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LAVORO ELIMINATO CON ESPULSIONI DI MASSA

di Manlio Lo Presti (scrittore esperto di sistemi finanziari)

Da tempo gira l’idea che la morte dei genitori possa lasciare spazio lavorativo ai figli e ai giovani in generale. È diffusa l’idea che l’uscita dei lavoratori anziani liberi posti di lavoro. Questa ipotesi non è del tutto vera, e rischia di generare una dolorosa guerra fra poveri.
Le procedure di produzione di beni e di servizi sono ingegnerizzate con il preciso scopo di limitare quasi a zero i costi del personale. La disponibilità di posti di lavoro sarà quindi inferiore di numero rispetto al totale dei richiedenti. Nessuno ha la correttezza di dire che la svolta tecno robotica in corso non avrà l’effetto occupazionale positivo: nell’immediato creerà ulteriore disoccupazione ed espulsioni dai cicli produttivi di umani in età ancora attiva e difficilmente ricollocabili in assenza di strutture di formazione permanente. Non ci sarà nemmeno un rilancio occupazionale futuro come avvenne con la c.d. rivoluzione industriale inglese. L’Italia, in particolare, non ha mai avuto l’intenzione di creare un mercato interno del lavoro strutturato con il sussidio di corsi di formazione permanente utili ad orientare i disoccupati verso altre aree merceologiche, capaci di assorbire gli esuberi e di mantenere attivo l’ascensore sociale e la distribuzione delle competenze professionali.
In Italia, la regolamentazione e l’incontro della domanda con l’offerta di lavoro è stata considerata un obiettivo secondario e perfino inesistente da parte di tutti i governi e di qualsiasi orientamento politico. Sono state rilasciate ipocrite dichiarazioni di intenti mai arrivate alla loro concreta realizzazione. La questione del lavoro è rimasta confinata alla “libera” contrattazione fra datori di lavoro e organizzazioni sindacali che, inizialmente, costituivano un fronte unico, poi frazionate in strutture fiancheggiatrici dei partiti di riferimento mediante operazioni coperte da parte dei servizi segreti italiani appoggiati da strutture angloamericane colluse con gli imprenditori. Si tratta ormai di dati acquisiti con numerose ricerche storiche e di sociologia industriale che hanno evidenziato lo svolgersi di un lungo processo di deindustrializzazione del Paese. Nessun governo in carica ha reagito. La “contrattazione” fu strenuamente difesa dai sindacati, ed in particolare dalle compagini oltranziste rappresentate dalla CGIL, mentre UIL e soprattutto la CISL si collocavano su posizioni negoziali più elastiche e legate al momento economico e politico. Il potere negoziale garantiva una visibilità ed un peso politico talvolta in crescita con alcuni governi di pensiero affine. La preponderanza della contrattazione ha finito per oscurare la necessita di creare un serio ed efficiente meccanismo di incontro della domanda con l’offerta di lavoro correlata alle specificità delle aree merceologiche, con il supporto di un vasto piano di formazione permanente dei lavoratori attivi per consentire il loro spostamento in altre aziende anche appartenenti a settori differenti. Il caos conveniva sia ai sindacati che alle organizzazioni industriali, di servizi e finanziarie.
L’economista Giorgio Ruffolo nel suo libro “Potenza e potere, Laterza, 1988, Pag. 133” raccontava con dovizia di particolari il fallimento della programmazione economica in Italia di cui è stato il primo responsabile. Fu occasione mancata, che non ha evitato i guasti rivenienti dalla disorganizzazione voluta e pianificata da collusioni e servilismi decennali. La tesi della demolizione controllata del sistema Paese è stata ripetutamente confermata dal sociologo Luciano Gallino in un suo informatissimo libro “La scomparsa dell’Italia industriale, Einaudi, 2003”, Pag. 106”. Ricerche e studi totalmente ignorati dai poteri politici nazionali. In questa situazione, le principali vittime delle devastazioni del sistema produttivo sono stati i lavoratori progressivamente spogliati di tutele sociali con il dilagare delle privatizzazioni in nome del liberismo imposto dagli inglesi del Britannia e dai soliti americani. Il processo di demolizione ebbe l’appoggio di Francia, Inghilterra e Germania che non vedevano di buon occhio una indipendenza operativa ed una crescita economica dell’Italia considerata in eterno la nazione che ha perso la guerra. Per i germanici il destino postbellico fu diverso. La Germania aveva vinto nonostante il disastro epocale del nazismo perché risultava funzionale alla guerra fredda contro la Russia. Tutto questo nell’ambito di un mercato comune prima e della Unione Europea dopo che è stata una creazione degli Usa avente lo scopo di fronteggiare la Russia sovietica. Una guerra senza fine.
Nel nostro Paese oggi si potrebbe realizzare una struttura pianificatrice in ambito economico e in quello del lavoro. Se continua la plateale assenza dello Stato per la strutturazione del mercato del lavoro, per il controllo dei disoccupati e degli espulsi, sono pronti gli squadroni di polizie private che li spingeranno dentro quartieri recintati da fili spinati a 2000 Watt. Scenari esistenti da decenni nei Paesi anglosassoni e in Francia con le “banlieues”. Scenari sudamericani provocati dal caos politico e finanziario globale a trazione Usa. Questo è il mondo prefigurato dal W.E.F. – World Economic Forum guidato da Schwab, teorizzato da Harari nel suo “Homo Deus, Bompiani, 2018, Pag. 560”, predicato dal loro mentore Jacques Attali a sua volta ispirato dai pensatori Straussiani.
Rimane il fatto che le espulsioni saranno di numero maggiore dei ricollocamenti, come descritto analiticamente dalla economista Saskia Sassen nel suo libro “Espulsioni, Il Mulino, 2018, Pag. 206” interamente dedicato a questo tema. La studiosa fu la prima a parlare del crescente ed allarmante fenomeno delle espulsioni lavorative che hanno falciato milioni di persone in età lavorativa. In Europa, l’eliminazione dal lavoro ha coinvolto cento ottantacinque milioni di lavoratori. Se questo immane dislivello sociale non sarà sanato, le popolazioni inattive (pensionati, disoccupati, malati adulti e minori) saranno considerate un costo da eliminare in fretta con piani eufemisticamente denominati “disboscamento pianificato”. Per rendere il piano accettabile, sarà anticipato da teorie illustrate da dibattiti TV, seminari, articoli, pubblicazioni redatte da università, centri di ricerca pubblici e privati, ecc. Tutto argomentato con la scusa del green inclusivo e del riscaldamento solare che non ha correlazione con il presunto inquinamento globale. Dei costi umani di questo liberismo selvaggio e violento sono in pochi a parlarne, non allarga la platea degli spettatori. NE RIPARLEREMO!