefono, senza elettricità, senza trasporti aerei. Un popolo disperso nelle immense vallate dell’Afghanistan che si è nutrito di carne di topo dentro caverne e cunicoli sotterranei dove non poteva arrivare l’occhio dei satelliti. Un popolo che dimostra che la guerra robotica non può arrivare dappertutto.

La visione geopolitica troppo schierata presenta il pericolo di non tener conto del principio, seguito attentamente da altri Paesi europei e non europei. Mi riferisco alla netta priorità della tutela dell’interesse nazionale se le “alleanze” in corso creano danni al nostro Paese. Kissinger ha dichiarato apertamente, e in diverse occasioni, che gli Usa non hanno amici e agiscono per la esclusiva tutela dei propri interessi e per la propria sicurezza nazionale in tutto il mondo. Anche il nostro Paese dovrebbe orientare l’attività dei propri servizi segreti per percorrere con maggiore decisione questa via, considerato il precedente degli Usa, della Russia, della Cina, della Francia, dell’Inghilterra, della Germania che aderiscono ai Trattati a parole ma se ne discostano nei fatti. Simili atteggiamenti egoistici dei nostri cosiddetti “alleati” non devono indurci a continuare a aderire acriticamente a decisioni esogene che fanno apparire l’Italia come un Paese succube, una colonia irrilevante ed infine poco credibile.

Sarebbe auspicabile che l’Autore, notoriamente in possesso di una vastissima esperienza, analizzasse questi aspetti in un prossimo libro, con un focus dettagliato delle attività dei Servizi italiani nella loro attività di ricerca di corridoi profittevoli per il nostro Paese, per la salvaguardia della nostra autonomia, dell’identità, degli interessi economici e finanziari, allineandosi così ai comportamenti degli altri Paesi.

Globalismo sì, ma senza troppa enfasi.

Paolo Salvatori, Spie? La Lepre Edizioni, 2018, Pag. 288, € 20,00