RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI 16 NOVEMBRE 2022

RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI 16 NOVEMBRE 2022

FONTE: https://www.dettiescritti.com/notiziario-stampa/rassegna-stampa-detti-e-scritti-16-novembre-2022/

A cura di Manlio Lo Presti

Esergo

Il “vero mondo” comunque lo si sia finora concepito: è stato sempre – ancora una volta – il mondo illusorio.

FRIEDRICH NIETZSCHE, Frammenti postumi 1887-1888, Adelphi, 1990, Vol. VIII Tomo II, Pag. 236

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SOMMARIO

IL PONTIFEX, IL VESCOVO ASTENICO E LA STAGIONE DELLE BOMBE 2.0 PER “RADDRIZZARE” LA EX-ITALIA
La strada verso il totalitarismo (rivisitazione)
La Russia sostiene la creazione del “Fondo pandemico” Gates-Rockefeller
UN AMERICANO CERTIFICA IL “SISTEMA” CHE GESTISCE IL POTERE NEL NOSTRO PAESE. LE VERITÀ DI ROCCO COMMISSO
Auto Elettrica Grande Impostura
L’UOMO DELL’ANNO
Cina, auto senza conducente di Elon Musk impazzisce e fa una strage: morti e feriti per Tesla
I soldi di Soros, la Bonino e l’Italia smemorata
Il fondo nero di criptovalute FTX ora crollato ha riciclato denaro donato dall’Ucraina ai candidati democratici per aiutare a truccare le elezioni di metà mandato
New York Times: l’Ucraina, un banco di prova perfetto per le armi…
Ucraina: Biden e il generale Milley aprono al negoziato
IL DECLINO DELL’OCCIDENTE: SPENGLER NEL MONDO DI OGGI
Ernst Bloch e il concetto di Eingedenken
L’ANTI-CLAUSEWITZ
La manipolazione psicologica (gaslighting) delle masse
Totalitarismo patologizzato 101
All’interno della nuova “strategia di biodifesa” degli Stati Uniti
La Germania ha dato il calcio dell’asino
Come il governo degli Stati Uniti sta dichiarando guerra ai suoi veterani
Per fare deficit non ci sono i soldi? Falso
L’inflazione al 12% è voluta dall’élite europea?
LE TENDENZE DEL CAPITALE NEL XXI SECOLO, TRA “STAGNAZIONE SECOLARE” E GUERRA
AUMENTO DI CAPITALE MPS. QUALCHE CONSIDERAZIONE
LA CREAZIONE DI MONETA FIAT AD OPERA DELLE BANCHE CENTRALI, NON PUÒ MAI ESSERE CONSIDERATA UN DEBITO: LO CERTIFICA ANCHE IL TARGET 2
Irenico
Il Giappone investirà 2,1 miliardi di Dollari per contrastare la Cina nell’area ASEAN
Letta licenzia i sottosegretari altrui…
UN’ALTRA ELEZIONE RUBATA
INCONTRO TRA SCHOLZ E XI JINPING, LA NATO E LA UE SCRICCHIOLANO?
Ci toglieranno Internet e Smartphone?
CRISI DIGITALE – Sta venendo giù tutto? Conti in rosso, fallimenti e licenziamenti: l’agonia di Meta, Twitter, Amazon, 5G e bitcoin – IL TECNORIBELLE

 

 

 

EDITORIALE

IL PONTIFEX, IL VESCOVO ASTENICO E LA STAGIONE DELLE BOMBE 2.0 PER “RADDRIZZARE” LA EX-ITALIA

di Manlio Lo Presti (scrittore esperto di sistemi finanziari)

Quelle pagine di Vangelo mosse dal soffio dello Spirito Santo: San Giovanni Paolo II è ancora con noi

Il Pontifex Maximus, che non si azzarda a ritornare in Argentina nemmeno per una visita di cortesia, continua a bombardare la ex-italia con la propaganda immigrazionista. La costanza eccessiva desta sospetto. Il sospetto che costui stia seguendo un copione non negoziabile, e imposto dall’alto. Per sorvegliarlo, gli “Alti comandi” gli hanno affiancato l’ascetico ed inquietante smilzo cardinale santegidino, nella sua doppia veste di capo dei vescovi italiani e di altissimo esponente della tentacolare Comunità, promotrice e prima beneficiaria delle deportazioni africane. L’attuale pontificato deve parlare solamente e ossessivamente di migranti. Silenzio di ferro sui milioni di cristiani umiliati, trucidati, uccisi nel mondo. Sono fonte di frizioni. Non portano soldi. Diversamente, e convenientemente, i migranti sono monete sonanti, fanno “buonismo”, fanno “audience” e sono un tema “politicamente corretto”, come piace al nuovo corso degli “Alti Comandi”. Per questi motivi, il papato attuale è legato mani e piedi alla titanica Comunità. La struttura filantropica ha una potenza tale da consentirgli l’uso continuativo e sagace di un corpo diplomatico autonomo, manco fosse l’antichissimo e coltissimo Sovrano Militare Ordine di Malta, scientificamente demolito dall’argentino.
Tuttavia, l’etereo e astenico porporato, che si muove rapidamente nei sacri palazzi, non può agire come vorrebbe. Deve guardarsi le spalle. Deve fare attenzione alle imboscate della terrificante secolare Opus Dei. Comunione e Liberazione è in disparte, quasi scomparsa. Gli altri Ordini – Domenicani e Gesuiti in testa – attendono il momento opportuno per colpire duramente. Ad essi si aggiungono le ricchissime associazioni parareligiose tedesche e Usa che elargiscono notevoli contributi ma sono scontente di questo corso delle cose… Scenari che si ripetono da due millenni! In tutto questo si manifesta una totale assenza di cultura, di argomenti filosofici, di riflessioni sul destino umano che una nazione confessionale dovrebbe coltivare e comunicare ai fedeli ed ai non credenti del pianeta. L’Argentino non ne parla! È in secondo piano rispetto alla tematica razziale ed alla cosiddetta “questione umanitaria”. La risultante di questa virata è quella d’aver trasformato la Chiesa universale in una ong. Il resto non conta!
Come prassi consolidata, in alcuni precedenti governi italiani, era presente un ministro referente della ridetta Comunità ed i soliti cinque ministri decisi dagli USA, qualsiasi governo sia in carica alla guida della Colonia Italia dal 1947 ad oggi. In questo governo è presente l’Opus Dei con un importante ministro benevisto anche e soprattutto dagli USA. Un Pendolo di Foucault del Potere. Insomma, la ex-italia non deve avere la possibilità di muoversi e nemmeno di respirare! Le ong ora in mare non sono le uniche a fare indebite pressioni sul governo italiano. Abbiamo la ridetta potente Comunità; abbiamo il cardinale capo dei vescovi che si ritiene autorizzato ad infilarsi negli affari italiani; abbiamo le ong che vedono minacciato il loro giro di affari; abbiamo l’attuale pontefice che parla di immigrati e si dimentica di prendere le difese di milioni e milioni di cristiani massacrati in tutto il mondo. A conti fatti, sono rogne e non fanno guadagnare consensi mediatici né soldi. Abbiamo i ministri francesi catturati dal sacro fuoco della sorveglianza della penisola. Abbiamo l’ex ministra della difesa germanica ai vertici della Ue che ha dichiarato il rapido utilizzo di strumenti a disposizione per costringere l’Italia ad obbedire senza condizioni. Abbiamo la CIA-NSA-FBI che albergano nella penisola con oltre 164 basi militari ed immuni da qualsiasi penalità derivante dai loro crimini ed abusi sul territorio italiano. Abbiamo le strutture di assassinio della SAS inglesi che sono pronte da tempo ad organizzare sul nostro territorio una catena di attentati con migliaia di morti aprendo una nuova stagione delle bombe, ma sono frenati dagli Usa e dall’Unione Europea che vogliono trasformare la penisola in un deposito razziale.
L’Argentino continua dritto per la strada dettata dal copione. Non ha il tempo di affrontare le conseguenze derivanti dagli scricchiolii provocati dallo scontento di alcuni ordini religiosi dopo la decisione di intestare tutte le proprietà immobiliari e finanziarie del Vaticano allo IOR – Istituto Opere di Religione. Cosa sa il papa? Cosa gli ha riferito il tentacolare servizio segreto vaticano con gli uffici di ascolto vicino al Laterano e che noi ignoriamo? Perché tutto doveva essere compiuto entro il 31 ottobre 2022? Temono una virata italiana e della UE sulle immense proprietà immobiliari del valore che va oltre i 2.000.000.000.000 di euro, che potrebbero finalmente essere tassate come in tutti gli Stati del mondo? Ecco un esempio altamente efficiente di scudo modello paradiso fiscale! Questo, va in coerenza con le ipocrite prediche che il pontifex argentinus fa contro la povertà mondiale? Va in coerenza con il discutibile e prolungato silenzio sul tragico destino di decine di milioni di cristiani macellati in tutto il mondo e di cui non si deve parlare?
Nel frattempo, cosa fanno i politici italiani? Quanti sono quelli non ricattati per cocaina, debiti, pedofilia? Sono una ignobile maggioranza e quindi nessuno può muovere nemmeno di un dito del piede. Non ci sono né ci saranno mai i numeri sufficienti per cambiare qualcosa. Nel frattempo, cosa fanno i nostri servizi segreti? Sanno ovviamente tutto. Hanno gli elenchi di tutti quelli da arrestare, solitamente verso le 2,30 di notte. Ma nessuno si muoverà perché i comandanti delle rispettive Forze Armate e dei servizi segreti sono di diretta nomina del Parlamento costituito dai deputati che dovrebbe ordinare loro di farsi arrestare. Non si muoverà nulla! Il cerchio si chiude!
La liberazione da questa martellante ingerenza dovrà essere uno degli obiettivi dei prossimi governi che vorranno veramente realizzare la pienezza della vita democratica italiana. Si dovrà eliminare l’oscura foresta di condizionamenti dei vari Paesi europei che vogliono sistematicamente azzopparci, e poi il titanico dominio nordamericano. Diversamente, il resto è nebbia in bottiglia per raggirare il popolo. Come disse qualcuno che si credeva istruito, ai “poster” l’ardua sentenza!

FONTE: https://www.lapekoranera.it/2022/11/15/il-pontifex-il-vescovo-astenico-e-la-stagione-delle-bombe-2-0-per-raddrizzare-la-ex-italia/

 

 

 

IN EVIDENZA

La strada verso il totalitarismo (rivisitazione)

Sembra che sia finalmente finita, vero, l’intera faccenda della “pandemia apocalittica”? Voglio dire, davvero, davvero in questo periodo. Non come tutte quelle altre volte in cui pensavi che fosse finita, ma non era finita, ed era come la fine di quei film di Alien , dove sembra che Ripley sia finalmente scappata, ma l’alieno si nasconde nella navetta, o la capsula di salvataggio, o il tratto intestinale di Ripley.

Ma questa volta non sembra così. Questa volta sembra che sia davvero finita. Esci e dai un’occhiata in giro. Quasi nessuno indossa più maschere (tranne dove le maschere sono obbligatorie) o è costretto a sottoporsi a “vaccinazioni” (tranne dove la “vaccinazione” è obbligatoria), e le orde di fanatici del New Normal ubriachi di odio che hanno chiesto che “i non vaccinati” fossero segregati, censurati, licenziati dai loro posti di lavoro e altrimenti demonizzati e perseguitati, tutti hanno taciuto (tranne quelli che non l’hanno fatto).

Tutto è tornato alla normalità, vero?

Sbagliato. Non è tornato tutto alla normalità. Tutto è assolutamente New Normal. Ciò che è finito è la fase “shock and awe”, che non avrebbe mai dovuto durare per sempre. È sempre stato pensato solo per portarci qui.

Dov’è, probabilmente ti starai chiedendo, “qui”? “Qui” è un luogo in cui la nuova ideologia ufficiale è stata saldamente stabilita come la nostra nuova “realtà”, intessuta nel tessuto della normale vita quotidiana. No, non ovunque, solo ovunque sia importante. (Pensi davvero che alle classi dominanti del capitalismo globale importi ciò che la gente di Lakeland, Florida, Elk River, Idaho o qualche villaggio in Sicilia crede della “realtà”?) Sì, la maggior parte delle restrizioni governative sono state revocate, principalmente perché non sono più necessario, ma nei centri di potere di tutto l’Occidente, nelle sfere politiche, aziendali e culturali, nel mondo accademico, nei media tradizionali e così via, il New Normal è diventato “realtà” o, in altre parole, “solo il così com’è”, che è il fine ultimo di ogni ideologia.

Ad esempio, mi sono appena imbattuto in queste “importanti informazioni sul COVID-19”, di cui devi essere a conoscenza (e rispettare rigorosamente) se vuoi assistere a uno spettacolo in questo teatro Off-Broadway a New York City , dove “tutto è tornato alla normalità”.

Potrei tirare fuori innumerevoli altri esempi, ma non voglio farti perdere tempo. A questo punto, non sono la maschera e gli stessi mandati di “vaccinazione” ad essere importanti. Sono semplicemente i simboli e i rituali della nuova ideologia ufficiale, un’ideologia che ha diviso le società in due categorie inconciliabili di persone: (1) coloro che sono disposti a conformare le proprie convinzioni alla narrativa ufficiale del giorno, non importa quanto palesemente ridicola lo è, e altrimenti clicca sui tacchi e segui gli ordini dell’establishment al potere del capitalismo globale, non importa quanto distruttivi e fascisti possano essere; e (2) coloro che non sono disposti a farlo.

Andiamo avanti e chiamiamoli “Normali” e “Devianti”. Penso che tu sappia quale sei.

Questa divisione della società in due classi di persone opposte e inconciliabili taglia e supera le vecchie linee politiche. Ci sono normali e devianti sia a sinistra che a destra. All’establishment al potere del capitalismo globale non potrebbe importare di meno che tu sia un “progressista” o un “conservatore” o un “libertario” o un “anarchico” o come ti chiami. A loro importa se sei un normale o un deviante. Quello che gli interessa è se seguirai gli ordini. Ciò che gli interessa è se stai conformando le tue percezioni, il tuo comportamento e il tuo pensiero alla loro nuova “realtà”… la “realtà” capitalista globale egemonica che si è gradualmente evoluta negli ultimi 30 anni e sta ora entrando nella sua fase totalitaria.

Scrivo dell’evoluzione del capitalismo globale nei miei saggi dal 2016 – e dall’inizio degli anni ’90 nelle mie rappresentazioni teatrali – quindi non ripeterò qui l’intera storia. I lettori che si sono appena sintonizzati sulla mia satira politica e sui miei commenti negli ultimi due anni possono tornare indietro e leggere i saggi su Trumpocalypse (2016-2017) e The War on Populism (2018-2019).

La versione breve è che, nel 2016, GloboCap stava andando avanti, destabilizzando, ristrutturando e privatizzando il pianeta di cui era entrato in possesso incontrastato quando l’Unione Sovietica alla fine è crollata, e tutto andava a meraviglia, e poi è arrivata la Brexit, Donald Trump, e tutta la ribellione “populista” e neo-nazionalista contro il globalismo in tutto l’Occidente. Quindi, GloboCap aveva bisogno di occuparsene, che è quello che ha fatto negli ultimi sei anni… sì, negli ultimi sei , non solo due anni e mezzo.

La guerra al dissenso non è iniziata con il Covid e non finirà con il Covid. Dal 2016 GloboCap (o “la Corporatocrazia” se preferite) delegittima, demonizza e fa scomparire il dissenso e impone sempre più l’uniformità ideologica alla società occidentale. Il New Normal ne è solo l’ultimo stadio. Una volta che avrà finito di reprimere questa ribellione “populista” e di imporre l’uniformità ideologica alla società urbana in tutto l’Occidente, tornerà a destabilizzare, ristrutturare e privatizzare il resto del mondo, che è quello che stava facendo con la “Guerra al terrorismo”. ” (e altri progetti di promozione della “democrazia” ) dal 2001 al 2016.

L’obiettivo di questa campagna globale di Gleichschaltung è l’obiettivo di ogni sistema totalitario, vale a dire, rendere patologica qualsiasi deviazione dalla sua ideologia ufficiale. La natura della devianza non ha importanza. L’ideologia ufficiale non ha importanza. (GloboCap non ha un’ideologia fissa. Può cambiare bruscamente la sua “realtà” ufficiale di giorno in giorno, come abbiamo sperimentato di recente). Ciò che conta è la volontà o meno di conformarsi a qualunque sia la “realtà” ufficiale, indipendentemente da quanto sia ridicola, e da quante volte sia stata smentita, e talvolta persino riconosciuta come finzione dalle stesse autorità che tuttavia continuano ad affermare la sua “realtà.”

Ti faccio un altro esempio concreto.

Dopo essermi imbattuto nelle “restrizioni Covid” (ovvero, il sistema di segregazione sociale) ancora applicate da quel teatro Off-Broadway, mi sono imbattuto in questo articolo su Current Affairs sull’oracolo Yuval Noah Harari, lo scrittore di cui l’articolo menziona in passando che da qualche parte tra i 6 milioni e i 12 milioni di persone sono “morte di Covid”, come se questo fosse un dato di fatto, un fatto che nessuno sano di mente metterebbe in dubbio. Che è, ufficialmente, nella nostra nuova “realtà”, nonostante il fatto (cioè il fatto reale) che – come hanno ammesso anche le “autorità sanitarie” – chiunque sia morto per qualsiasi cosa in un ospedale dopo essere risultato positivo sia stato registrato come un “Decesso per covid19.”

Questo è il modo in cui la “realtà” (cioè la “realtà ufficiale”, la “realtà” del consenso) viene fabbricata e controllata. È prodotto e sorvegliato, non solo dai media, dalle corporazioni, dai governi e dalle entità governative non governative, ma anche (e, in ultima analisi, in modo più efficace) dalla costante ripetizione di narrazioni ufficiali come fatti assiomatici indiscutibili.

Nella nostra coraggiosa nuova “realtà” capitalista globale totalitaria, chiunque metta in dubbio o metta in discussione tali “fatti” si rende immediatamente un “Deviante” ed è scomunicato dalla società “Normale”. Seriamente, solo per divertimento, prova a trovare un lavoro in una società, o in un’università, o una parte in un film o in uno spettacolo di Broadway, o un contratto per un libro, o una borsa di studio, ecc., pur essendo onesto riguardo alle tue convinzioni su Covid. Oppure, se sei un giornalista “rispettabile”, sai, con agenti letterari e oratori, e contratti di libri, e manager personali, e così via, vai avanti, riferisci i fatti (cioè, i fatti reali, che tu sai che ci sono, ma che hai evitato come la peste negli ultimi due anni), e guarda la tua carriera risucchiata violentemente nello scarico come uno stronzo nella toilette di un aereo.

Quest’ultima parte era pensata per i “professionisti urbani”, che hanno ancora una carriera, o aspirano a una carriera, o sono comunque ancora investiti nei restanti membri in regola della società “normale”, cioè, non voi gente in Florida e Idaho, o i miei colleghi “Deviants” letterari e artistici.

Abbiamo praticamente bruciato i nostri ponti a questo punto. A meno che tu non sia pronto a fotterti mentalmente, a illuminarti con il gas, a confessarti e a convertirti, non c’è modo di tornare alla società “normale” (a cui non potremmo tornare comunque, a causa di come non esiste più) .

Mi rendo conto che molte persone probabilmente non vedevano l’ora che arrivasse… il giorno in cui i Normali finalmente si “sveglieranno” e affronteranno i fatti, e la verità prevarrà, e torneremo a qualcosa che assomiglia alla normalità. Non succederà. Non torneremo indietro. I Normali non si “sveglieranno mai”. Perché non dormono. Non sono ipnotizzati. Non torneranno in sé un giorno e si assumeranno la responsabilità del danno che hanno fatto. Certo, si scuseranno per i loro “errori” e ammetteranno che forse hanno “reagito in modo eccessivo”, ma la narrazione ufficiale della pandemia di Covid e della nuova “realtà” che ha introdotto rimarrà in vigore, e difenderanno entrambi con le loro vite.

O meglio, difenderanno entrambi con la nostra vita.

Se pensi che io sia iperbolico, beh, considera gli epiteti che GloboCap ha condizionato i Normali a usare per demonizzarci… “teorico della cospirazione”, “negatore della scienza”, “insurrezionalista”, “estremista”, “violento terrorista domestico”. Nessuno dei quali significa un’ideologia politica o alcuna posizione politica o critica di sorta. Significano deviazione dalla norma. Qualsiasi tipo di deviazione dalla norma. Sono termini tattici, privi di significato, progettati per cancellare il carattere politico della diversa opposizione al capitalismo globale (o “globalismo”, se sei permaloso riguardo alla parola “capitalismo”), per ammassarci tutti in un grande secchio di “devianza”.

Di solito non è di buon auspicio quando le nazioni – o sistemi di potere globale sovranazionali totalmente irresponsabili – improvvisamente rompono il “secchio della devianza”. Di solito è un segno che le cose diventeranno brutte, brutte in modo totalitario, che è esattamente ciò che sta accadendo negli ultimi sei anni.

Nel luglio del 2021, al culmine della frenesia dell’odio fascista della New Normal, con i militari che impongono le “restrizioni Covid”, un sistema di segregazione globale in fase di implementazione e le persone che minacciano di decapitarmi per aver rifiutato di farmi “vaccinare”, ho pubblicato un pezzo intitolato The Road to Totalitarianism . Siamo ancora su quella strada. Sia i Normali che noi Devianti. Abbiamo percorso quella strada per un bel po’ di tempo, più a lungo di quanto la maggior parte di noi probabilmente creda. Il tempo è migliorato, leggermente. Lo scenario fuori dalla finestra è cambiato. La destinazione no. Non ho visto nessuna uscita. Fammi sapere se lo fai, va bene?

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CJ Hopkins
13 novembre 2022
Foto: W. Rospondek , campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau


DISCLAIMER: Il saggio precedente è interamente opera del nostro satirico interno ed esperto politico autoproclamato, CJ Hopkins , e non riflette necessariamente le opinioni e le opinioni della Consent Factory, Inc., o del suo staff, o di uno qualsiasi dei suoi agenti, filiali o assegnatari. Se, per qualsiasi inspiegabile motivo, apprezzi il lavoro di Mr. Hopkins e vorresti sostenerlo, vai alla sua pagina Substack , o alla sua pagina Patreon , o invia un contributo al suo conto PayPal , così forse smetterà di venire in giro per i nostri uffici cercando di colpire i nostri dipendenti per soldi. In alternativa, potresti acquistare il suo romanzo di fantascienza distopico satirico, Zona 23 , oI volumi I, II e III dei suoi Consent Factory Essays , o uno qualsiasi dei suoi spettacoli teatrali sovversivi , che hanno vinto alcuni premi in Gran Bretagna e Australia. Se non apprezzi il lavoro di Mr. Hopkins e desideri scrivergli un’e-mail offensiva, sentiti libero di contattarlo direttamente.

 

 

 

FONTE: https://consentfactory.org/2022/11/13/the-road-to-totalitarianism-revisited/

 

 

 

La Russia sostiene la creazione del “Fondo pandemico” Gates-Rockefeller

Moscow reaffirms fealty to WHO at G20 summit, calls for “global sanitary shield”Mosca ribadisce fedeltà all’Oms al vertice G20, chiede “scudo sanitario globale”

Nonostante le differenze geopolitiche, tutti gli stati membri del G20 hanno convenuto che l’OMS, la Banca Mondiale, Bill Gates, il Wellcome Trust e la Fondazione Rockefeller dovrebbero proteggere il mondo da spaventose pandemie.

Il ministro della Sanità indonesiano Budi Sadiki ha annunciato sabato ai giornalisti che i battibecchi geopolitici non hanno interferito con il piano del G20 di creare un Fondo pandemico per garantire che le persone di tutto il mondo, e in particolare i poveri, vengano iniettate in modo tempestivo.

“Tutte le decisioni del G20 sono prese esclusivamente per consenso. Guarda, è molto difficile raggiungere il consenso nell’attuale situazione geopolitica. Ma in questa situazione geopolitica, siamo riusciti a raggiungere un consenso sulla creazione di un fondo, e questa è la cosa più importante”, ha detto Sadiki discutendo i risultati di un incontro con i ministri delle finanze e della salute del G20 tenutosi a Bali.

Creato in collaborazione con l’OMS, il Fondo pandemico guidato dalla Banca mondiale (formalmente noto come “Fondo di intermediazione finanziaria per la prevenzione, la preparazione e la risposta alle pandemie”) sarà utilizzato per sostenere l’agenda sanitaria del G20, che comprende gli sforzi per “migliorare la sorveglianza genetica , incoraggiare la mobilitazione di risorse sanitarie per contromisure mediche ed espandere le reti di ricerca e produzione di vaccini, terapie e diagnostica”.

I donatori del fondo includono la Bill & Melinda Gates Foundation, la Rockefeller Foundation e il Wellcome Trust, ha affermato con orgoglio il G20 in un comunicato stampa del 12 novembre.

fonte: G20.org

Il ministro delle finanze russo Anton Siluanov ha sostenuto la creazione del Fondo pandemico e ha affermato che l’OMS dovrebbe continuare a svolgere un “ruolo centrale” nel mantenimento del “sistema sanitario globale”.

Il nuovo fondo è progettato per “complimentarsi con il sistema sanitario globale esistente e supportare le risposte alle minacce sanitarie emergenti”, ha affermato il ministero delle Finanze russo in una dichiarazione pubblicata sul suo sito web.

fonte: TASSI

 

Il comunicato stampa ha aggiunto:

Il capo del ministero delle Finanze russo ha rilevato la necessità di prevenire la frammentazione del sistema sanitario globale e mantenere il ruolo centrale dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) al suo interno, e ha anche condiviso l’esperienza della creazione di un sistema di risposta rapida alle pandemie in Russia nel quadro dell’attuale “scudo sanitario” [russo], che prevede la creazione di un sistema per la diagnosi rapida delle malattie infettive, lo sviluppo accelerato di sistemi di test e vaccini in caso di nuove minacce epidemiologiche.

“Riteniamo che uno scudo sanitario simile possa essere costruito a livello globale”, ha affermato il ministro.

Annunciato nell’aprile 2021, il programma Sanitary Shield della Russia mira a sviluppare rapidamente “vaccini” (basati sulla piattaforma genetica di Sputnik V) e test PCR dopo l’emergere di una presunta minaccia per la salute. Nell’ambito del programma, verranno installati bio-checkpoint lungo il confine con la Russia, un processo iniziato nel dicembre 2021.

Edward Slavsquat
La Russia e l’eterna pandemia
Di Riley Waggaman, scrittore con sede a Mosca ed ex “senior editor” (fattorino della redazione) di RT Nell’aprile 2021, il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato piani ambiziosi per proteggere il paese da future piaghe simili al coronavirus. “In caso di un’infezione pericolosa come il coronavirus o forse più, Dio non voglia, la Russia deve essere pronta entro quattro…
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Partecipando al vertice tramite collegamento video, il ministro della Sanità russo Mikhail Murashko, membro del comitato esecutivo dell’OMS, ha affermato che l’OMS dovrebbe agire come “coordinatore degli sforzi internazionali nel campo della salute”.

“Un compito importante è rafforzare la prontezza dell’architettura sanitaria globale al fine di rispondere tempestivamente a pericolose infezioni zoonotiche con potenziale pandemico. Tale architettura sanitaria dovrebbe basarsi sui principi di trasparenza, apertura e pari partecipazione di tutte le parti interessate”, ha dichiarato ai media russi dopo l’incontro con i suoi colleghi del G20.

Il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus sabato ha salutato la creazione del Fondo pandemico:

Questo nuovo meccanismo di finanziamento sarà un elemento fondamentale di un’architettura di sicurezza sanitaria globale più forte.

È importante sottolineare che il fondo è stato progettato con una governance inclusiva ed efficace e accordi operativi con elevati standard di trasparenza e responsabilità.

Ringraziamo i nostri partner della Banca mondiale, con i quali abbiamo lavorato a stretto contatto per l’avvio del fondo.

Tedros ha aggiunto:

La prossima pandemia non ci aspetterà. Dobbiamo muoverci con urgenza per colmare le lacune nella preparazione globale che mettono a rischio tutti i paesi.

Oh giorni felici.

FONTE: https://edwardslavsquat.substack.com/p/russia-supports-creation-of-gates

 

 

 

UN AMERICANO CERTIFICA IL “SISTEMA” CHE GESTISCE IL POTERE NEL NOSTRO PAESE. LE VERITÀ DI ROCCO COMMISSO

Il Presidente della Fiorentina, in una intervista rilasciata negli studi di Sportitalia ed Italia 7, “vuota il sacco” sulla vicenda stadio e su come i poteri fiorentini hanno manovrato per rinunciare ad un investimento di 300 milioni di euro attraverso soldi privati per farlo pagare ai cittadini con i soldi pubblici del PNRR. Quali interessi ci sono dietro a questa scelta priva di ogni logica?

30 Settembre 2022 | AttualitàNewsPolitica | 3 commenti

di Mega Alexandros (alias Fabio Bonciani)

Sarà forse perché il Presidente della squadra di calcio di Firenze, Rocco Commisso, è un sostenitore dichiarato di Donald Trump [1], che per l’appunto si trova ad operare nella città del Giglio, dove gli esponenti politici che la guidano, sono notoriamente affiliati con i global-dem USA; oppure l’italo-americano, ha pestato i piedi degli interessi di qualche famiglia troppo influente?

Fatto sta, che la città di Firenze ed il suo hinterland, in tempi di crisi economica infinita, ha dovuto rinunciare ad un investimento privato di 300 milioni di euro, che Rocco Commisso metteva a disposizione per costruire il nuovo stadio dove avrebbe giocato la Fiorentina.

Non solo, la politica ha fatto di tutto e di più per indirizzare la questione, verso l’utilizzo di ingenti somme di soldi pubblici per ristrutturare l’attuale Stadio Franchi. Un avventura dispendiosa per le casse pubbliche e più che mai complicata a livello realizzativo e di risultato finale, dalle stringenti norme a tutela dei beni artistici, quale è appunto l’opera costruita dall’Architetto Nervi.

Un “rabbercio” progettuale, che vedrà l’impiego di ingenti somme pubbliche per ristrutturare uno stadio che mai potrà avere la funzionalità ed il ritorno economico di un impianto per il calcio, nuovo e moderno.

Nell’attesa che i lavori partano e finiscano, compatibilmente con i tempi biblici, che qualsiasi intervento di edilizia urbana richiede nel nostro paese (ricordo che i tempi di realizzazione sono condizione per non perdere i fondi), oltre al non aver dato ancora la certezza, se mai la Fiorentina, giocherà in questo stadio – il presidente Rocco Commisso, ha rilasciato una intervista, nella quale, senza mezzi termini, ha raccontato per filo e per segno, tutto quello che c’è stato dietro questa bruttissima vicenda.

Parole forti, che per uno come, Megas, attento conoscitore del mondo fiorentino, non sono certo state una sorpresa!

Rocco Commisso è un imprenditore americano di origini italiane, precisamente di Gioiosa Ionica terra calabrese e fondatore di Mediacom, quinta azienda fornitrice di TV via cavo negli USA che conta un fatturato annuo di oltre 1,6 miliardi di dollari. Mediacom è di proprietà di una privately held company posta sotto il controllo di Commisso, con circa l’87% delle quote societarie.

Come ben noto, Commisso – il cui patrimonio, secondo Forbes ammonta a 8,7 miliardi di dollari al 5 ottobre 2021, mentre per il Bloomberg Index, aggiornato al 10 agosto 2020 il patrimonio ammontava a 9,05 miliardi di dollari – nel giugno 2019 ha ufficializzato l’acquisto della squadra italiana di calcio Acf Fiorentina, per una cifra stimata tra i 150 e 170 milioni di dollari.

Da uomo “fast-fast”, abituato alla concretezza del sistema americano, fin da subito, Rocco ha manifestato quelle che erano le sue intenzioni a livello di potenziali investimenti, passando in pochi mesi dalle parole ai fatti, con la costruzione del nuovo centro sportivo, dove si alleneranno tutti gli atleti “Viola” (dalla prima squadra, alle giovanili fino alle donne). Un investimento da quasi 120 milioni di euro per dare vita a quello che molti definiscono forse il più importante (a livello di grandezza e bellezza), centro sportivo in Europa.

Come detto il Tycoon italo-americano, sarebbe passato immediatamente, dalle parole ai fatti, anche per la questione nuovo stadio, da costruire nella città metropolitana di Firenze. Precisamente nella zona del Comune di Campi Bisenzio a pochi chilometri da Firenze.

Era già stata siglata una “due diligence” con la proprietà dei terreni e dopo la formale manifestazione di interessi da parte di Commisso, l’operazione era già sbarcata in Regione per mano del Sindaco di Campi Bisenzio Emiliano Fossi. [2]

Il Sindaco di Campi Bisenzio Emiliano Fossi ed il Direttore Generale della Acf Fiorentina Joe Barone (braccio destro di Commisso)

“Lo Stadio a Campi è fattibile e realizzabile” [3] – teneva a precisare il Sindaco appena due anni fa, spingendo per una operazione politica che lo avrebbe fatto ricordare dalla storia, soprattutto spinto dalla passione del “popolo Viola”, come il primo cittadino migliore di sempre.

Poi qualcosa è cambiato, si è messa in moto la macchina del “sistema” del potere fiorentino, quella che ha fatto in modo che del tema stadio, nella città di Dante, se ne parlasse per quaranta anni senza mai concludere niente.

Evidentemente in terra di toscana, ci sono interessi sotto, che nemmeno la possente forza della “macchina calcio”, è riuscita a scalfire nel tempo.

Uno stadio oggi, per ragioni di costi e di crescita del club, non può più essere quel luogo di frequentazione bi-settimanale, dove al massimo si possono vendere sciarpe, bevute e gelati. E proprio in virtù delle suddette ragioni di bilancio e di marketing, la necessità per le società di avere un impianto attrezzato e fruibile anche durante la settimana, è diventato un tassello fondamentale del calcio moderno.

Per questo in tutto il mondo (eccetto che in Italia), oggi giorno gli stadi rappresentano delle vere e proprie attrazioni turistiche che permettono di generare profitti durante tutta la settimana e non solo il giorno della partita.

Ristoranti, negozi, bar ma anche palestre e piscine, per non parlare di multisale cinematografiche ed addirittura hotels, all’interno degli impianti, fanno degli stadi dei veri e propri centri commerciali che entrano in competizione con il resto della città per non dire della regione.

Tutto questo fa paura agli interessi consolidati ormai da secoli di certe famiglie, ma la paura più grande (agli stessi personaggi), arriva dalla necessità che oggi uno stadio debba essere di proprietà del club e non del Comune. Insomma si teme che una struttura di questo genere abbinata alla grossa forza popolare che muove la squadra cittadina, possa mettere nelle mani del proprietario del club, quel potere assoluto in grado di rompere gli equilibri lobbistici ormai consolidati e far perdere il potere a chi lo detiene da sempre.

Ecco, che uno dopo l’altro sono usciti allo scoperto personaggi pesanti, politici, manager e imprenditori con spiegazioni tecniche, avvertimenti burocratici, consigli strategici, minacce legali e un unico grande obiettivo: convincere il presidente della Fiorentina a lasciar perdere.

Certo, per i poteri profondi, mettere il bastone tra le ruote a chi non è gradito – nel mare magnum della burocrazia e della giustizia amministrativa italiana, per non parlare di enti dove vige il potere “divino” assoluto, quali appunto la sovraintendenza ai beni culturali – è un gioco da ragazzi. Un sistema perfettamente oliato, il quale, se addirittura può colpire ma senza scalfirlo, un magnate come Commisso; al contrario può letteralmente distruggere noi comuni mortali (non appartenenti a certe lobby), qualora le nostre strade malauguratamente dovessero incrociare quelle di questi personaggi.

Ma ecco improvvisa la verità, quella che tutti noi conosciamo ma che dobbiamo dare atto al presidente della Fiorentina di aver esposto chiaramente e con coraggio:

 “Mi chiamava tutti i giorni per farmi fare lo stadio nel suo comune, poi gli hanno detto che io non lo dovevo fare e all’improvviso, su input delle stesse persone, ha smesso di chiamarmi”. [4]

Il riferimento al Sindaco Fossi è chiaro, quando poi aggiunge: “So che l’ex sindaco Fossi è stato eletto in Parlamento” [5]

Insomma, sia il presidente Commisso, che i presenti in studio lasciano chiaramente sospettare che il fulmineo passaggio da Sindaco di uno dei tanti comuni intorno a Firenze direttamente alle poltrone di Montecitorio (addirittura in piena debacle PD, con i posti che scarseggiano), potrebbe essere la ricompensa per l’improvvisa marcia indietro ed essersi prestato a fermare il progetto stadio a Campi Bisenzio.

“A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca” – sosteneva un famoso politico romano, maestro di lobbies e fratellanze. E guardando bene le modalità ed i tempi con cui politica e sistema hanno operato per indirizzare la questione, pare proprio che i sospetti di Commisso, siano più che concreti.

Ma le stoccate del calabrese verace alla politica cittadina e alle lobby che la sostengono non sono finite:

“Mi osteggiano, vorrebbero che me ne andassi perché non sono l’imprenditore che avrebbero voluto. Il loro desiderio era far comprare la Fiorentina a qualche altro e il mio arrivo li ha spiazzati”. [4 ibidem]

C’è una frase non riportata dai giornali ma che ascoltando l’audio della trasmissione “Oh Fiorentina” sul sito di Sportitalia – fa capire quanto, nel nostro paese, il potere politico a sostegno del “sistema” sia tremendamente sfacciato e privo della ben che minima vergogna, oltre a sentirsi impunito per diritto divino e gentile concessione dei tribunali, istituzioni ormai alle dipendenze del sistema stesso – dice Commisso: “appena sono arrivato a Firenze, esponenti del mondo politico, subito pretendevano che avessi messo in società uomini da loro consigliati”.

Consentitemi ora una riflessione personale su un episodio del gennaio scorso, che conferma l’avversione di certi poteri nei confronti di Commisso. Un episodio emblematico nella sua particolarità e sfrontatezza. Pensate, uno striscione è apparso improvvisamente sul Ponte Vecchio, raffigurante il presidente Commisso nelle sembianze di “Joker”.

Mai si era arrivati a tanto nella città di Firenze!

Usare quello che è un pezzo simbolo della città, il Ponte Vecchio – monumento rispettato perfino dalle bombe naziste di Hitler – per spregiare un personaggio le cui verità sono troppo scomode, è la manifestazione di un chiaro segnale di potere.

Le indagini poi narrano di un cinquantacinquenne che in solitario avrebbe portato a compimento l’opera. [6]  Ma figuriamoci se con tutta la forza pubblica che gira intorno a questo luogo d’arte e le telecamere che lo proteggono, può essere credibile che qualcuno possa affiggere indisturbato qualcosa sul Ponte Vecchio e tenerlo lì per ore, senza che dietro ci sia una volontà in tal senso da parte di chi ha il potere di farlo.

Questa è l’Italia di oggi cari miei, un luogo di orrore che la testimonianza di chi arriva da fuori, avvalora ancor di più quanto sia crudele la vita per coloro che ci vivono da non appartenenti al suddetto sistema di potere.

Vorrei infine esprimere il sincero apprezzamento per l’Uomo Rocco Commisso, un uomo che si è fatto da solo in un paese che, a quanto pare, a differenza dell’Italia glielo ha consentito nella piena libertà di non sottostare a giuramenti di appartenenza. Ma soprattutto, da fiorentino, vorrei ringraziare il presidente, che con il suo coraggio da vero calabrese, ha mostrato alla gente di Firenze, cosa rappresentano nello specifico la politica e le lobbies che da anni stanno conducendo verso il baratro la Grande Firenze, per esclusivo interesse personale.

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

NOTE:

[1] Tutti gli “spiccioli” di Commisso per la campagna elettorale americana (fiorentinanews.com)

[2] Stadio a Campi Bisenzio: Fossi va in Regione – TuttoSesto

[3] Lo stadio a Campi? Per il sindaco Fossi è “fattibile e realizzabile” – Piana Notizie

[4] Ecco perchè Rocco non vende la Fiorentina. E chiude anche allo stadio: “Se lo facciano loro” – Viola News

[5] Commisso: “Non vendo il club a fine Viola Park. Su Vlahovic, politica e Italiano…” – Viola News

[6] Commisso-Joker sul Ponte Vecchio: scoperto il responsabile (daicollifiorentini.it)

 

FONTE: https://megasalexandros.it/un-americano-certifica-il-sistema-che-gestisce-il-potere-nel-nostro-paese-le-verita-di-rocco-commisso/

 

 

Auto Elettrica Grande Impostura

Funzionale all’impostura climatica

 

Incredibilmente, un articolo di France Info dice la verità:

Perché l’auto elettrica non è la soluzione miracolosa per spostarsi senza inquinare

In occasione del Salone di Parigi, Emmanuel Macron e il governo vogliono promuovere questo settore, che non è così virtuoso.

Luigi San, France Info

“Due milioni di veicoli elettrici prodotti in Francia nel 2030.” Emmanuel Macron ha ricordato questo obiettivo, lunedì 17 ottobre, recandosi al Salone di Parigi. Bonus, scudo tariffario… Anche il Presidente della Repubblica aveva annunciato il giorno prima una batteria di misure a favore delle auto elettriche. L’obiettivo, secondo il capo dello Stato, è “raggiungere l’obiettivo per il clima, per la reindustrializzazione del Paese e per la nostra sovranità”. Tuttavia, dal punto di vista ambientale, l’auto elettrica non è poi così virtuosa. Franceinfo spiega perché l’unica “transizione all’elettrico” dell’auto termica non offre una soluzione sostenibile per ripulire i nostri viaggi.

Perché l’auto elettrica non è del tutto “pulita”
Come ha già spiegato franceinfo, un’auto elettrica inquina. Quando esce dalla fabbrica, ancor prima di essere messo in moto, ha un’impronta ambientale maggiore di quella di un veicolo termico di dimensioni equivalenti, riassume Bertrand-Olivier Ducreux, ingegnere dei trasporti e della mobilità presso l’Ambiente e la gestione dell’energia (Ademe, l’agenzia ministeriale  della  Transizione Ecologica – Agence de l’Environnement et de la Maîtrise de l’Énergie). 

“Questa impronta ambientale è molto più alta per l’auto elettrica, principalmente a causa della sua batteria”. Bertrand-Oivier Ducreux, ingegnere dei trasporti e della mobilità presso Ademe.
Cobalto, nichel, manganese, litio… Le batterie delle auto elettriche richiedono metalli la cui estrazione è particolarmente inquinante. L’auto elettrica parte quindi con un evidente ritardo ambientale rispetto alla sua controparte termica. Questo divario viene colmato solo dopo 40.000-50.000 km di strada, secondo le stime di Ademe. Questo recupero avviene “a patto che si disponga di un mix elettrico alla francese”, ovvero con una quota significativa di elettricità a basse emissioni di gas serra, come il nucleare, precisa Bertrand-Olivier Ducreux.

Tuttavia, nel corso della sua intera vita, un’auto elettrica che guida in Francia ha un impatto di carbonio da due a tre volte inferiore a quello di un modello termico simile. Ma resta da sottolineare un nuovo aspetto negativo: questa stima è valida solo per batterie inferiori a 60 kWh, l’equivalente al massimo di una Peugeot e208 o di una Renault Mégane, con un’autonomia di circa 400 km.

Perché è troppo avido di materie prime rare
Prendiamo l’esempio di una batteria Renault Zoé. Per produrlo occorrono 7 chili di litio, 11 chili di manganese, 11 chili di cobalto e 34 chili di nichel. Il totale rappresenta circa 63 chili di metalli, illustrati “Complemento dell’inchiesta”, su France 2, nel 2020.

Queste materie prime si trovano in quantità limitate sul nostro pianeta. Julien Pillot, economista, anticipa i “conflitti d’uso” perché le stesse risorse sono necessarie per le turbine eoliche e per il fotovoltaico. Inoltre, il rischio è quello di sostituire la dipendenza dai paesi esportatori di petrolio con la dipendenza dai paesi che estraggono metalli rari, come la Cina.

Per i suoi cavi e rotori, un veicolo elettrico richiede anche una quantità di rame molto maggiore rispetto a un veicolo termico. Per Marco Daturi, professore e ricercatore nel laboratorio di catalisi e spettrochimica dell’Università di Caen, questo è un vicolo cieco.

“Al ritmo di estrazione attuale, in vent’anni avremo consumato quasi tutto lo stock di rame disponibile sulla Terra”.
Marco Daturi, ricercatore presso il laboratorio di catalisi e spettrochimica dell’Università di Caen.

Secondo lui, questo significa che “non è possibile sostituire il parco auto termico esclusivamente con auto elettriche” e che potremo farlo solo con una “percentuale relativamente piccola”.

miniera-litio

Miniera di Litio in Cina Luca,  Per ogni tonnellata estratta si calcolano dalle 5 alle 15 tonnellate di anidride carbonica prodotta, il più basso salario per gli estrattori e uno dei più alti tassi di mortalità. Il litio è il principale componente di batterie di cellulari, strumentazioni di vario genere, elettrodomestici e soprattutto delle macchine -elettriche- !!! miniera di litio in Cina. Per ogni tonnellata estratta si calcolano dalle 5 alle 15 tonnellate di anidride carbonica prodotta, il più basso salario per gli estrattori e uno dei più alti tassi di mortalità. Il litio è il principale componente di batterie di cellulari, strumentazioni di vario genere, elettrodomestici e soprattutto delle macchine -elettriche-

Perché l’interesse ecologico dell’elettrico vale solo per le auto leggere
“L’impatto di carbonio di un veicolo elettrico aumenta quasi in proporzione al suo peso, a sua volta fortemente influenzato dalla capacità di accumulo della sua batteria”, scrive Ademe in un avviso pubblicato il 10 ottobre. L’Agenzia incoraggia gli automobilisti a “scegliere un’auto con una batteria adatta solo per l’uso della maggioranza” e ad optare per “il modello di veicolo più piccolo e leggero possibile”.

I critici sono quindi emersi logicamente quando la Renault ha presentato lunedì un robusto SUV come nuovo modello elettrico della mitica 4L. “Non ha senso fare un SUV elettrico”, giudica Marco Daturi.

In Francia, circa il 40% delle vendite di veicoli sono SUV. Dobbiamo assolutamente riequilibrarlo, spostarci verso veicoli molto più leggeri”.
Pierre Leflaive, responsabile dei trasporti all’interno della rete di azione per il clima.

Nonostante questa novità del marchio di diamanti contro le indicazioni di Ademe, Bertrand-Olivier Ducreux rileva segnali positivi. “Fino all’anno scorso, l’auto elettrica più venduta in Francia era la Tesla Model 3, un’auto di fascia molto alta, molto costosa”. Secondo lui, “molte persone avevano un preconcetto elitario sull’auto elettrica”. Questa visione tende a cambiare. Nei primi otto mesi del 2022, le cinque auto elettriche più vendute in Francia sono la Peugeot e208, la Fiat 500e, la Dacia Spring, la Renault Zoé e la Renault Twingo E-TECH. Osserva che si tratta generalmente di auto che non sono SUV, che costano meno di 30.000 euro prima degli aiuti pubblici e pesano tra i 1.200 ei 1.250 chili a vuoto. “Queste vetture hanno trovato il loro mercato e mostrano una realtà industriale”, commenta l’ingegnere.

Perché l’auto elettrica è virtuosa solo sulle brevi distanze
Ad ascoltarli, i leader politici o i dirigenti delle case automobilistiche considerano il “passaggio all’elettrico” come la sostituzione dell’auto termica con l’auto elettrica. “Presto avremo auto che supereranno i 600 km di autonomia”, ha detto martedì a franceinfo Carlos Tavares, CEO di Stellantis. E per aggiungere: “Finché i consumatori vogliono acquistare autonomia, la mia missione è [rispondere]”.

“Se sostituiamo un veicolo termico con un veicolo elettrico, non raggiungiamo i nostri obiettivi climatici”, osserva Pierre Leflaive, del Climate Action Network.
Ademe, insiste l’ingegnere, mette in evidenza la piccola auto elettrica, “uno strumento efficace e rilevante”, per gli spostamenti quotidiani nel raggio di poche decine di chilometri. “Fino al recente passato, il veicolo termico era il coltellino svizzero della mobilità, poteva fare tutto. Non possiamo rimanere in questo modello”, ritiene Bertrand-Olivier Ducreux. Chiede una “rotta nei comportamenti” rispetto a un periodo in cui “abbiamo in parte scelto il nostro mezzo per i pochi viaggi più restrittivi dell’anno”: andando in vacanza a diverse centinaia di chilometri da casa sua, con tanti bagagli, uno o più bambini, e talvolta biciclette sul tetto.

Per questi lunghi viaggi, vede l’auto elettrica come un anello della catena. Invece di fare tutto il viaggio in macchina, si tratterebbe di prendere un autobus o un’auto per raggiungere una stazione, per esempio. Da lì, forse, i mezzi pubblici permetterebbero di prendere un treno della linea principale. Una volta lì, noleggiare un’auto elettrica ti permetterebbe di andare nel tuo luogo di vacanza e guidare in un raggio di 40-50 km.

Perché è il posto dell’auto (elettrica e non) che deve essere rivisto
L’auto elettrica è solo un “mattone in una gamma più ampia e diversificata di servizi di mobilità”, scrive Ademe. Questa proiezione si scontra con la pianificazione regionale, che ha privilegiato le strade e l’automobile, lasciando la rete ferroviaria ad erodere. Risultato: l’auto personale è uno dei principali mezzi di trasporto quotidiano per il 72% dei francesi, mentre la metà dei viaggi è inferiore ai 5 km, riferisce Ademe.

“A causa delle scelte della società, delle scelte politiche, parte della popolazione deve usare l’auto. Non possiamo biasimarli”. Marco Daturi.

Come Ademe, il ricercatore chimico invoca non un’unica soluzione, ma “soluzioni che si inseriranno nel tessuto del territorio”. Il progetto è tanto ambizioso quanto delicato. “Sfidare l’intera automobile nella società, investire massicciamente in ferrovia, sulla lunga distanza, ma anche sulla breve distanza, ridurre le distanze tra casa e lavoro, ridurre lo sprawl urbano… È una traiettoria politicamente più difficile che scommettere tutto sull’auto elettrica”, analizza Julien Pillot, economista, ricercatore Inseec, associato al CNRS.

Questo profondo cambiamento è tuttavia necessario, giudica Pierre Leflaive. Ricorda che 13 milioni di persone in Francia si trovano in una “situazione di mobilità precaria”, di cui 4 milioni senza accesso a un mezzo di trasporto individuale o collettivo, secondo la Fondazione per la natura e l’uomo. Per il Transport Manager del Climate Action Network, ridurre il parco auto non significa ridurre gli spostamenti. Secondo lui, si tratta di fornire maggiori opportunità alle persone che ne hanno bisogno. In questa visione, “la ferrovia sarà la punta di diamante della transizione del settore dei trasporti e ciò significa investire massicciamente”, osserva.

“La sfida non è muoversi meno bene. Al contrario, è adattarsi meglio alle nostre esigenze e, alla fine, avere una migliore mobilità per tutti”. Pierre Leflaive

Occorre ancora, concede Pierre Leflaive, migliorare la qualità delle alternative: la loro puntualità, la loro regolarità, il loro prezzo ma anche la loro comodità. Secondo il boss della SNCF, Jean-Pierre Farandou, per raddoppiare la quota del treno in viaggio è necessaria una busta di 100 miliardi di euro in quindici anni. Comprenderebbe investimenti per il potenziamento della vecchia rete, lo sviluppo di RER e nuove linee ad alta velocità. Risposta di Clément Beaune, ministro dei Trasporti: “Voglio davvero che se liberiamo risorse di bilancio – e le libereremo – le diamo priorità a questi trasporti per il lavoro, alla vita di tutti i giorni il più delle volte e al rete.” L’elettrificazione del parco auto e il rilancio del treno potrebbero far deragliare i conti pubblici. La sfida per lo Stato sarà quella di mantenere la carica”

Perfetto per il piano delle elite di distruzione del ceto medio:

  1. Non c’è abbastanza rame e altri metalli per fornire tutti di auto elettriche
  2. Quando le auto a combustione interna saranno vietate, una parte della popolazione resterà senza auto
  3. Le batterie devono essere piccole, con autonomia locale
  4. Per le vacanze o altri lunghi spostamenti si deve usare treno+automobilina a noleggio sul posto

Inizia l’Era della scarsità

  1. Il trasporto ferroviario sarà potenziato con 100 mld di investimenti (in Francia) per soddisfare la domanda futura dei senza auto
  2. Chi compra auto elettriche a elevata autonomia o SUV elettrici è dannoso per l’ambiente. Ma che importa? Loro sono i Ricchi, loro possono.

FONTE: https://www.maurizioblondet.it/auto-elettrica-grande-impostura/

 

 

 

ARTE MUSICA TEATRO CINEMA

L’UOMO DELL’ANNO

Regia di Barry Levinson. Un film con Robin WilliamsChristopher WalkenLaura LinneyLewis BlackJeff GoldblumDavid AlpayCast completo Titolo originale: Man of the Year. Genere Drammatico, – USA2006durata 115 minuti.

l film vede il grande attore Robin Williams nei panni di un noto presentatore di un talk show politico che decide di candidarsi alle elezione per il Presidente degli Stati Uniti.

L’ACCIDENTALE ASCESA AL POTERE DI UN ATTORE COMICO PER UN FILM TROPPO POLITICALLY CORRECT.

Recensione di Mattia Nicoletti
giovedì 10 maggio 2007

L’anchorman televisivo Tom Dobbs (Robin Williams), subissato da e-mail esultanti al momento di minacciare una candidatura alla presidenza degli Stati Uniti, decide di partecipare alla corsa alla Casa Bianca. Con un entourage capeggiato dal manager Jack Menken (Cristopher Walken), il suo cammino trionfale si scontra con la realtà e con un’ irreale onestà.
Le vicende romanzate sull’uomo più importante del mondo, il Presidente degli Stati Uniti, sono state spesso oggetto di sceneggiature cinematografiche e televisive. Da Un presidente – Una storia d’amore alla serie tv West Wing, che vedeva rispettivamente nel ruolo del protagonista Michael Douglas e Martin Sheen. In questa sorta di demistificazione della televisione che si impossessa del cinema (Tom Dobbs è un comedian del piccolo schermo che è parte di un film pensato per le sale), Robin Williams si muove alla perfezione nella prima ora, manifestando naturalezza e solo attimi caricaturali tipici della sua natura. A tenergli testa c’è un immenso Cristopher Walken, immobilizzato su una sedia a rotelle, che dispensa lezioni di recitazione a destra e a manca (nella sequenza del ballo il suo movimento dei piedi a ritmo di musica è un piccolo gioiello).
Il climax ascendente della prima parte sembra fermarsi al momento clou, per poi subire una lenta discesa, inesorabile, che tradisce lo spettatore come se fosse il tradimento di un manifesto programmatico di un politico appena eletto. Il film di Barry Levinson soffre così di un approccio politically correct tipico del regista, che gioca troppo con i generi senza affrontarne uno con convinzione. D’altra parte il Presidente degli Stati Uniti deve accontentare tutti. E questo non sempre è possibile.

Un po’ per scherzo, un po’ per pubblicità, Tom Dobbs, comico TV politicamente scorretto e spregiudicato, si fa iscrivere alla campagna elettorale per la presidenza degli USA. Tra la sorpresa generale, e la sua, viene eletto, ma una disfunzione nel sistema informativo per le elezioni gli ha attribuito voti non suoi. Lo scopre una donna che passa i suoi guai. È un altro dei film anti Bush Jr. arrivati da Hollywood e dintorni, sebbene la critica sia indiretta e cauta, come si addice a Levinson, democratico sincero e moderato, che l’ha anche prodotto e scritto. La parte più riuscita è la prima in cui si descrivono i rapporti tra il mondo dello spettacolo e della pubblicità e quello della politica. Il merito è anche di Williams che, pur sminuito dal doppiaggio, tiene a briglia corta il proprio istrionismo.

FONTE: https://www.mymovies.it/film/2006/luomodellanno/

 

 

 

 

ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

Cina, auto senza conducente di Elon Musk impazzisce e fa una strage: morti e feriti per Tesla

L’incidente del 5 novembre nella provincia meridionale del Guangdong ha ucciso un motociclista e una liceale, ha riferito Jimu News, pubblicando un video di un’auto che guida ad alta velocità e si schianta contro altri veicoli e un ciclista.” Così l’agenzia di stampa internazionale Reuters da la notizia della Tesla impazzita in Cina: l’automobile a guida senza conducente progettata dalla multinazionale del transumanista Elon Musk ha fatto morti e feriti nella provincia di Guangdong, sfrecciando all’impazzata sulle strade, travolgendo qualsiasi persona o cosa incontrasse, fino a schiantarsi per arrestare la folle corsa. Il video è davvero impressionante.

Si è trattato di una Tesla Model Y, dal soprannome della primogenita di Musk mentre il secondo genito è stato chiamato X, un’automobile “progettata per la sicurezza – afferma l’azienda statunitense produttrice – la sicurezza è l’elemento più importante di ogni Tesla. Progettiamo i nostri veicoli per superare gli standard di sicurezza.” Tesla Vision rileva le auto circostanti, aiuta ad impedire possibili collisioni e fornisce assistenza al parcheggio. La Tesla Model Y arriva a 100Km in appena 3,7 secondi e può raggiungere una velocità massima di 250 Km all’ora. Dotata di connessione Wi-Fi per gli aggiornamenti del software e uno schermo touch di 15 pollici, come si legge dal sito della produzione, il futuro della guida è autopilot, “per assisterti negli aspetti più gravosi della guida“.

Tesla insieme al colosso General Motors in quota BlackRock e Vanguard Group puntano infatti su automotive a robotaxi, cioè taxi-robotici, così come Volkswagen in Cina ha collaudato la guida autonoma. Come riportato nella 32^ puntata de IL TECORIBELLE, rubrica d’inchiesta curata da Maurizio Martucci, la lista nera delle auto-intelligenti è lunga: 2018, Stati Uniti, auto senza conducente investe e uccide una donna in Arizona. 2021, Cina, incidente mortale con auto senza conducente. 2022, Cina, auto senza conducente vola letteralmente dal terzo piano di un parcheggio a Shangai, due morti. 2022, Germania, un morto e nove feriti gravi durante un test di auto senza conducente, mentre sempre in America c’è poi un’indagine su 10 vittime da 30 incidenti provocati da auto-intelligenti. Ma non è tutto: “comprereste mai una macchina a guida autonoma che in qualche riga del suo algoritmo abbia scritto di uccidere il “pilota-passeggero” per salvare dei pedoni?”, si chiede RepubblicaSi, perché il futuro che prima non c’era, secondo il prestigioso britannico Telegraph, sarebbe morto ben prima di nascere: “non deve sorprenderci, poiché parliamo di una tecnologia che sarebbe di certo morta presto o tardi, l’unica incognita era il quando“.

Dal green pass delle auto alla guida senza conducente: con la macchina digitale finiremo tutti a piedi? – IL TECNORIBELLE

VIDEO QUI: https://youtu.be/bcx6fvxc9dE

FONTE: https://oasisana.com/2022/11/15/video-shock-cina-auto-senza-conducente-di-elon-musk-impazzisce-e-fa-una-strage-morti-e-feriti-per-tesla/

 

 

 

 

BELPAESE DA SALVARE

I soldi di Soros, la Bonino e l’Italia smemorata


Mi stupisco dello stupore. Carlo Calenda dice in televisione davanti a Bruno Vespa, gran cerimoniere della Repubblica, che Più Europa, il partito di Emma Bonino alleato di ferro del PD, ha ricevuto forti somme da George Soros, il gran burattinaio globale, il miliardario speculatore finanziario finto filantropo, regista di colpi di Stato, ufficiale pagatore di tutte le cause del mondo liberal. Si alza un polverone e si scopre l’acqua calda.  Tutto molto italiano.

Chi scrive queste note è autore di George Soros e la Open Society, un libro nel quale sono descritte questa e altre prodezze del magnate ungaro-americano.  Il volume è uscito da mesi, ha avuto un certo successo ed è pubblicato da un editore importante – Arianna Editrice- ma non in grado di spezzare la narrativa mainstream. I rapporti tra Soros, la sua organizzazione internazionale, la Open Society Foundation (OSF) e alcuni partiti e movimenti italiani, erano noti da tempo. Nessuna rivelazione, dunque, da parte di Calenda.

Tutto è alla luce del sole, documentato nei bilanci dell’OSF e nel suo sito ufficiale. Più Europa, del resto, ostenta con orgoglio la sua vicinanza a Soros. “Grazie, George! Rivendichiamo il suo sostegno a +Europa, per la nostra battaglia sui diritti umani, civili, la democrazia e lo Stato di diritto”, recita un messaggio ufficiale del partito. Soros santo (laico) subito! Ognuno sceglie gli amici che preferisce, ma fa sorridere una dichiarazione del partito che definisce “disinteressato” il gentile omaggio di Soros. Davvero un filantropo.

Peccato che, come dicevamo, tutto fosse noto e chiaro da anni e soprattutto che non abbia mai destato l’indignazione della stampa “indipendente”, della politica e della gente che piace ai potenti. Un ricco straniero paga un partito italiano – secondo Calenda ultimamente allo scopo di organizzare in Italia una lista elettorale “antifascista” – e nessuno fiata. Ma già, è un’antica abitudine italiana ricorrere agli stranieri per regolare i nostri affari interni.

E’ comunque un bene che si siano riaccesi i riflettori su George Soros, novantaduenne miliardario gran patrono del progressismo, pur se Carlo Calenda non è il soggetto più adatto a fare la morale ai suoi ex alleati politici. Lo statista dei Parioli, infatti, in un “cinguettio “del 14 gennaio 2019, difese apertamente Soros in una polemica legata a una campagna di stampa del Corriere della Sera. L’ex organo della borghesia lombarda aveva diffuso la notizia che la Commissione UE stava per attivare una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia- governata allora da Lega e Cinque Stelle- per affossare la legge di bilancio. Non era vero e il vice direttore del Corriere, Federico Fubini è un dirigente del ramo europeo dell’OSF. Nulla di illegale, ovviamente, e la notizia è un semplice infortunio professionale. Tuttavia Soros premeva molto in quella direzione sul suo amico Frans Timmermans, primo vice presidente della Commissione.

Nella polemica che ne seguì Calenda così scrisse: “Fubini è uno dei migliori giornalisti italiani, Soros è presidente di una fondazione che difende la società aperta e la democrazia. Io sto con Fubini e pure con Soros”. Una libera e rispettabile opinione, come quella di chi pensa che le rivelazioni strumentali di Calenda somigliano alla vecchia fiaba della volpe e dell’uva.

Nel merito, dunque, nessuna scoperta, solo la pubblica ammissione che una parte della classe politica italiana è – orgogliosamente- a libro paga di privati stranieri. Anni fa un rapporto diffuso dall’OSF indicava come “amici” (che non significa finanziati…) oltre duecento europarlamentari, tra i quali circa venti italiani. Parola loro.

I rapporti di Soros con il partito radicale sono antichi: Marco Pannella gli consegnò addirittura la tessera di iscritto. A onore del vero e dei militanti onesti, va detto che le polemiche interne per i finanziamenti di Soros furono durissime. Peraltro, generalmente l’Open Society finanzia in maniera indiretta. Aiuta – talvolta fonda essa stessa- organizzazioni affini impegnate in tematiche specifiche, commissiona dei rapporti, organizza e pubblicizza convegni pubblici o campagne dirette a un obiettivo. In Italia sono almeno settanta i beneficati di Soros, nonostante il budget destinato al nostro paese- estrema periferia dell’impero- sia modesto, il due-tre per cento di un bilancio che negli ultimi anni si è avvicinato al miliardo e mezzo annuo di finanziamenti.

Soros ha sostenuto associazioni giuridiche di sinistra, gruppi Rom, associazioni immigrazioniste, altre impegnate a favore di eutanasia e aborto libero, e perfino Carta di Roma, un’iniziativa dell’Ordine dei Giornalisti che ha prodotto una sorta di glossario, ossia le “giuste “parole da utilizzare nell’ambito delle notizie legate ai fenomeni migratori. Calenda tace al riguardo, ma la galassia Soros è tra i maggiori finanziatori e fiancheggiatori di organizzazioni e associazioni attive nel favoreggiamento dell’immigrazione. In America ha stanziato oltre cento milioni di dollari a favore dei candidati democratici alle elezioni di medio termine.

Fu una delle sue associazioni a fornire al governo tedesco il piano per la collocazione in Germania di un milione di immigrati nella fase più sanguinosa della guerra in Siria. L’Open Society è attivissima sul fronte delle politiche di depenalizzazione di alcune droghe ed ha largamente finanziato campagne ed operazioni politiche volte a rovesciare governi in almeno tre continenti, tra i quali, in collaborazione con la NED (National Endowment for Democracy) emanazione della CIA, il colpo di Stato in Ucraina del 2014.

Ha controllato a lungo, attraverso una rete associativa capillare, sempre provvista di fondi, la nomina di giudici della CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), possiede una grande agenzia di stampa che fornisce contenuti a centinaia di testate di tutto il mondo. Ha persino costituito, sulla falsariga dell’americano CFR (Consiglio per le Relazioni Estere) legato ai Rockefeller, l’ECFR (European Council for Foreign Relations), cui partecipano diversi italiani, tra i quali la stessa Bonino e, in passato, Giuliano Amato, uno dei protagonisti del terribile 1992.

Potremmo continuare, ma lasciamo il resto alla lettura del libro (un po’ di pubblicità non guasta…). Insomma, Più Europa e personalmente Emma Bonino sono amici e beneficati di vecchia data del sedicente filantropo. Nessuna legge lo vieta, buon pro gli faccia. Forse a qualche italiano dà ancora fastidio che la politica nazionale sia determinata da stranieri a colpi di denaro, o forse ci illudiamo.

C’è un’altra domanda, più inquietante: perché qualcuno in Italia esalta e ringrazia George Soros, quando il finanziere fu protagonista dell’attacco alla lira nel 1992 che impoverì tutti noi, ci mise alla mercé della speculazione e determinò, nella rovinosa stagione delle privatizzazioni, la svendita a prezzo stracciato delle banche e dell’industria pubblica, di proprietà del popolo italiano attraverso le Partecipazioni Statali? La lira non valeva più nulla, il danno inferto al sistema Italia fu stimato da Piero Barucci, ministro del Bilancio, in sessantamila miliardi al valore del tempo. Il sistema finanziario, industriale, i fondi d’investimento di rapina, fecero shopping dei gioielli italiani.

Uno dei sicari della lira fu George Soros, eppure gli venne conferita pochi anni dopo una laurea honoris causa dall’Università di Bologna, consegnata da Romano Prodi. Nel giudizio di Paolo Cirino Pomicino, ministro del Bilancio sino al giugno 1992, “la questione della svalutazione della lira è una storia di tradimento della repubblica”.  Parole che danno i brividi, ma il nostro è un popolo che dimentica facilmente.

Soros può vantare in Italia anche un premio letterario. Era il 2013 e il magnate si recò personalmente a ritirarlo, per il libro La crisi globale e l’instabilità finanziaria europea. Nell’occasione furono inevitabili le domande sui giorni terribili del settembre 1992. La risposta fu serafica: gli speculatori fanno il loro lavoro, non hanno colpe. Queste semmai competono ai legislatori che permettono che le speculazioni avvengano. ” Verissimo, gli speculatori sono lupi con l’istinto di attaccare le greggi; spetta ai pastori – cioè al potere pubblico – tenerli lontani dalle vittime. Certo, se alcuni di loro sono a libro paga dei lupi…

Tra le reazioni negative al premio ci fu quella di un gruppo ambientalista, Salviamo la foresta, che ricordò gli interessi di Soros nei terreni coltivabili in Sud America. Un quarto circa delle aziende agricole argentine (dove c’è chi soffre la fame) sono di proprietà di Adecoagro, di cui il magnate è il principale azionista. La maggior parte dei terreni sono monocolture di cereali per l’esportazione, alla faccia della biodiversità difesa dagli ecologisti, una parte dei quali, come il partito Verde tedesco e gli attivisti di Green Strike Climate (Greta Thunberg) ricevono ampio sostegno dalla rete Soros.

Carlo De Benedetti, finanziere ex editore de La Repubblica, scrisse all’amico George nel 2005 una lettera di presentazione in cui definiva Francesco Rutelli – latore della missiva a New York con una delegazione del defunto partito della Margherita- un politico di sicuro avvenire. Secondo l’inviato di Repubblica “tutti rimasero affascinati dal personaggio, tanto che questo è stato solo il primo di una serie di incontri; il rapporto certamente andrà avanti”. Per Francesco Verderami del Corriere della Sera, “Rutelli ha gettato le basi per un rapporto duraturo con la Open Society, la più famosa delle fondazioni create dal finanziere”.

Poi le vie di Rutelli (un ex radicale) cambiarono. Resta l’ingerenza e i termini entusiastici con cui la stampa italiana presentò quei fatti. Un altro ammiratore di Soros è Gad Lerner, che durante la trasmissione televisiva Piazza pulita, su La7, si sperticò in lodi al miliardario con un roboante “Viva Soros” applaudito dal selezionato pubblico dello studio. Il conduttore Corrado Formigli dovette interromperlo ricordando che nel 1992 Soros “ha fatto a pezzi l’Italia con una manovra”.

Di che stiamo parlando, dunque, quando banalizziamo i finanziamenti della rete di Soros o fingiamo di scoprirli dopo anni e anni? Emma Bonino ricopre cariche di vertice nelle organizzazioni del sedicente filantropo. Valuti ciascuno il suo ruolo, le sue scelte politiche, la sua indipendenza. Ma, lo ripetiamo, nessuno cada dal pero: certe connessioni sono note e chiare da tempo. L’Italia non è solo una colonia a sovranità limitata di Stati e potentati esteri; è anche un terreno di azione politica e ideologica- oltreché di concreti interessi- di privati cittadini stranieri, come il miliardario Soros che paga politici, gruppi, associazioni culturali, circoli immigrazionisti e giuridici, eccetera.

Ora ci credete perché lo ha detto un uomo del sistema a favore di telecamera. Meglio tardi che mai: sorridi quando la verità fiorisce sulle labbra del tuo avversario.  Ma permettete una precisazione: io ve lo avevo detto!

FONTE: https://www.ilpensieroforte.it/dibattiti/6313-i-soldi-di-soros-la-bonino-e-l-italia-smemorata

 

 

CONFLITTI GEOPOLITICI

Il fondo nero di criptovalute FTX ora crollato ha riciclato denaro donato dall’Ucraina ai candidati democratici per aiutare a truccare le elezioni di metà mandato

Immagine: ROTTURA: il fondo nero di criptovalute FTX ora crollato ha riciclato denaro donato dall'Ucraina ai candidati democratici per aiutare a truccare i mid-terms

Natural News ) Il fondo nero di criptovalute FTX gestito dall’ormai caduto in disgrazia Sam Bankman-Fried (e dai suoi compagni di college del MIT) ha riciclato denaro per l’Ucraina in quasi 40 milioni di dollari di donazioni per la campagna per i Democratici nelle elezioni di medio termine del 2022.

Nell’ultimo anno, Joe Biden e i Democratici hanno stanziato finanziamenti per oltre 50 miliardi di dollari per l’Ucraina, utilizzando i soldi dei contribuenti statunitensi. A livello internazionale, oltre 100 miliardi di dollari sono stati donati all’Ucraina, secondo Devex.com , che ha raccolto donazioni e sovvenzioni in tutto il mondo alla causa ucraina.

FTX ha elaborato simultaneamente le donazioni all’Ucraina utilizzando la sua infrastruttura crittografica. Come riportato da CoinDesk.com nel maggio di quest’anno , “l’Ucraina collabora con FTX, Everstake per lanciare un nuovo sito Web per la donazione di criptovalute”.

In altre parole, il regime corrotto dell’Ucraina ha collaborato con un fondo clandestino corrotto per prendere dollari dal governo corrotto degli Stati Uniti e incanalarli nelle mani di candidati democratici corrotti per vincere elezioni truccate di medio termine.

Secondo i dati pubblicati da OpenSecrets.org , Sam Bankman-Fried ha donato quasi 40 milioni di dollari a candidati politici nelle elezioni di medio termine del 2022. Solo $ 235.200 sono andati ai repubblicani , mentre il resto è andato ai democratici. FTX, in altre parole, era un’operazione di riciclaggio di denaro sporco dei democratici che ha aiutato i democratici a vincere le elezioni di medio termine (oltre alle loro ovvie operazioni di imbroglio, riempimento delle schede elettorali e raccolta delle schede elettorali).

Si pone l’ovvia domanda: quali democratici hanno preso questo denaro sporco da FTX, che aveva rubato il denaro ai propri clienti? Sappiamo che Fetterman ha ricevuto un notevole sostegno finanziario da FTX, per esempio.

Brighteon.TV

Come riporta CoinDesk.com:

“Aid for Ukraine”, che ha il sostegno dell’exchange di criptovalute FTX, della piattaforma di staking Everstake e dell’exchange ucraino Kuna, indirizzerà le criptovalute donate alla Banca nazionale dell’Ucraina, ha detto a CoinDesk il responsabile della crescita di Everstake, Vlad Likhuta. È coinvolto anche il Ministero della trasformazione digitale ucraino esperto di criptovalute.

Gli sforzi collettivi del paese hanno già raccolto circa 48 milioni di dollari in bitcoin (BTC), DOT, ether (ETH), SOL, tether (USDT) e altre criptovalute, secondo il sito web. Altre stime collocano l’importo più vicino a $ 100 milioni, ma i totali variano a seconda delle oscillazioni del mercato e dei siti Web inclusi.

In altre parole, se hai donato denaro all’”Ucraina” tramite questo meccanismo, in realtà hai donato ai Democratici in un’elezione truccata finanziata da contributi elettorali illegali riciclati tramite FTX (che sta emergendo sempre più come l’hub crittografico gestito da persone con legami globalisti).

Ecco la propaganda spinta dal regime ucraino per aiutare a narrare la storia di copertura di tutto questo:

La banca centrale sta utilizzando le donazioni per sostenere “programmi di aiuto umanitario” e le forze armate ucraine, secondo il sito web. “Le persone continueranno la loro lotta per la libertà, ma hanno bisogno di più munizioni e necessità”, si legge nel sito web.

Non sappiamo quanti di questi fondi siano effettivamente andati in Ucraina, ma sappiamo che Sam Bankman-Fried è stato uno dei maggiori donatori di denaro ai candidati democratici nelle elezioni di medio termine del 2022 (quasi 40 milioni di dollari, come mostrato sopra).

Un tentativo di acquisizione di agenzie di regolamentazione e legislatori

Come riporta anche DailyWire.com, Sam Bankman-Fried stava apparentemente cercando di riscattare le autorità di regolamentazione dei titoli e i legislatori del governo federale, ovviamente per pagare per la “protezione” mentre compiva numerosi crimini finanziari e operazioni di riciclaggio di denaro.

Tramite DailyCaller.com :

Dem Megadonor sotto indagine federale ha finanziato i legislatori che sovrintendevano all’agenzia che stava facendo pressioni

Il CEO di criptovaluta e donatore democratico Sam Bankman-Fried ha finanziato le campagne dei principali legislatori che sovrintendono alla Commodity Futures Trading Commission (CFTC), l’agenzia incaricata di regolamentare l’industria delle criptovalute, mentre faceva pressioni sulla CFTC per una maggiore supervisione sul mercato delle risorse digitali.

Bankman-Fried ha donato al presidente e membro di rango della commissione per l’agricoltura del Senato, la commissione che ha giurisdizione sulla CFTC, nonché a numerosi altri membri del Congresso coinvolti nella supervisione della CFTC.

Il CEO di FTX ha anche speso centinaia di migliaia di dollari facendo pressioni sui legislatori e sulla CFTC su una legislazione che amplierebbe la portata del ruolo dell’agenzia nella regolamentazione dell’industria delle criptovalute.

Ecco un grafico di alcune delle acquisizioni e degli investimenti di FTX, assemblato da Fortune / Anthony Kwan, proveniente da Crunchbase :

Il massiccio “auto-hack” ha prosciugato altri quasi 1 miliardo di dollari dai conti FTX

Ieri sera tardi, l’app FTX è stata aggiornata automaticamente e trasformata in un’app Trojan Horse che ha effettuato l’accesso agli account degli utenti e ha rubato i loro soldi. Ne abbiamo parlato in una storia precedente su NewsTarget.com . Finora oggi sappiamo che circa $ 1 miliardo di fondi rimanenti è stato saccheggiato da FTX. È opinione diffusa che questo sia un “auto-hack” di FTX da parte dei suoi fondatori o addetti ai lavori che stanno tentando di prendere i soldi e scappare , in stile Mt. Gox.

Come riportato oggi da CoinDesk.com :

Più di $ 600 milioni sono stati sottratti dai portafogli crittografici di FTX venerdì scorso. Poco dopo, FTX ha dichiarato nel suo canale Telegram ufficiale di essere stato compromesso, chiedendo agli utenti di non installare nuovi aggiornamenti e di eliminare tutte le app FTX.

“FTX è stato violato. Le app FTX sono malware. Eliminali. La chat è aperta. Non andare sul sito FTX in quanto potrebbe scaricare trojan “, ha scritto un amministratore dell’account nella chat di FTX Support Telegram. Il messaggio è stato appuntato dal General Counsel di FTX Ryne Miller.

In sostanza, ora, dopo aver creato il più grande fondo clandestino di criptovalute al mondo per cercare di mantenere al potere i democratici corrotti, qualcuno con accesso interno a FTX sta apparentemente saccheggiando gli ultimi miliardi di dollari di asset dell’azienda.

CNBC riferisce inoltre che Sam Bankman-Fried aveva una “porta di servizio” segreta nel sistema di contabilità finanziaria che gli consentiva di “trasferire miliardi” senza alcun controllo normativo di sorta. Da CNBC.com :

Tra $ 1 miliardo e $ 2 miliardi di fondi dei clienti FTX sono scomparsi, SBF aveva una “porta sul retro” segreta per trasferire miliardi: rapporto

Mentre l’FTX di Sam Bankman-Fried entra nella protezione contro i fallimenti, Reuters riferisce che tra $ 1 miliardo e $ 2 miliardi di fondi dei clienti sono svaniti dal fallito scambio di criptovalute.

Sia Reuters che The Wall Street Journal hanno scoperto che Bankman-Fried, ora ex CEO di FTX, ha trasferito 10 miliardi di dollari di fondi dei clienti dal suo scambio di criptovalute alla società di trading di asset digitali, Alameda Research.

Questa storia si è appena conclusa John McAfee, in altre parole, e non è nemmeno finita.

Si noti che FTX deteneva enormi partecipazioni in Robinhood (simbolo HOOD a Wall Street) e prevediamo il caos totale del mercato per HOOD lunedì mattina.

Bitcoin, curiosamente, sta resistendo relativamente bene a questa tempesta dopo essere sceso dall’intervallo di $ 21.000 a circa $ 16.000 nel caos. L’esposizione di Bitcoin alle ricadute FTX potrebbe essere limitata, anche se Bitcoin e tutte le altre criptovalute dovranno quasi sicuramente affrontare un severo controllo normativo dopo che questo fiasco sarà completamente svelato.

Ottieni maggiori dettagli nel podcast di aggiornamento sulla situazione di oggi:

– FTX era un enorme SLUSH FUND digitale per i Democratici
– Il denaro è stato creato dal nulla tramite FTT (token), poi venduto alle vittime della truffa
– Milioni sono andati a Fetterman e altri Democratici per influenzare le elezioni di medio termine
– Sam Bankman-Fried aveva promesso 1 miliardo di dollari a Dems entro il 2024
– I media globalisti come Reuters e Forbes hanno poi attaccato il rivale Binance
– Il CEO di Binance CZ ha avuto bisogno solo di due tweet per far cadere la frode FTX
– Binance è più libertario e vuole coesistere su Twitter con Elon Musk e libero discorso
– Binance non ruba depositi / fondi degli utenti e non fa scommesse folli (come ha fatto FTX)
– Stiamo assistendo al crollo dell’egemonia del dollaro
– Le nazioni BRICS+ lanceranno a breve una nuova valuta di riserva globale sostenuta da materie prime
– Hub come Binance probabilmente consentiranno agli americani di acquistare valute BRICS+ tramite stablecoin
– Ciò darebbe agli americani un modo per RISPARMIARE denaro senza perdere a causa della svalutazione del dollaro
– Il futuro del commercio mondiale lo farà riposare su denaro onesto, sostenuto da merci reali

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Palestinesi: Perché gli attacchi ai cristiani vengono ignorati?

Una serie di episodi di violenza avvenuti a Betlemme e nelle vicine città di Beit Jala e Beit Sahour ha lasciato molto scosso i cristiani, i quali sono preoccupati per la loro sicurezza e per il loro futuro sotto l’Autorità Palestinese. La scorsa settimana, decine di uomini musulmani hanno attaccato la Chiesa greco-ortodossa degli Antenati, a Beit Sahour, lanciando pietre e ferendo diversi cristiani. Nella foto: Beit Sahour. (Fonte dell’immagine: Iseidgeo/Wikimedia Commons)

Una serie di episodi di violenza avvenuti a Betlemme e nelle vicine città di Beit Jala e Beit Sahour ha lasciato molto scossi i cristiani, i quali sono preoccupati per la loro sicurezza e per il loro futuro sotto l’Autorità Palestinese (AP).

Numerosi cristiani che vivono in queste comunità si lamentano del fatto che l’Autorità Palestinese non sta facendo abbastanza per punire coloro che attaccano le chiese e le attività di proprietà dei cristiani. Gli autori sono musulmani che costituiscono la maggioranza della popolazione nella zona di Betlemme.

All’inizio di quest’anno, il pastore evangelico palestinese Johnny Shahwan è stato arrestato dalle forze di sicurezza dell’AP perché accusato di “promuovere la normalizzazione delle relazioni” con Israele.

L’arresto è avvenuto dopo che Shahwan, fondatore e presidente del consiglio del Beit Al-Liqa (Casa dell’Incontro) a Beit Jala, è apparso in una foto insieme al rabbino Yehuda Glick, ex membro del Parlamento israeliano, la Knesset.

Beit Al-Liqa è una comunità cristiana e un centro di formazione. Accusato di aver ospitato il rabbino insieme a un gruppo di turisti tedeschi, il centro è stato chiuso per una settimana dall’Autorità Palestinese.

Dopo che la foto del pastore e del rabbino è apparsa sui social media, uomini armati non identificati hanno sparato colpi di arma da fuoco contro il centro. Nessuno è rimasto ferito e nessun danno è stato segnalato. Secondo alcune fonti, il pastore sarebbe stato tenuto in custodia per più di un mese per proteggerlo dai palestinesi che lo minacciavano di morte.

In un altro episodio avvenuto all’inizio di quest’anno, un numeroso gruppo di uomini musulmani mascherati, armati di bastoni e sbarre di ferro, ha aggredito i fratelli cristiani Daoud e Daher Nassar mentre erano impegnati a lavorare il loro terreno. Bshara Nassar, figlio di Daher, ha commentato:

“Sono particolarmente sconcertato dal fatto che questo [attacco] sia stato compiuto da un gruppo di uomini palestinesi mascherati del vicino villaggio di Nahalin. Questo sicuramente non riflette né determina chi sia il popolo palestinese, e non siamo certi delle loro motivazioni né chi ci sia dietro di loro. Ma è davvero difficile vedere i nostri fratelli palestinesi attaccare la famiglia. La famiglia chiede giustizia e che gli autori dell’attacco siano ritenuti responsabili delle loro azioni”.

All’inizio di ottobre, individui armati hanno sparato contro il Bethlehem Hotel per aver esposto simboli ebraici in una delle sue sale riunioni. Gli uomini armati hanno accusato l’hotel di proprietà cristiana di “promuovere la normalizzazione delle relazioni con Israele” a causa delle sagome di cartone di una stella di David e di una Menorah che sono state collocate nella sala.

Il ministero del Turismo palestinese ha ordinato la chiusura della sala e ha riferito di aver avviato un’indagine sulle affermazioni secondo cui l’hotel si stava preparando a ospitare una celebrazione ebraica.

Il terrorizzato direttore dell’hotel, Elias al-Arja, ha negato che fosse così. Ha detto alla stazione radio palestinese Mawwal che un gruppo di turisti filippini si stava preparando a tenere una conferenza religiosa cristiana nella sala riunioni. “Non permettiamo agli ebrei di venire qui”, ha asserito al-Arja. “Non organizziamo mai feste per le festività ebraiche”.

Fatah, la fazione al potere guidata dal presidente dell’AP Mahmoud Abbas, ha diffuso un comunicato in cui condannava il tentativo di organizzare una “festa sionista” nell’hotel, definendolo una “pugnalata a Betlemme e un tradimento delle tradizioni e dei valori del Terra Santa”.

L’attacco più recente ai cristiani è avvenuto alla fine di ottobre, quando decine di uomini musulmani hanno preso di mira la Chiesa greco-ortodossa degli Antenati, a Beit Sahour. Durante l’attacco, gli assalitori hanno lanciato pietre contro la chiesa, ferendo diversi cristiani.

I residenti della città cristiana hanno chiesto all’Autorità Palestinese di arrestare tutte le persone coinvolte. Hanno dichiarato che l’assalto alla chiesa era un attacco all’intera città. Dopo l’episodio di violenza, le campane della chiesa hanno suonato per chiedere aiuto e alcuni video circolati sui social media hanno mostrato gli aggressori che lanciavano pietre contro l’edificio.

L’arcivescovo greco-ortodosso Atallah Hanna ha denunciato l’attacco definendolo “sconcertante” e “orribile”. E ha aggiunto:

“L’attacco alla chiesa è un atto criminale per eccellenza. La chiesa non è un luogo dove regolare i conti ed esprimere odio da parte di coloro che hanno perso la loro umanità e il senso patriottico”.

Shadi Khalloul, un importante sostenitore dei diritti cristiani, ha affermato in risposta all’assalto:

“La tribù araba musulmana di Atamra ha attaccato ieri sera la chiesa cristiana a Bet Sahour, nei pressi di Betlemme. Hai mai visto un cristiano attaccare una moschea [sic] nelle città a maggioranza cristiana del Medio Oriente? Ovviamente no. Questo dimostra la differenza di cultura, fede, rispetto e riconoscimento che abbiamo”.

Anche l’Assemblea degli Ordinari cattolici di Terra Santa ha condannato l’attentato affermando:

“Un gruppo di uomini ha attaccato la chiesa di Beit Sahour dopo una rissa tra giovani.

“Condanniamo questo attacco e chiediamo che l’Autorità Palestinese consegni quanto prima gli aggressori alla giustizia. Per contro, ringraziamo tutti coloro, di fedi e famiglie diverse, che sono arrivati sul posto e hanno fatto del loro meglio per proteggere la chiesa. Ci auguriamo che in futuro non si verifichino episodi del genere ed esortiamo tutti a tenere i luoghi di culto lontani da qualsiasi controversia”.

Come avvenuto in circostanze precedenti, l’AP non ha adottato misure concrete per punire coloro che attaccano i cristiani o i luoghi santi cristiani nell’area di Betlemme. Nell’aprile 2002, diversi uomini armati fecero irruzione nella Chiesa della Natività a Betlemme. Tre monaci tenuti in ostaggio dagli uomini armati riuscirono a fuggire dalla chiesa attraverso un cancello laterale. Dissero agli ufficiali dell’esercito israeliano che i miliziani avevano rubato oro e altri oggetti, inclusi crocifissi e libri di preghiere.

Tali episodi sono la ragione principale per cui molti cristiani non si sentono più al sicuro nelle aree controllate dall’Autorità Palestinese, in Cisgiordania. Il numero dei cristiani è notevolmente diminuito negli ultimi decenni: se nel 1948 i cristiani rappresentavano il 18 per cento della popolazione della Cisgiordania, di Gaza e di Israele, oggi sono appena il 2 per cento. A Betlemme, la loro percentuale è scesa dall’80 al 12 per cento. Molti si sono trasferiti negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.

Gli attacchi dei musulmani ai cristiani vengono spesso ignorati dalla comunità internazionale e dai media, che sembrano far sentire la propria voce solo quando riescono a trovare il modo di incolpare Israele.

Un’altra situazione preoccupante è data dal fatto che i leader della comunità cristiana in Cisgiordania sono riluttanti a ritenere responsabili degli attacchi l’Autorità Palestinese e i loro vicini musulmani. Hanno paura di ritorsioni e preferiscono attenersi alla linea ufficiale di ritenere Israele l’unico responsabile della sofferenza della minoranza cristiana.

Purtroppo, è lecito ritenere che la difficile situazione dei cristiani palestinesi non farà che peggiorare, visto il silenzio della comunità internazionale e il timore fin troppo giustificato di subire rappresaglie che attanaglia i loro stessi leader.

Khaled Abu Toameh è un pluripremiato giornalista che vive a Gerusalemme. È Shillman Journalism Fellow al Gatestone Institute.

FONTE: https://it.gatestoneinstitute.org/19116/palestinesi-attacchi-cristiani

 

 

 

New York Times: l’Ucraina, un banco di prova perfetto per le armi…

Soldati ucraini si addestrano all'uso di droniTempo di lettura: 4 minuti

Il G-20 di Bali si è aperto con un piccolo giallo: la notizia che il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov era stato ricoverato in ospedale. Questa ha fatto il giro del mondo, senza che nessuno dei giornalisti che l’hanno rilanciata si sia premurato di accertarne la veridicità, cosa alquanto semplice (bastava una telefonata agli organizzatori del summit, c’erano delegati di 20 nazioni e cronisti al seguito).

Resta il mistero del perché si sia sparsa in tutto il mondo tale fake, che, se non è nata a scopo intimidatorio, lo è diventata di fatto attraverso il rilancio globale.

Il G-20 di Bali e la fine dell’unilateralismo

Per il resto, a oggi l’unico reale risultato del G-20 è stato l’incontro tra Biden e Xi Jinping, i quali hanno parlato per tre ore tentando di accordarsi su come evitare che le attuali tensioni tra Usa e Cina sfocino in guerra, militare e commerciale, e di porre un freno all’incombente Guerra Fredda.

Un incontro fruttuoso tra le due più grandi potenze globali, nel quale, di fatto e al di là delle conflittualità future, è stata ufficialmente sancita la fine dell’unipolarismo americano post ’89, che invano si è tentato di rilanciare attraverso la guerra ucraina. Non tornerà.

Il G-20 ha dato occasione a Zelensky per un’ennesimo show, nel quale il comico prestato alla politica si è presentato sotto altra veste, quella del pacificatore, ma ponendo condizioni talmente massimaliste che di fatto negano ogni reale possibilità al negoziato. D’altronde, anche nell’occasione indossava l’usuale magliettina verde militare, in conformità alla solita sceneggiatura cui soggiace.

Resta che non sta a Zelensky aprire o chiudere porte, nonostante quanto si dichiara nelle Cancellerie d’Occidente, ma ai suoi sponsor, senza i quali l’Ucraina collasserebbe in un giorno.

Sono loro a dare o togliere la corrente al tragico show ucraino e la possibilità che una trattativa possa aprirsi esiste, nonostante tutte le manovre di contrasto messe in campo, anche se resta il dubbio sullo scopo della stessa, se cioè sia qualcosa di reale o solo una tattica dilatoria per impedire un’eventuale controffensiva dei russi nel prossimo inverno e dar modo all’esausto esercito ucraino di riorganizzarsi per riprendere la pugna più in là.

Siamo consapevoli che molti analisti non tengono in alcun conto l’ipotesi di una controffensiva dell’esercito russo, come se non fosse nemmeno nel novero delle possibilità, dal momento che l’inverno, dicono, non consentirà ai contendenti di manovrare.

Ma se qualcuno di questi leggesse almeno un libro di storia, scoprirebbe con certa sorpresa che i russi distrussero l’armata nazista e i loro vari alleati (tra cui, purtroppo, gli italiani) proprio nella controffensiva invernale. E parliamo di anni in cui le capacità militari e logistiche erano molto meno avanzate del presente.

Probabilmente gli americani hanno più contezza di tale possibilità degli analisti da salotto, da cui la spinta a un negoziato, reale o tattica che sia, per impedirla e incassare la vittoria grazie al ritiro dei russi da Kherson (evidentemente concordato col nemico – leggi Stati Uniti – come evidenziano l’ordine e la velocità con cui è avvenuto).

Da qui l’incontro segreto ad Ankara tra i capi dell’intelligence russa e americana che potrebbe preludere ad altri e più importanti sviluppi, sempre che non prevalga il partito della guerra, che peraltro ha appena vinto le elezioni di midterm negli Usa (per i dettagli rimandiamo a Responsible Statecraft, articolo dal titolo: “Perché il Partito della Guerra è il vero vincitore delle elezioni di midterm”).

Il banco di prova per le armi

In attesa, ci sembra interessante l’articolo di Lara Jakes sul New York Times dal titolo: “Gli alleati occidentali guardano all’Ucraina come a un banco di prova per le armi”.

Forse basterebbe il titolo per dare l’idea della follia di cui è vittima l’Ucraina, costretta a perseguire questa guerra per procura contro la Russia fino all’ultimo ucraino. Ma riportiamo ugualmente parte dell’articolo perché istruttivo.

Nell’incipit, la Jakes racconta entusiasta di come nel teatro di guerra sia stato “silenziosamente” introdotto un nuovo dispositivo tecnologico chiamato Delta, “una rete online usata da militari e civili” per “tracciare e condividere informazioni” sulle forze russe.

“Delta – scrive la Lakes – è un esempio di come l’Ucraina sia diventata un banco di prova per armi e sistemi di informazione all’avanguardia e nuovi modalità d’uso [di sistemi esistenti], che politici e militari occidentali prevedono possano plasmare la guerra per le generazioni a venire”.

Certo, è in corso una battaglia tradizionale di logoramento, con armi convenzionali, nondimeno “i progressi nella tecnologia e nell’addestramento in atto nella guerra ucraina vengono attentamente monitorati per verificare come stanno cambiando il volto dello scontro. Oltre a Delta, ci sono i droni navali telecomandati, le armi anti-drone note come SkyWipers e una versione aggiornata di un sistema di difesa aerea costruito in Germania che l’esercito tedesco non ha ancora utilizzato” (1).

“L’Ucraina è il miglior banco di prova possibile, perché abbiamo l’opportunità di testare tutte le idee in una battaglia vera e introdurre cambiamenti rivoluzionari nella tecnologia militare e nella guerra moderna”, ha affermato Mykhailo Fedorov, vice primo ministro ucraino e ministro della trasformazione digitale.

Nella mente l’immagine del banco sopra evocata va inevitabilmente a sovrapporsi a quella di un banco da macellaio… Ma forse siamo antiquati. Forse è per questo che l’entusiasmo con cui l’articolo racconta certe meraviglie ci lascia interdetti.

Alla memoria torna però anche altro. Un cenno di papa Francesco, che appare profetico alla luce di tanta allucinata tecno-macelleria, riguardo la guerra ucraina, quando disse “…registro l’interesse di testare e vendere armi. È molto triste, ma in fondo è proprio questo a essere in gioco“.

Già, l’ingerenza indebita delle industrie delle armi – un tempo si chiamavano mercanti di morte – non aiuta a costruire la sospirata pace. Se si tiene conto, poi, che l’America è usa a risolvere le sue crisi grazie alle guerre, le cose si complicano ancor di più (sul punto rimandiamo a un documentato report sul web).

(1) Strano che nell’articolo non si citi Starlink, dal momento che è la prima volta che viene utilizzata in guerra una rete satellitare tanto sofisticata e tanto decisiva. Ma forse la dimenticanza è dovuta al fatto che il patron della stessa, Elon Musk, con l’acquisto di Twitter si è messo in urto con l’establishment a cui il NYT presta la voce. Caduto in disgrazia anche per aver proposto un improvvido piano di pace, il suo contributo alla guerra per procura può essere relegato all’oblio.

FONTE: https://piccolenote.ilgiornale.it/mondo/new-york-times-lucraina-un-banco-di-prova-perfetto-per-le-armi

 

 

 

Ucraina: Biden e il generale Milley aprono al negoziato

il Generale Mark MilleyTempo di lettura: 4 minuti

Putin non andrà al G-20. Sfuma, dunque, la possibilità di un incontro con Biden che, seppur remota, pure esisteva. Ma il fatto che la decisione sia stata annunciata lo stesso giorno del ritiro russo da Kherson, lascia aperta la possibilità di avviare un processo di pace russo-ucraino. Tale ritiro, infatti, deriva certo da una strategia militare, ma è anche un segnale distensivo inviato alla controparte, che va analizzato.

Il ritiro da Kherson: lo scenario militare

Anzitutto va considerato l’aspetto militare. Abbandonando Kherson, la Russia ha deciso di attestarsi sulla riva sinistra del Dniepr, costituendo un fronte più difendibile, in attesa dell’inverno nel quale tale consolidamento, ad oggi inespugnabile, avrà come esito lo stallo del conflitto oppure di offrire una base di ripartenza solida per la campagna invernale.

Il secondo aspetto rilevante del riposizionamento è che esso appare ordinato e coordinato, addirittura annunciata pubblicamente dal ministro della Difesa Shoigu e preceduto dall’evacuazione dei cittadini di Kherson che hanno accolto l’invito in tal senso di Mosca, cosa che li preserverà da eventuali ritorsioni ucraine, una volta che la città sarà passata di mano (come registrato altrove).

Non solo, in questa operazione la Russia ha evitato il rovescio pregresso, quando ha ritirato il suo esercito dalle altre aree della regione di Kherson situate alla destra del Dniepr con un ridispiegamento segreto, cosa che offerto il destro per una controffensiva ucraine contro le esigue forze russe rimaste sul territorio, con esiti nefasti per Mosca, sia a livello militare che propagandistico.

L’ordine con cui si sta eseguendo il ridispiegamento porta a ipotizzare che l’annuncio di Shoigu sia stato preceduto da un accordo segreto con la Nato-Kiev. Ipotesi forse azzardata, ma non per questo necessariamente errata.

Infine, questa nuova disposizione dovrebbe evitare la distruzione della diga di Kakhovka, bersagliata più volte dai missili di Kiev (Agi), il cui collasso sembra accarezzato da alcuni circoli perché, l’allagamento conseguente di una vasta area rallenterebbe l’eventuale controffensiva invernale dei russi (il fatto che tale sviluppo risulterebbe devastante e causerebbe numerose vittime è, ovviamente, secondario).

Il ritiro da Kherson: le ragioni politiche

Così andiamo alle motivazioni politiche del ritiro da Kherson, cioè inquadrarlo come un segnale distensivo inviato alla controparte. Sul punto, appaiono significative le parole del generale Mark Milley, a capo del Comando congiunto degli Stati Maggiori dell’esercito Usa, il quale, come sintetizza la Cnn, ha detto che “potrebbe esserci la possibilità di negoziare la fine del conflitto se e quando le linee del fronte si stabilizzeranno durante l’inverno”.

La nuova disposizione dell’esercito russo, come abbiamo accennato, dovrebbe produrre tale stallo, con conseguente apertura di una finestra di opportunità per la diplomazia (se non sarà sfruttata, scatterà la controffensiva).

Non è solo Milley a parlare di tale opportunità, ma lo stesso Biden. Infatti, in una conferenza stampa rilasciata dopo le Midterm, rispondendo a una domanda sull’Ucraina, il presidente Usa ha detto che il ritiro “come minimo, porterà tutti a ricalibrare le proprie posizioni durante l’inverno. Ma resta da vedere se l’Ucraina è pronta a scendere a compromessi con la Russia”.

Nella stessa conferenza stampa, Biden ha detto che gli Stati Uniti “sapevano da tempo” che la Russia avrebbe fatto questa mossa, cosa che sembra sottendere, come accennato, un accordo segreto perché il ritiro avvenisse in buon ordine.

Inoltre, il presidente ha aggiunto che ha trovato “interessante” il fatto che Mosca abbia atteso le elezioni di midterm per attuarla, frase un po’ criptica che però ha una spiegazione semplice: Mosca non voleva che Biden si rivendesse in chiave elettorale, cioè come una sua vittoria, il ritiro dei russi…

Il ritiro ha un altro valore politico. Un accordo con la Russia rischia di attirare sulla Casa Bianca l’ira funesta dei falchi, che hanno strombazzato tramite tutti i media possibili e immaginabili che Mosca era ormai alle corde, pronosticando una sicura vittoria dell’Ucraina.

Un war-movie in mondovisione

Non solo i falchi, anche i falchetti, come l’attore Sean Penn che, in visita a Kiev, ha portato a Zelensky la statuetta vinta agli Oscar, che il presidente ucraino dovrebbe restituirgli dopo la vittoria.

Una scenetta andata in mondovisione, come si addice a una guerra raccontata in stille hollywoodiano. Ma un conto sono i film, un conto è la realtà e la realtà è alquanto più complessa di quella raffigurata nella stralunata scenetta di cui si è reso protagonista l’attore americano.

A smentire l’emozionante promo di Hollywood, infatti, è stato il generale Milley, un po’ più avvezzo del divo alle cose militari, il quale, nell’intervista alla Cnn citata, ha dichiarato che i duellanti devono rendersi conto che “probabilmente una vittoria nel vero senso della parola può non essere raggiungibile con mezzi militari ed è quindi necessario trovare altri mezzi” per chiudere le ostilità.

Tale presa di coscienza da parte di Zelensky eviterà un ulteriore bagno di sangue alla sua gente, con buona pace di Hollywood e dei neocon. Ma al di là dell’ignobile sciarada dell’attore, resta appunto il problema di evitare che un accordo con i russi venga sottoposto al fuoco incrociato di falchi e falchetti, pronti, del caso, ad accusare Biden di aver consegnato a Putin l’ennesima vittoria geopolitica.

Un modo semplice è contrabbandare tale accordo come una sconfitta dello zar. E il ritiro dei russi da Kherson può servire perfettamente allo scopo.

Concludiamo con quanto scrive Ted Snider su Responsible Statecraft: “L’amministrazione Biden ha insistito a lungo sul fatto che il suo obiettivo è quello di sostenere l’Ucraina ‘sul campo di battaglia’ fino a quando gli ‘avvenimenti sul campo’ non porranno l’Ucraina ‘nella posizione più forte possibile al tavolo dei negoziati’. Il 9 novembre, quando i report segnalavano che i russi stavano lasciando la città di Kherson, l’Ucraina sembrava poter registrare che alcuni di quei vantaggiosi “avvenimenti sul campo” sono stati raggiunti. Certo, sarà difficile per Zelensky raggiungere al tavolo dei negoziati gli esiti che desidera. Ma è così che iniziano i negoziati”.

FONTE: https://piccolenote.ilgiornale.it/mondo/ucraina-biden-e-il-generale-milley-aprono-al-negoziato

 

 

 

CULTURA

IL DECLINO DELL’OCCIDENTE: SPENGLER NEL MONDO DI OGGI

15.11.2022
L’atemporalità del pensiero e della visione nella politica mondiale è un raro segno di grandezza. Il declino dell’Occidente di Oswald Spengler, scritto un secolo fa, merita questa distinzione poiché sembra che sia stato fatto ieri.

Lo storico-filosofo tedesco scriveva nel 1922 che la secolare civiltà europeo-occidentale-americana era in permanente e irrecuperabile declino in tutte le manifestazioni della vita compresa la religione, l’arte, la politica, la vita sociale, l’economia e la scienza. Per lui, le dimensioni politiche, sociali e ideologiche di questo declino erano evidenti nei fallimenti della classe politica occidentale su entrambe le sponde dell’Atlantico. Vide i politici, per lo più con sede nelle grandi città, consumati dall’ideologia e dal disprezzo verso le maggioranze silenziose e li descrisse come “un nuovo tipo di nomade, coerente in modo instabile in masse fluide, il parassitario abitante della città, senza tradizione, assolutamente pratico, senza religione , intelligente, infruttuoso e profondamente sprezzante del contadino. Al giorno d’oggi la leadership dell’Unione europea (UE) con sede a Bruxelles,

Spengler credeva che la decadenza in politica significasse il predominio dell’ideologia sull’azione. “Gli uomini di teoria commettono un grave errore nel credere che il loro posto sia in testa e non nel treno dei grandi eventi” ha scritto, ignaro di quanto questo sia vero oggi, visto che abbiamo appena visto la caduta del primo ministro britannico Truss che ha sacrificato l’economia sull’altare dell’ideologia. Il dogma che distrugge la coesione sociale e la prosperità è presente anche nel naufragio della competitività manifatturiera europea quando i loro politici negano con la forza l’energia russa a buon mercato o quando la Lituania lillipuziana combatte con la Cina in difesa della “sovranità” di Taiwan. Di fronte a questi avvenimenti il ​​pensatore tedesco avrebbe ribadito la sua affermazione che “il dottrinario politico… sa sempre quello che deve fare, eppure la sua attività, una volta che cessa di limitarsi alla carta,

Quando ascoltiamo il ministro tedesco degli affari economici Harbeck o il suo omologo per gli affari esteri Baerbock tenere conferenze sul primato dell’agenda verde o su come il sostegno militare dell’Ucraina deve continuare indipendentemente da ciò che pensano gli elettori, non possiamo fare a meno di ricordare la domanda schiacciante dello scrittore : “[hanno] qualche idea delle realtà della politica mondiale, dei problemi delle città mondiali, del capitalismo, del futuro dello stato, del rapporto della tecnica con il corso della civiltà, della Russia, della scienza?”.

L’”ordine internazionale basato sulle regole”, quell’assioma occidentale nato dall’euforia del dopo Guerra Fredda e utilizzato per giustificare l’egemonismo guidato dagli Stati Uniti, ci ricorda l’aforisma dello scrittore secondo cui “niente è più semplice che rendere buona la povertà delle idee fondando un sistema ”. “Anche una buona idea ha poco valore se enunciata da un asino solenne” viene in mente quando sentiamo ripetere lo stesso mantra il presidente della Commissione europea von der Leyen o il capo degli affari esteri dell’UE Borrell. “In politica, solo la sua necessità per la vita decide l’eminenza di qualsiasi dottrina”, qualcosa che è stato dimenticato mentre l’Europa segue ciecamente gli Stati Uniti in una guerra economica che sta rovinando il continente.

Sul confronto Est-Ovest, riguardante la Cina, Spengler ha evidenziato la tradizionale mancanza di comprensione da parte dei politici occidentali dei principali driver del pensiero cinese che hanno a che fare con una visione di 4000 anni di storia e del loro posto nel mondo, rispetto alla Il ristretto lasso di tempo occidentale assorbito da eventi che hanno avuto luogo dal 1500. La percezione occidentale autonoma della storia nega la storia del mondo, dice, aggiungendo che la storia del mondo, agli occhi occidentali, è la nostra immagine del mondo e non quella di tutta l’umanità.

L’eccezionalismo americano, la pericolosa idea che i valori, il sistema politico e la storia degli Stati Uniti lo destinano a svolgere il ruolo di primo piano del mondo, è stato messo in discussione quando ha sottolineato che ci sono tante morali quante sono le culture, né più né meno, e che ogni cultura possiede un proprio standard, la cui validità inizia e finisce con esso, un’affermazione che spiega la necessità di un mondo multipolare. Per quanto sia diventato politicamente corretto criticare le idee di Nietzsche dopo la sua appropriazione da parte dell’ideologia nazista, Spengler ha affermato che il concetto basilare di volontà di potenza di Nietzsche è essenziale per la civiltà occidentale, e questo è coerente con la convinzione occidentale sulla superiorità dei suoi valori e la bisogno di imporli ad altre culture. “L’umanità occidentale è sotto l’influenza di un’immensa illusione ottica. Tutti pretendono qualcosa dal resto.

Il denaro, la politica e la stampa svolgono un ruolo intimo nella civiltà occidentale, dichiara Spengler. In politica, il denaro “cura” il processo democratico, in particolare durante le elezioni, come è il caso ricorrente negli Stati Uniti. La stampa serve chi la possiede e non diffonde opinione “libera” ma la genera. “Cos’è la verità? Per la moltitudine, ciò che legge e ascolta continuamente”. Sulla libertà di stampa, ricordiamo che è permesso a ciascuno di dire ciò che vuole, ma la Stampa è libera di prendere atto di ciò che dice o meno. La stampa può condannare a morte qualsiasi “verità” semplicemente non intraprendendone la comunicazione al mondo – “una terribile censura del silenzio che è tanto più potente in quanto le masse dei lettori di giornali sono assolutamente inconsapevoli della sua esistenza”.

Esistono parallelismi sorprendenti tra la povertà odierna nelle città degli Stati Uniti e la sua osservazione di Roma ai tempi di Crasso, che come speculatore immobiliare ricorda anche Donald Trump. I romani sono ritratti mentre vivono “in spaventosa miseria nelle locande a molti piani dei sobborghi bui”, una disgrazia direttamente collegata alle conseguenze dell’espansionismo militare romano e che suggerisce le condizioni attuali a Detroit, Cleveland o Newark.

Il declino dell’Occidente fu inizialmente letto come l’epilogo della prima guerra mondiale, la guerra che pose fine a tutte le guerre. Si spera che non venga letta nel mondo di oggi come l’introduzione di una nuova calamità.

FONTE: https://katehon.com/en/article/decline-west-spengler-todays-world

 

 

 

Ernst Bloch e il concetto di Eingedenken

di Salvatore Bravo

Nello Spirito dell’utopia di Ernst Bloch il concetto di Eingedenken, rammemorare il futuro, ha una portata teoretica che svela la sua pregnanza concettuale nel tempo presente segnata dalla “dimenticanza” del passato e del futuro. Il concetto di Eingendenk deriva dalla preposizione “in” e dal verbo “gedenken” (‘ricordare’), legato a sua volta a denken (‘pensare’): non a caso le forme più arcaiche presentano la forma ingedenk.

Lo sconfittismo del nostro tempo si connota per la neutralizzazione della memoria storica. La storia con le sue vicende e vicissitudini, invece, con il concetto di Eingedenken non è consegnata all’oblio ma fonda la metafisica umanistica, la quale ha come centro l’essere umano nella sua concretezza comunitaria. Si intrecciano in un sinolo inestricabile la biografia personale e la storia collettiva che non è persa nel tempo, ma ha la possibilità di essere rivissuta, rammemorata e pensata nelle sue possibilità inespresse. L’ontologia del non ancora è la comunità che pensa il tempo trascorso, non si limita a conteggiare gli eventi sulla linea della storia, ma ne scorge con gli errori le potenzialità progettuali da attuare nel futuro.

In Ernst Bloch la metafisica umanistica vive dell’irraggiamento del passato verso il futuro, senza la mediazione della coscienza nulla è possibile, le potenzialità sono disperse nel tempo o sono schiacciate dalla gravità dell’economicismo e del fatalismo. Il futuro è una possibilità propriamente umana, non è un dato naturale, pertanto solo l’umanità capace di leggere plasticamente il passato può scorgere nelle sue pieghe il futuro. Non si tratta di correggere ciò che fu, o di ripetere in modo ingenuo ciò che è stato, ma di pensare la distanza temporale al fine di poterla comprendere nella sua profondità per estrarne esperienze non completamente compiute o inespresse. Ciò che fu in tale cornice intenzionale è vivo nel pensiero che rammemora il passato per poter progettare il futuro a partire dal presente. La storia è il mondo degli uomini e delle donne nella quale la vita prende forma con le sue imperfezioni, deviazioni improvvise e scambi di binari che attendono di essere pensati in modo che possano vivere di nuova luce nel futuro. La prassi è orientata verso il futuro, ma la condizione ontologica del suo operare trasformativo non può che affondare creativamente il suo rizoma nel passato:

Perciò qui brilla il presentimento di un sapere non ancora cosciente, […] emerge qui un volere modificante, un pensiero motorio del nuovo, in quanto grande e ancora inesplorata consapevolezza o classe di coscienza di un immemorare, capace di conferire al mondo il suo scopo togliendo di mezzo ogni mera rammemorazione [Wiedererinnerung] o ogni mero alfa del platonismo o dello hegelianismo; perciò si mostra qui l’atteggiamento di un filosofare pragmatistico, rivolto tanto al poter volere a ritroso [das zurück Wollenkönnen des Willens] diretto a ciò che fu, quanto al nuovo, a inserzioni metafisico-morali – atteggiamento illuminato da un mondo che non c’è ancora, immediatamente collocato sul ponte verso il futuro, sul problema, dominato dalla propria volontà, della teleologia1”.

Metafisica umanistica

Le parole di Ernst Bloch delineano il fulcro sostanziale della metafisica umanistica, l’essere umano non è un automa che appare passivamente nella storia fino a scomparire. Michel Foucault utilizza in Le parole e le cose per indicare l’apparire fugace dell’idea di essere umano nella storia un’immagine: sulla sabbia si può scorgere il volto dell’essere umano portato via velocemente dall’onda.

La metafisica umanistica non è una forma di storicismo, non si limita ad enumerare la storia delle idee con le sue visuali antropologiche che diverranno presto archeologia. Essa ha il suo fondamento veritativo nella natura dell’essere umano curvato nella materialità della storia. L’essere umano media con il pensiero l’esperienza storica, in tal modo pensa il proprio tempo in modo esteso: il passato si riannoda col presente per orientarsi verso il futuro. La prassi è il catalizzatore del tempo pensato che diviene la luce nelle tenebre del nichilismo e nell’oscurantismo del pessimismo senza speranza ed etica:

Non veniamo al mondo solo per accogliere o registrare ciò che era, così com’era quando ancora non eravamo, ma tutto ci attende [alles wartet auf uns], le cose cercano il loro poeta e vogliono essere riferite a noi. Ciò che è accaduto [geschehen], è sempre accaduto solo a metà [halb geschehen], e la forza che lo fece accadere, che si espresse in esso in maniera insufficiente, continua a operare in noi e getta il suo bagliore anche sui tentativi parziali, ancora futuri che giacciono dietro di noi. Ciò che prima di noi, senza di noi era appena un fremito, ora è diventato capace di risuonare, riscaldare e illuminare2”.

Rammemorare ciò che fu

I morti ritornano nel presente, le idee e le lotte trascorse con il loro tributo di sangue e sacrificio sono nel presente. Rammemorare “i morti” significa farli vivere nel presente, ritornano a noi con il pensiero per progettare il futuro. Non è un eterno ritorno, ma un ritornare per aprire al futuro, per rompere la gabbia d’acciaio che vorrebbe restringere la prospettiva al solo presente sclerotizzato nel ciclo consumo-produzione.

Non è un’operazione archeologica, non si tratta di far affiorare il passato per renderlo “oggetto da esporre”, ma di viverlo nell’attività del pensiero, la quale non si limita alla contemplazione di ciò che fu, ma lo riorienta verso il futuro:

I morti ritornano in nuove connessioni di senso come pure nel nuovo agire, e la storia così concepita, sottoposta a concetti rivoluzionari che continuano a operare, spinta verso la leggenda e interamente illuminata, diventa la non mai perduta funzione nella sua pienezza di testimonianza della rivoluzione e dell’Apocalisse3”.

La metafisica umanistica non è una semplice forma di coscienzialismo, in quanto conserva il materialismo storico liberato dai ceppi del determinismo e dai semplicismi delle proiezioni-previsioni degli economisti presi dalle maglie stringenti e vacue della crematistica. Il nostro presente vorrebbe negare la grandezza dell’essere umano riducendolo a semplice archeologia senza futuro. L’essere umano non è un osso come afferma Hegel nella Fenomenologia dello Spirito, per cui dinanzi ai riduzionismi che avanzano è necessario opporre e riproporre la metafisica umanistica che riporti la centralità della cura dell’essere umano. Senza la prassi e la teoretica l’umanità non può che cadere in forme di manipolazione tecnocratica, il cui scopo è impedire l’ascolto profetico delle voci del passato che giungono fino a noi. La metafisica umanistica si traduce in un modello economico che ha come centro l’essere umano. L’economia con fondamento umanistico consente la fioritura dell’umanità, accoglie la pluralità nella concretezza dell’universale. Stabilisce fini alla misura della natura umana, la quale è fondata sul limite allo scopo di dare forma e identità ai singolo nella comunità con la partecipazione consapevole alla produzione. L’ostilità verso ogni forma di umanesimo rivela il dominio capitalistico nella sua verità nichilistica e distruttiva.

La metafisica umanistica è la condizione teoretica per trascendere lo stato di reificazione e violenza connaturati all’economicismo capitalistico. In esso ogni possibilità è resa potenziale distruttivo, in quanto la produzione senza limiti non divora solo il pianeta nella sua totalità, ma ancor prima della distruzione ambientale annichilisce l’essere umano negando la sua natura progettuale e comunitaria da concretizzare nella storia. Necessitiamo di una nuova metafisica, dunque, che possa permettere il virtuoso passaggio dalla potenza all’atto della natura umana. Senza un nuovo umanesimo non vi può essere futuro, ma solo un veloce declino dell’umanità e dell’ambiente storico e naturale nella quale è iscritta la vita. La metafisica umanistica non è solo una proposta filosofica, ma è il percorso che ci conduce oltre l’annientamento del presente e del futuro:

Ma per sollevarsi oltre l’annientamento del mondo, la vita dell’anima deve diventare “pronta” [fertig] nel senso più profondo, andando a fissare felicemente la gomena alla banchina dell’al di là, onde il suo plasma germinale non sia trascinato nell’abisso della morte eterna, e non si perda la meta verso cui è organizzata la vita terrena: la vita eterna, l’immortalità anche transcosmologica, la realtà unica del regno delle anime, la restitutio in integrum fuori dal labirinto del mondo – a causa della pietà di Satana4”.


Note
1 Bloch, “Über die Gedankenatmosphäre dieser Zeit”, in Geist der Utopie. Erste Fassung, cit., p. 255; il passo si trova in tradotto in alcune parti a cura di S. Marchesoni in E. Bloch, W. Benjamin, Ricordare il futuro. Scritti sull’Eingedenken, Mimesis, Milano 2016, qui, p. 43
2 Ibidem pag. 34
3 E. Bloch, Thomas Münzer teologo della rivoluzione, trad. it. di S. Krasnovsky e S. Zecchi, Feltrinelli, Milano 1980, p. 33
4 Bloch, Geist der Utopie. Erste Fassung, cit., p. 442.

FONTE: https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/24253-salvatore-bravo-ernst-bloch-e-il-concetto-di-eingedenken.html

L’ANTI-CLAUSEWITZ

Formalizzato da Carl von Clausewitz nel suo Della Guerra, pubblicato negli anni trenta dell’800, il principio della guerra come proseguimento della politica con altri mezzi è in realtà sempre stato considerato da tutti i teorici dell’arte militare – da Machiavelli a Sun Tzu, da Giap a Gerasimov. Si potrebbe in effetti dire che sia un principio talmente vero da risultare ovvio, ma in realtà non è poi così nei fatti. Quel che è certo è che questo principio trova la sua massima applicazione nel corso del 900, quando alle classiche linee di frattura geopolitiche si aggiungono quelle ideologiche, facendo quindi della guerra uno strumento quasi privilegiato della/dalla politica.

La guerra rivoluzionaria

È interessante notare come, proprio nel corso del novecento, l’ideologizzazione della guerra produca un fenomeno speculare, le cui ricadute – come vedremo – si presentano ancora oggi in modo per certi versi sorprendente. Il secolo scorso, infatti, vede la nascita della guerra rivoluzionaria, che non è semplicemente lo strumento bellico messo al servizio di una politica – appunto – che si prefigge la rivoluzione, ma è a tutti gli effetti, e prima d’ogni cosa,  una rivoluzione della guerra. Per certi versi paragonabile a quella napoleonica.

Anche se tendenzialmente il pensiero va al Mao Tze Dong della lunga marcia, il vero teorico della guerra rivoluzionaria è il vietnamita Võ Nguyên Giáp. È lui che guiderà la lotta di liberazione del popolo vietnamita, dapprima contro la Francia e poi contro gli Stati Uniti. Ed a questi due conflitti sono legati altri due fattori importanti, ai fini della presente riflessione.

Innanzitutto, è nel corso del conflitto indocinese (e poi durante la guerra di liberazione algerina) che l’idea di guerra rivoluzionaria viene assimilata (e rielaborata) da un esercito occidentale; all’interno dell’esercito coloniale francese, infatti, la temperie di questi due conflitti fa maturare la consapevolezza che la guerra non è più semplicemente una questione tra eserciti contrapposti e, pertanto, va affrontata con logiche strategiche e tattiche assai diverse.

Non è comunque tanto la conclusione immediata cui arrivano gli ufficiali francesi, ad essere rilevante. Il punto d’arrivo di quello specifico processo fu infatti il terrorismo dell’OAS – una risposta non solo sbagliata, ma sopra ogni cosa inefficace. Il dato rilevante è che, a partire da quella esperienza, nelle forze armate dei paesi occidentali si fa strada l’idea che la guerra non sia mero strumento della politica, ma sia essa stessa politica e che, quindi, la politica debba far parte del bagaglio concettuale di un esercito moderno. Da queste radici, per dire, nasce il fatto che oggi ad avere la visione politica più lucida sul conflitto ucraino siano proprio i militari. Tra l’altro, la guerra rivoluzionaria è chiaramente l’antesignana della moderna guerra senza limiti, o guerra totale, quella cioè in cui non vi è più alcuna separatezza temporale tra politica ed atto bellico, né tra lo strumento militare e tutti gli altri possibili (economico, energetico, psicologico, biologico, etc).

Dal Vietnam all’Afghanistan

Questa piena consapevolezza della politicità della guerra, ed al tempo stesso questa assai più sfumata separazione tra la fase politica e quella militare, sono in fondo la chiave di volta che spiega l’esito di molti conflitti moderni. Benché le summenzionate guerre di Indocina e di Algeria – soprattutto quest’ultima – siano già esempi di ciò, è con la guerra americana del Vietnam che si palesa chiaramente il peso del fattore politico nel conflitto bellico.

La guerra del Vietnam comincia (all’indomani della fine dell’impero coloniale francese in Indocina, come diretta conseguenza della sconfitta di Dien Bien Phu) nel 1955, e finirà vent’anni dopo con la caduta di Saigon nel 1975. Alla base dell’intervento USA (dapprima sotto forma di appoggio al governo fantoccio sud-vietnamita, dal 1965 in poi con un impegno diretto sul campo) c’era la teoria del domino, in base alla quale si riteneva che, lasciando cadere un paese in mano ai comunisti, altri sarebbero caduti uno dopo l’altro. Per giustificare quindi l’intervento militare diretto, gli Stati Uniti si inventarono l’incidente del Tonchino (1) e diedero vita ad una delle guerre più disastrose della propria storia.

Come si è detto, gli USA non avevano alcun interesse strategico in Indocina ed il loro intervento trovava quindi la sua ratio politica nella duplice convinzione che la vittoria comunista in quel paese ne avrebbe provocate altre e che l’espansione del comunismo (anche in paesi strategicamente poco rilevanti) fosse di per sé una minaccia.

Dal punto di vista statunitense, quindi, la guerra del Vietnam era a tutti gli effetti una guerra ideologica, che si poneva l’obiettivo di contrastare l’avanzata del comunismo – in quanto ideologia, ben più che come strumento di penetrazione della Russia sovietica. Per quanto le forze armate americane incontrassero enormi difficoltà nel fronteggiare l’esercito nord-vietnamita e la guerriglia viet-cong, non si posero problemi nel mettere in atto una enorme escalation pur di vincere. Non solo sul piano quantitativo – dai 3.500 marines sbarcati nel 1965 ai 550.000 uomini impiegati nel 1969 – quanto su quello qualitativo. I bombardamenti su Hanoi, l’infiltrazione di reparti in Laos e Cambogia (paesi formalmente estranei al conflitto), il massiccio uso di napalm e defolianti (l’agente Orange), sino al punto di considerare l’ipotesi di sganciare la bomba atomica.

Sotto il profilo strettamente militare, quindi, magari con uno sforzo ulteriore, Washington avrebbe potuto vincere la guerra. Ma la perse, proprio perché la sua era una guerra ideologica che non aveva alcun reale fondamento negli interessi strategici geopolitici del paese.

Una guerra di tale natura, infatti, rimbalzò in maniera devastante all’interno della società americana, squassandola dal profondo. E, inevitabilmente, ad un certo punto la combinazione tra la pressione politica interna – laddove la guerra era vista come non necessaria per gli interessi vitali del paese – ed il fatto che appunto non rivestiva effettivamente alcun reale interesse strategico, diedero il via al processo di disimpegno che si concluderà con la fuga precipitosa dall’ambasciata di Saigon.

Dal Vietnam in poi, gli Stati Uniti hanno condotto numerose guerre in giro per il mondo, da quelle quasi ridicole contro l’isoletta di Grenada o contro Panama, a quelle sanguinose e disastrose in Iraq, in Libia, in Siria, in Afghanistan. Quest’ultima conclusasi, dopo vent’anni di combattimenti, in modo identico a quella vietnamita, con una fuga precipitosa dal paese – e per le medesime ragioni.

Se infatti l’Afghanistan aveva un valore per l’Inghilterra, a cavallo tra l’800 ed il 900 (l’epopea del grande gioco…) in quanto necessario a difendere l’India dalle (presunte) mire della Russia zarista, il suo valore strategico per gli USA, negli anni duemila, era praticamente nullo. È stata, quella, una guerra per affermare una supremazia politica, che avrebbe potuto essere combattuta indifferentemente lì oppure (ad esempio) in Somalia. E poiché l’Afghanistan in sé non aveva valore strategico, è arrivato il momento in cui il costo politico di quella guerra è divenuto totalmente inutile, dunque insostenibile.

L’ordine del caos

Il 900 è stato indubbiamente il secolo americano. Lo è stato non solo perché il suo intervento è stato determinante nelle due guerre mondiali, ma anche per due ancor più rilevanti ragioni.
La prima, perché ha sancito il suo dominio sulla parte più significativa d’Europa (oltre ad aver contribuito a dividerla), la seconda perché ha visto la sua proiezione militare espandersi a livello globale. Mai, nella storia dell’umanità, una potenza imperiale ha avuto tante basi militari all’estero, ed in così tanti paesi diversi.
È interessante notare come, benché appunto nel corso del secolo scorso gli USA fossero senza alcun dubbio la maggiore potenza economica mondiale, abbiano senza esitazione scelto di esercitare il proprio predominio utilizzando principalmente lo strumento militare. Questo è addirittura – a mio avviso – un tratto costituente della cultura americana.
Tutta la strategia imperiale degli Stati Uniti, in effetti, si fonda sull’uso della forza. Ed è, questo, un fattore di straordinaria pregnanza. Perché per un verso ha fornito all’impero la certezza del dominio, ma per un altro ne ha intossicato il pensiero strategico.
La seconda metà del 900, che è quella che ha visto l’apoteosi dell’imperialismo statunitense, è stata densissima di guerre, colpi di stato e tentativi di eversione vari, praticamente in ogni angolo del mondo (2). Ed è interessante notare come questa estrema militarizzazione della politica americana – dalla guerra del Golfo alle rivoluzioni colorate – anche laddove abbia prodotto delle vittorie militari (Iraq, Libia…), ha comunque prodotto politicamente il caos.

Le guerre americane non si sono mai concluse con una, sia pur temporanea, stabilizzazione.
Ovviamente, anche la strategia del caos, della destabilizzazione, ha un suo perché. Mantenere una situazione di instabilità ha anche dei vantaggi – alimenta il complesso militare-industriale, mantiene aperte possibilità di successive deflagrazioni conflittuali, si riflette sulla stabilità regionale coinvolgendo amici e nemici…
Il punto è che questa non è una strategia mirata, applicata laddove conviene, ma è la strategia, tout court. Che ha funzionato, o meglio non è entrata in crisi, fintanto che l’egemonia economica di Washington era assoluta. Quando questa ha cominciato a venire meno, o quanto meno a ridursi (peraltro a crescente velocità), ha cominciato ad intravedersene la debolezza intrinseca.

Clausewitz rovesciato

Se nel corso del novecento l’America ha esteso e rafforzato la propria egemonia, ha però anche coltivato l’illusione che il proprio impero – a differenza di tutti quelli che l’hanno preceduto – potesse durare in eterno. Che fosse intrinsecamente giusto buono, e che per ciò stesso le sue armi avrebbero trionfato sempre e comunque. In una parola, è rimasta vittima della propria ideologia imperiale. Essendo, come s’è detto, l’uso della forza militare un tratto costituente della cultura americana, quando ha cominciato a percepire che l’unipolarismo (cioè il monoimperialismo) stava per venire meno, ha reagito pavlovianamente. L’ipotesi del multipolarismo non viene neanche considerata, l’istinto dice: guerra.
La conseguenza di questa postura bellica, è che il mondo intero diventa potenzialmente un possibile terreno di scontro, ed al tempo stesso quasi nessun luogo – al di fuori dell’homeland – è veramente importante strategicamente. Nello scacchiere globale, ogni casella è importante (perché la partita è vissuta come esiziale), ma nessuna è vitale come quella dove sta il Re.

Nella pratica, ciò si traduce in quel che abbiamo visto a Kabul: una guerra inutile trascinata per vent’anni, e poi sbaraccata in quattro e quattr’otto.

Nella distorsione prospettica americana, infatti, ciò che si è operato è una sorta di rovesciamento del principio clausewitziano: non più la guerra come prosecuzione della politica, ma la guerra come politica. Che non è la guerra rivoluzionaria, e nemmeno una guerra rivoluzionata, ma la cancellazione del limes tra mezzo e fine.

Ed è questa la ragione profonda per cui, nello specifico della guerra contro la Russia, l’America non può vincere. Ovviamente alla base c’è il fatto che la Russia sia una potenza militare di prim’ordine; ma la ragione strategica è nell’asimmetria di valore tra Washington e Mosca.

Per gli USA questo è un episodio della più ampia guerra per mantenere il predominio mondiale, guerra in cui – a torto o a ragione – la Russia è considerata l’avversario minore, la minaccia vera essendo identificata con la Cina. Se si tiene presente questo, si comprende bene che, proprio in quanto episodio minore, la guerra potrebbe essere protratta anche per vent’anni, ma non sarà mai considerata la battaglia strategica. Mentre per la Russia – ancora una volta, a torto o a ragione – lo è. Ne consegue che per gli Stati Uniti la guerra ucraina può anche concludersi con la vittoria della Russia, se per impedirlo il costo dovesse essere troppo alto. L’Ucraina è assolutamente sacrificabile, è una pedina di secondo piano, nella partita globale.
Di più. Poiché per Mosca questa è invece una battaglia vitale, se sentisse minacciata seriamente la propria esistenza non esiterebbe a ricorrere ad armi nucleari tattiche. E nella consapevolezza che, molto probabilmente, e ben al di là delle dichiarazioni propagandistiche, gli USA non reagirebbero sullo stesso piano. Proprio perché quella che si combatte in Ucraina non è certo la madre di tutte le battaglie, alla Casa Bianca non ci pensano neppure lontanamente a rischiare di innescare una guerra nucleare con la Russia – per Kyev poi! – che comporterebbe nella migliore delle ipotesi di uscirne magari vincitrice ma in ginocchio. Con la Cina che guarda compiaciuta.

È questa l’asimmetria insanabile. Per la Russia è in gioco lo spazio vitale, la propria esistenza. Per l’America no. Per questo, in un modo o in un altro, tra un anno o forse tra venti, gli ucraini saranno lasciati soli e gli europei con loro. Perché, quando saremo regrediti economicamente, lo saremo anche strategicamente. Ed il cuore della scacchiera è nell’indo-pacifico.


 

FONTE: https://giubberosse.news/2022/10/05/lanti-clausewitz/

 

 

 

CYBERWAR SPIONAGGIO INFORMAZIONE DISINFORMAZIONE

La manipolazione psicologica (gaslighting) delle masse

Per gli studenti di propaganda ufficiale, controllo mentale, coercizione emotiva e altre insidiose tecniche di manipolazione, il lancio della Nuova Normalità è stata una manna. Mai prima d’ora siamo stati in grado di osservare l’applicazione e gli effetti di queste potenti tecnologie in tempo reale su una scala così vasta.

In poco più di due anni e mezzo la nostra “realtà” collettiva è stata radicalmente rivista. Le nostre società sono state radicalmente ristrutturate. Milioni (probabilmente miliardi) di persone sono state sistematicamente condizionate a credere a una varietà di affermazioni palesemente ridicole, affermazioni basate su assolutamente nulla, ripetutamente smentite da prove ampiamente disponibili, ma che hanno comunque raggiunto lo status di fatti. Un’intera storia fittizia è stata scritta sulla base di quelle affermazioni infondate e ridicole. Non sarà cancellato facilmente o rapidamente.

Non sprecherò il tuo tempo a sfatare queste affermazioni. Sono stati ripetutamente, esaurientemente smascherati. Sai cosa sono e o ci credi o non ci credi. Ad ogni modo, rivederli e smascherarli di nuovo non cambierà nulla.

Invece, voglio concentrarmi su una tecnologia di controllo mentale particolarmente efficace, una che ha fatto molto lavoro pesante durante l’implementazione della Nuova Normalità e sta facendo molto lavoro pesante attualmente. Voglio farlo perché molte persone credono erroneamente che il controllo mentale sia (a) una “teoria del complotto” o (b) qualcosa che può essere ottenuto solo con droghe, microonde, chirurgia, tortura o qualche altro mezzo fisico invasivo. Naturalmente, esiste una storia vasta e ben documentata dell’uso di tali tecnologie fisiche invasive (vedi, ad esempio, la storia del famigerato programma MKULTRA della CIA ), ma in molti casi il controllo mentale può essere ottenuto attraverso tecniche molto meno elaborate. .

Una delle tecniche più basilari ed efficaci che le sette, i sistemi totalitari e gli individui con personalità fasciste usano per disorientare e controllare le menti delle persone è il “gaslighting”. Probabilmente conosci il termine. In caso contrario, ecco alcune definizioni:

“la manipolazione di un’altra persona nel dubitare delle proprie percezioni, esperienze o comprensione degli eventi”. Associazione Americana di Psicologia

“una forma insidiosa di manipolazione e controllo psicologico. Le vittime del gaslighting ricevono deliberatamente e sistematicamente informazioni false che le portano a mettere in discussione ciò che sanno essere vero, spesso su se stesse. Potrebbero finire per dubitare della loro memoria, della loro percezione e persino della loro sanità mentale. Psicologia oggi

“una forma di manipolazione psicologica in cui l’aggressore tenta di seminare dubbi e confusione nella mente della vittima. In genere, gli accendigas cercano di ottenere potere e controllo sull’altra persona, distorcendo la realtà e costringendoli a mettere in discussione il proprio giudizio e intuizione. Newport Institute

L’obiettivo principale del gaslighting è confondere, costringere e manipolare emotivamente la tua vittima affinché abbandoni la propria percezione della realtà e accetti qualsiasi nuova “realtà” che imponi loro. In definitiva, vuoi distruggere completamente la loro capacità di fidarsi della propria percezione, emozioni, ragionamento e memoria di eventi storici, e renderli completamente dipendenti da te per dire loro cosa è reale e cosa è “realmente” accaduto, e così via, e come dovrebbero sentirsi al riguardo.

Chiunque abbia mai sperimentato il gaslighting nel contesto di una relazione violenta, o una setta, o un sistema totalitario, o che abbia lavorato in un centro di accoglienza per donne maltrattate, può dirti quanto sia potente e distruttivo. Nei casi più estremi, le vittime del gaslighting sono completamente private del loro senso di sé e rinunciano completamente alla loro autonomia individuale. Tra gli esempi più noti e drammatici ci sono il caso Patty Hearst , il Tempio del Popolo di Jim Jones , la famiglia Manson e vari altri culti, ma, la verità è che il gaslighting accade ogni giorno, lontano dai riflettori dei media, in innumerevoli relazioni personali e professionali.

Dalla primavera del 2020, siamo stati sottoposti a gaslighting ufficiale su una scala senza precedenti. In un certo senso, la PSYOP “pandemia apocalittica” è stata una grande campagna estesa di gaslighting (comprendente innumerevoli singoli casi di gaslighting) inflitta alle masse in tutto il mondo. Gli eventi della scorsa settimana sono stati solo un altro esempio.

Fondamentalmente, quello che è successo è stato che lunedì scorso un dirigente Pfizer ha confermato al Parlamento europeo che Pfizer non sapeva se il suo “vaccino” Covid avesse impedito la trasmissione del virus prima che fosse promosso a fare esattamente questo e imposto alle masse nel dicembre del 2020. La gente ha visto il video del dirigente che lo ammetteva, o ne ha sentito parlare, e si è arrabbiata. Hanno twittato, pubblicato su Facebook e pubblicato video del CEO di Pfizer Albert Bourla, Bill Gates, il direttore del CDC, propagandisti ufficiali come Rachel Maddow e vari altri “esperti” e “autorità” che mentono palesemente al pubblico, promettendo alle persone che farsi “vaccinare” ” avrebbe “impedito la trasmissione”, “protetto altre persone dall’infezione”, “fermato il percorso del virus” e così via, le cui affermazioni totalmente prive di fondamento (cioè bugie) erano la giustificazione perla sistematica segregazione e persecuzione dei “non vaccinati” e il fomentare l’odio fanatico di massa di chiunque metta in discussione la narrativa ufficiale del “vaccino” e l’ideologia ufficiale della Nuova Normalità , il cui odio persiste fino ad oggi.

L’apparato di propaganda del New Normal (vale a dire i media corporativi, gli “esperti” di salute e altri) ha risposto alla storia in modo prevedibile. L’hanno ignorato, sperando che se ne andasse. Quando non è successo, hanno lanciato i “controllori di fatti” (cioè gli accendini a gas).

L’ Associated Press , Reuters , PolitiFact e altri gruppi ufficiali di illuminazione a gas hanno immediatamente pubblicato lunghe “verifica dei fatti” ufficiali che farebbero arrossire un sofista. Leggetele e capirete cosa intendo. Sono esempi perfetti di gaslighting ufficiale, realizzati per distrarti dal punto e risucchiarti in una discussione su dettagli e definizioni privi di significato. Suonano esattamente come i negazionisti dell’Olocausto che affermano pateticamente che non c’è alcuna prova scritta che Hitler abbia ordinato la Soluzione Finale… il che non c’è, ma non importa. Ovviamente Hitler ordinò la Soluzione Finale, e ovviamente mentirono sui “vaccini”.

Internet pullula di prove delle loro bugie… tweet, video, articoli e così via.

Questo è ciò che rende il gaslighting così frustrante per le persone che credono di essere impegnate in una vera e propria discussione in buona fede sui fatti e sulla verità. Ma non è così che funziona il totalitarismo. I New Normals, quando ripetono tutto ciò che le autorità hanno ordinato loro di ripetere oggi (ad esempio, “fidati della scienza”, “sicuro ed efficace”, “nessuno ha mai affermato che avrebbero impedito la trasmissione”), non potrebbe importare di meno se è effettivamente vero, o anche se ha il minimo senso.

Questi “verifica dei fatti” illuminanti non hanno lo scopo di convincerli che qualcosa è vero o falso. E non hanno certo lo scopo di convincerci. Sono sceneggiature ufficiali, punti di discussione e cliché che interrompono il pensiero che i Nuovi Normali devono ripetere, come cultisti che ti cantano mantra per spegnere le loro menti e bloccare tutto ciò che contraddice o minaccia la “realtà” del culto.

Puoi presentare loro i fatti reali, e loro sorrideranno consapevolmente, e te li negheranno in faccia, e ti prenderanno in giro con condiscendenza per non “vedere la verità”.

Ma ecco la cosa complicata dell’illuminazione a gas.

Per illuminare efficacemente qualcuno, devi essere in una posizione di autorità o esercitare qualche altra forma di potere su di loro. Devono aver bisogno di qualcosa di vitale da te (ad esempio, sostentamento, sicurezza, sicurezza finanziaria, comunità, avanzamento di carriera o semplicemente amore). Non puoi avvicinarti a uno sconosciuto per strada e iniziare a illuminarlo con il gas. Ti rideranno in faccia.

Il motivo per cui le autorità della Nuova Normalità sono state in grado di illuminare le masse in modo così efficace è che la maggior parte delle masse ha bisogno di qualcosa da loro… un lavoro, cibo, riparo, denaro, sicurezza, status, i loro amici, una relazione o qualunque cosa sia. non sono disposti a rischiare sfidando chi è al potere e le sue bugie. Gaslighters, cultisti e maniaci del potere, in genere, lo sanno. È ciò da cui dipendono, la tua riluttanza a vivere senza qualunque cosa sia. Si concentrano su di esso e ti minacciano di perderlo (a volte consapevolmente, a volte solo intuitivamente).

Il gaslighting non funzionerà se sei disposto a rinunciare a qualunque cosa il gaslighter stia minacciando di toglierti (o smettere di darti, a seconda dei casi), ma devi essere disposto a perderlo davvero, perché verrai punito per difendersi , per non rinunciare alla propria autonomia e integrità, e per conformarsi alla “realtà” del culto, o della relazione violenta, o del sistema totalitario.

Ho descritto la New Normal (cioè la nostra nuova “realtà”) come totalitarismo patologizzato e come “un culto scritto in grande, su scala sociale”. Ho usato l’ analogia del “culto Covidian” perché ogni sistema totalitario funziona essenzialmente come un culto, la differenza principale è che, nei sistemi totalitari, l’equilibrio di potere tra il culto e la società normale (cioè dominante) è completamente invertito. La setta diventa la società dominante (cioè “normale”) e i non membri della setta diventano i suoi “devianti”.

Non vogliamo vederci come “devianti” (perché noi non siamo cambiati, la società sì), e il nostro istinto è di rifiutare l’etichetta, ma è esattamente quello che siamo… devianti. Persone che deviano dalla norma, una nuova norma, che rifiutiamo e ci opponiamo, ma che, nonostante ciò, è comunque la norma, e quindi saremo considerati e trattati come devianti.

Sono un tale deviante. Ho la sensazione che lo sia anche tu. Date le circostanze, non c’è niente di cui vergognarsi. Al contrario, dobbiamo accettarlo e abbracciarlo. Soprattutto, dobbiamo essere chiari su questo, su dove ci troviamo in questa nuova “realtà”.

Ci stiamo dirigendo verso il New Normal Winter n. 3. Stanno già aumentando la propaganda ufficiale, sollevando i “casi” inventati, parlando di reintrodurre i mandati delle maschere, fomentando l’odio di massa dei “non vaccinati” e così via. Le bollette del gas della gente e raddoppiano e triplicano. Le classi dominanti del capitalismo globale abbracciano apertamente i neonazisti. Si parla di guerra nucleare “limitata”. Il fanatismo, la paura e l’odio abbondano. Il gaslighting delle masse non sta diminuendo. Sta aumentando. La soppressione del dissenso si sta intensificando. La demonizzazione dell’anticonformismo si sta intensificando. Le linee vengono tracciate nella sabbia. Lo vedi e lo senti proprio come me.

Chiarisci ciò che è essenziale per te. Chiarisci ciò che sei disposto a perdere. Resta deviante. Rimani gelido. Non è finita.

CJ Hopkins  16 10 2022

FONTE: https://consentfactory.org/2022/10/16/the-gaslighting-of-the-masses/

 

 

 

Totalitarismo patologizzato 101

Dunque, GloboCap ha varcato il Rubicone. La fase finale della sua trasformazione della società in una distopia patologizzata-totalitaria, in cui le iniezioni obbligatorie di terapia genetica e i documenti di conformità digitale sono all’ordine del giorno, è ora ufficialmente in corso.

Il 19 novembre 2021, il governo di New Normal Austria ha decretato che, a partire da febbraio, le iniezioni sperimentali di mRNA saranno obbligatorie per l’intera popolazione . Questo decreto arriva nel bel mezzo della persecuzione ufficiale austriaca dei “non vaccinati”, cioè dissidenti politici e altre persone di coscienza che rifiutano di convertirsi alla nuova ideologia ufficiale e si sottopongono a una serie di iniezioni di mRNA, presumibilmente per combattere un virus che causa sintomi simil-influenzali da lievi a moderati (o nessun sintomo di alcun tipo) in circa il 95% degli infetti e il tasso complessivo di mortalità per infezione è compreso tra lo 0,1% e lo 0,5% circa .

L’Austria è solo la punta della lancia New Normal. Importanti fascisti New-Normal in Germania, come Der Führer di Baviera, Markus Söder e il ministro della Propaganda Karl Lauterbach , stanno già chiedendo un allgemeine Impfpflicht (cioè, “obbligo di vaccinazione obbligatoria”), che non dovrebbe sorprendere nessuno . I tedeschi non se ne stanno seduti a guardare e lasciare che gli austriaci li superino pubblicamente, vero? Hanno una reputazione da difendere, dopo tutto! L’Italia sarà probabilmente la prossima a partecipare, a meno che la Lituania o l’Australia non le battano sul tempo.

Ma, seriamente, questo è solo l’inizio dell’assedio invernale di cui ho scritto di recente. Il piano sembra essere quello di New-Normalizzare prima l’Europa – in generale, gli europei sono più docili, rispettosi di ogni autorità e non molto ben armati – e poi usarlo come leva per imporre il nuovo totalitarismo patologizzato negli Stati Uniti e nel Regno Unito , e il resto del mondo.

Non credo che questo piano avrà successo. Nonostante la campagna di propaganda più intensa nella storia delle campagne di propaganda, rimangono abbastanza di noi che si rifiutano fermamente di accettare la “nuova normalità” come la nostra nuova realtà.

E molti di noi sono arrabbiati, estremamente arrabbiati… militantemente, esplosivamente arrabbiati .

Non siamo “esitanti sui vaccini” o “anti-vax” o “teorici della cospirazione che negano il Covid”. Siamo milioni di normali persone della classe operaia, persone con principi, che apprezzano la libertà, che non sono disposte ad andare dolcemente nella notte globalizzata, patologizzata-totalitaria. Non ci interessa più se i nostri ex amici e familiari che sono diventati New Normal capiscano di cosa si tratta. Noi facciamo. Capiamo esattamente di cosa si tratta. È una forma nascente di totalitarismo e intendiamo ucciderlo – o almeno ferirlo in modo critico – prima che maturi in un colosso adulto.

Ora, voglio essere assolutamente chiaro. Non sto sostenendo o condonando la violenza. Ma succederà. Sta già accadendo. Il totalitarismo (anche questa sua versione “patologizzata”) è imposto alla società e mantenuto con la violenza. Combattere il totalitarismo comporta inevitabilmente violenza. Non è la mia tattica preferita nelle circostanze attuali, ma è inevitabile ora che abbiamo raggiunto questo stadio, ed è importante che quelli di noi che combattono questa lotta riconoscano che la violenza è una risposta naturale alla violenza (e la minaccia implicita di violenza) che viene schierato contro di noi dalle autorità della Nuova Normalità, e le masse che hanno portato a una frenesia fanatica.

È anche importante (essenziale, direi) rendere visibile la violenza del New Normal, cioè inquadrare questa lotta in termini politici, e non nei termini pseudo-medici propagati dalla narrativa ufficiale del Covid. Questa non è una discussione accademica sull’esistenza, la gravità o la risposta a un virus. Questa è una lotta per determinare il futuro delle nostre società.

Questo fatto, soprattutto, è ciò che le classi dominanti del capitalismo globale sono determinate a nascondere. Il lancio del New Normal fallirà se sarà percepito come politico (cioè una forma di totalitarismo). Si basa sulla nostra incapacità di vederlo per quello che è. Quindi nasconde se stessa e la violenza che perpetra all’interno di una narrazione ufficiale pseudo-medica, rendendosi immune all’opposizione politica.

Bisogna negargli questo fortino percettivo, questo nascondiglio ermeneutico. Bisogna far sì che si mostri per quello che è, un totalitarismo “patologizzato”. Per farlo, dobbiamo capirlo … la sua logica interna, i suoi punti di forza e di debolezza.

Totalitarismo patologizzato

Ho descritto la Nuova Normalità come “totalitarismo patologizzato” e predetto che la “vaccinazione” obbligatoria sarebbe arrivata almeno dal maggio 2020. (Vedi, ad esempio, Il nuovo totalitarismo patologizzato ). Uso il termine “totalitarismo” intenzionalmente, non per effetto, ma per amore di precisione. Il New Normal è ancora un nascente totalitarismo, ma la sua essenza è inequivocabilmente evidente. Ho descritto quell’essenza in una colonna recente :

“L’essenza del totalitarismo – indipendentemente dai costumi e dall’ideologia che indossa – è il desiderio di controllare completamente la società, ogni aspetto della società, ogni comportamento e pensiero individuale . Ogni sistema totalitario, sia esso un’intera nazione, un piccolo culto o qualsiasi altra forma di corpo sociale, evolve verso questo obiettivo irraggiungibile… la totale trasformazione ideologica e il controllo di ogni singolo elemento della società … Questa ricerca fanatica del controllo totale, dell’uniformità ideologica assoluta , e l’eliminazione di ogni dissenso, è ciò che rende il totalitarismo il totalitarismo.

Nell’ottobre 2020 ho pubblicato The Covidian Cult , che da allora è diventato una serie di saggi che esaminano il totalitarismo New-Normal (cioè patologizzato) come “un culto scritto in grande, su scala sociale”. Questa analogia vale per tutte le forme di totalitarismo, ma soprattutto per il totalitarismo New Normal, in quanto è la prima forma globale di totalitarismo nella storia, e quindi:

“Il paradigma culto/cultura è stato invertito. Invece del culto esistente come un’isola all’interno della cultura dominante, il culto è diventato la cultura dominante e quelli di noi che non si sono uniti al culto sono diventati le isole isolate al suo interno.

In The Covidian Cult (Parte III) , ho notato:

“Per opporci a questa nuova forma di totalitarismo, dobbiamo capire in che modo assomiglia e differisce dai sistemi totalitari precedenti . Le somiglianze sono abbastanza ovvie – vale a dire, la sospensione dei diritti costituzionali, i governi che governano per decreto, la propaganda ufficiale, i rituali di lealtà pubblica, la messa al bando dell’opposizione politica, la censura, la segregazione sociale, le squadre di scagnozzi che terrorizzano il pubblico e così via – ma le differenze non sono così evidenti.

E ho descritto come il totalitarismo New Normal differisca fondamentalmente dal totalitarismo del 20° secolo in termini di ideologia, o apparente mancanza di ciò.

“Mentre il totalitarismo del XX secolo era più o meno nazionale e apertamente politico, il totalitarismo New Normal è sovranazionale e la sua ideologia è molto più sottile. La nuova normalità non è il nazismo o lo stalinismo. È il totalitarismo del capitalismo globale, e il capitalismo globale non ha un’ideologia, tecnicamente, o, piuttosto, la sua ideologia è la “realtà” .

Ma la differenza più significativa tra il totalitarismo del XX secolo e questo nascente totalitarismo globale è il modo in cui il totalitarismo New Normal “patologizza” la sua natura politica, rendendosi effettivamente invisibile e quindi immune all’opposizione politica. Mentre il totalitarismo del 20° secolo portava la sua politica sulla manica, il totalitarismo New Normal si presenta come una reazione non ideologica (cioè sovrapolitica) a un’emergenza sanitaria pubblica globale.

E, quindi, le sue classiche caratteristiche totalitarie – ad esempio, la revoca dei diritti e delle libertà fondamentali, la centralizzazione del potere, il governo per decreto, il controllo oppressivo della popolazione, la demonizzazione e la persecuzione di una sottoclasse “capro espiatorio”, la censura, la propaganda, ecc. non sono nascosti, perché impossibili da nascondere, ma ricontestualizzati in una narrativa ufficiale patologizzata .

Gli Untermenschen diventano “i non vaccinati”. Le spille con svastica diventano maschere dall’aspetto medico. I documenti d’identità ariani diventano “pass di vaccinazione”. Restrizioni sociali inconfutabilmente insensate e rituali obbligatori di obbedienza pubblica diventano “blocchi”, “distanziamento sociale” e così via. Il mondo è unito in una guerra totale goebbelsiana, non contro un nemico esterno (cioè un nemico razziale o politico), ma contro un nemico interno, patologico.

Questa narrativa ufficiale patologizzata è più potente (e insidiosa) di qualsiasi ideologia, poiché funziona non come un sistema di credenze o un ethos, ma piuttosto come una “realtà” oggettiva. Non puoi discutere o opporti alla “realtà”. La “realtà” non ha avversari politici. Coloro che sfidano la “realtà” sono “folli”, cioè “teorici della cospirazione”, “anti-vax”, “negazionisti del Covid”, “estremisti”, ecc. contemporaneamente privandoci della legittimità politica e proiettando su di noi la propria violenza.

Anche il totalitarismo del 20° secolo ha attribuito la sua violenza ai suoi capri espiatori (cioè ebrei, socialisti, controrivoluzionari, ecc.) ma non ha tentato di cancellare la sua violenza. Al contrario, lo ha mostrato apertamente, per terrorizzare le masse. Il totalitarismo New Normal non può farlo. Non può diventare apertamente totalitario, perché capitalismo e totalitarismo sono ideologicamente contraddittori.

L’ideologia capitalista globale non funzionerà come ideologia ufficiale in una società apertamente totalitaria. Richiede la simulazione della “democrazia”, ​​o almeno una simulazione della “libertà” basata sul mercato. Una società può essere intensamente autoritaria, ma, per funzionare nel sistema capitalista globale, deve concedere alla sua gente la “libertà” fondamentale che il capitalismo offre a tutti i consumatori, il diritto/obbligo di partecipare al mercato, di possedere e scambiare merci , eccetera.

Questa “libertà” può essere condizionata o estremamente limitata, ma deve esistere in una certa misura. L’Arabia Saudita e la Cina sono due esempi di società GloboCap apertamente autoritarie che tuttavia non sono del tutto totalitarie, perché non possono essere e rimanere parte del sistema. Le loro ideologie ufficiali pubblicizzate (vale a dire, il fondamentalismo islamico e il comunismo) funzionano fondamentalmente come sovrapposizioni superficiali sull’ideologia capitalista globale fondamentale che detta la “realtà” in cui tutti vivono. Queste ideologie “sovrapposte” non sono false, ma quando entrano in conflitto con l’ideologia del capitalismo globale, indovina quale ideologia vince.

Il punto è che il totalitarismo New Normal – e qualsiasi forma di totalitarismo capitalista globale – non può mostrarsi come totalitarismo, o addirittura autoritarismo. Non può riconoscere la sua natura politica. Per esistere, non deve esistere. Soprattutto, deve cancellare la sua violenza ( la violenza a cui in definitiva si riduce tutta la politica ) e apparirci come una risposta essenzialmente benefica a una legittima “crisi sanitaria globale” (e una “crisi del cambiamento climatico” e una “crisi del razzismo ” e qualunque altra “crisi globale” secondo GloboCap terrorizzerà le masse portandole a un’isteria insensata che segue l’ordine).

Questa patologizzazione del totalitarismo – e il conflitto politico/ideologico in cui siamo stati coinvolti negli ultimi 20 mesi – è la differenza più significativa tra il totalitarismo della Nuova Normalità e il totalitarismo del XX secolo. L’intero apparato del capitalismo globale (cioè le corporazioni, i governi, le entità sovranazionali, i media corporativi e statali, il mondo accademico, ecc.) è stato messo al servizio per raggiungere questo obiettivo.

Dobbiamo venire a patti con questo fatto. Lo facciamo. Non i nuovi normali. Noi.

GloboCap è sul punto di trasformare la società in una distopia patologizzata-totalitaria sorridente dove possono imporre “terapie” genetiche sperimentali e qualsiasi altro tipo di “terapie” che vogliono, e costringerci a mostrare i nostri “documenti di conformità” per andare sugli aspetti più basilari della vita. Questo rifacimento della società è violento . Viene eseguito con la forza, con la violenza e con la minaccia sempre presente della violenza. Dobbiamo affrontarlo e agire di conseguenza.

Qui nella New Normal Germany, se cerchi di andare a fare la spesa senza una maschera dall’aspetto medico, la polizia armata ti rimuoverà dai locali (e lo dico per esperienza personale). Nella New Normal Australia, se vai in sinagoga , i media verranno allertati e la polizia ti circonderà. In Germania, Australia, Francia, Italia, Paesi Bassi, Belgio e molti altri paesi, se eserciti il ​​tuo diritto di riunirti e protestare, la polizia ti innaffierà con cannoni ad acqua , ti sparerà con proiettili di gomma (e talvolta proiettili veri ) , spruzza agenti tossici nei tuoi occhi , e in genere ti picchia a morte .

E così via. Quelli di noi che lottano per i nostri diritti e si oppongono a questo totalitarismo patologizzato conoscono fin troppo bene la realtà della sua violenza e l’odio che ha fomentato nelle masse della Nuova Normalità. Lo sperimentiamo quotidianamente. Lo sentiamo ogni volta che siamo costretti a indossare una maschera, quando qualche funzionario (o cameriere) chiede di vedere i nostri “documenti”. Lo sentiamo quando siamo minacciati dal nostro governo, quando siamo illuminati e demonizzati dai media, da medici, celebrità, sconosciuti casuali e dai nostri colleghi, amici e familiari.

Riconosciamo lo sguardo nei loro occhi. Ricordiamo da dove viene e a cosa porta.

Non è solo ignoranza, isteria di massa, confusione, o una reazione eccessiva, o paura… o, OK, sì, sono tutte queste cose, ma è anche totalitarismo da manuale (nonostante la nuova svolta patologizzata). Totalitarismo 101.

Guardalo negli occhi e agisci di conseguenza.

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CJ Hopkins
22 novembre 2021
Foto: (1) Trionfo della volontà , 1935; (2) Keith Olbermann/Twitter

DISCLAIMER: Il saggio precedente è interamente opera del nostro satirico interno ed esperto politico autoproclamato, CJ Hopkins , e non riflette necessariamente i punti di vista e le opinioni della Consent Factory, Inc., del suo staff o di uno qualsiasi dei suoi agenti , controllate o aventi causa. Se, per qualsiasi inspiegabile motivo, apprezzi il lavoro di Mr. Hopkins e vorresti sostenerlo, vai alla sua pagina Substack , o alla sua pagina Patreon , o invia il tuo contributo al suo conto PayPal , così forse smetterà di venire nei nostri uffici cercando di far pagare soldi al nostro personale. In alternativa, potresti acquistare il suo romanzo di fantascienza distopico satirico, Zona 23 , oVolume I e II dei suoi Consent Factory Essays , o uno qualsiasi dei suoi spettacoli teatrali sovversivi , che ha vinto alcuni premi in Gran Bretagna e Australia. Se non apprezzi il lavoro di Mr. Hopkins e desideri scrivergli un’e-mail offensiva, sentiti libero di contattarlo direttamente.

 

 

FONTE: https://consentfactory.org/2021/11/22/pathologized-totalitarianism-101/

 

 

 

All’interno della nuova “strategia di biodifesa” degli Stati Uniti

Michael Bryant

L’amministrazione Biden ha recentemente pubblicato la sua strategia nazionale di difesa biologica del 2022 in risposta alla “necessità di prepararsi per future pandemie e minacce biologiche”.

Basandosi sul suo ordine esecutivo di settembre sull’avanzamento della biotecnologia e della bioproduzione , l’amministrazione Biden sostiene che questo ultimo programma – quello che chiama “Biodefense” – si baserà sulle “lezioni apprese dalla pandemia di COVID-19 in corso”.

Il paragrafo di apertura del piano afferma:

Oggi, l’amministrazione Biden-Harris adempie a un impegno assunto dal presidente Biden nel suo primo giorno in carica : rivedere le politiche nazionali esistenti in materia di biopreparazione e sviluppare raccomandazioni su come il governo federale dovrebbe aggiornarle, sulla base delle lezioni apprese dalla pandemia di COVID-19 in corso e altre minacce biologiche che la nostra nazione deve affrontare”.

Sembra che il presidente abbia dimenticato che solo un mese prima in 60 Minutes aveva dichiarato chiaramente che la pandemia era finita. Sembra anche ignorare il fatto che ci sono profondi disaccordi su quali lezioni siano state effettivamente apprese dalla serie di disastrose politiche COVID-19 messe in atto negli ultimi due anni e mezzo.

Ciò diventa profondamente problematico quando queste stesse disastrose politiche COVID-19 diventano il modello per la politica interna ed estera nei prossimi 5 anni, o più, se l’amministrazione Biden e i suoi sponsor fanno a modo loro.

Mettendo da parte la questione piuttosto importante di come siamo arrivati ​​al punto in cui i processi democratici sono stati gettati nella pattumiera, sostituiti da decreti esecutivi e decreti presidenziali, occorre capire/esaminare i particolari di questo ultimo decreto venduto come “piano di preparazione alla pandemia” e il panorama risultante, se attuato.

Sebbene il piano proposto sia pieno di un linguaggio tipicamente opaco, una rapida occhiata alla scheda informativa fornisce un quadro chiaro di cosa c’è in serbo se questo programma viene speronato.

La scheda si apre con il doppio linguaggio ministeriale d’obbligo.

Delinea una serie di obiettivi audaci per trasformare le biodifese e la sicurezza sanitaria della nazione lanciando uno sforzo dell’intero governo in 20 agenzie federali per rilevare, prevenire, prepararsi, rispondere e riprendersi da incidenti biologici, in collaborazione con il nostro internazionale partner statali, locali, tribali, territoriali e del settore privato.

Fin dall’inizio ciò chiarisce che si tratta di un progetto che comprenderà più agenzie governative e abbondanti risorse pubbliche. Ciò rivela anche i progetti per questo piano da “esportare” a numerosi alleati, agenzie e organizzazioni internazionali che ricadono sotto la sfera di influenza degli Stati Uniti.

Prosegue affermando quanto segue:

Il COVID-19 è l’ultimo esempio di come le minacce biologiche possano devastare le comunità in America e in tutto il mondo, causando milioni di morti e trilioni di dollari di perdite economiche a livello globale.

Questo falso presupposto che sia stato il COVID-19 a distruggere le comunità e a uccidere milioni di persone viene astutamente inserito per creare la giustificazione di un tale piano. Questo è il classico sotterfugio linguistico, che distorce la presunta malattia con la risposta alla malattia e le politiche imposte.

Questo diversivo intenzionale è un tentativo trasparente di nascondere il fatto che la folle raccolta di politiche COVID-19 – dai blocchi, al “distanziamento sociale”, alle maschere, al tracciamento dei contatti, ai test PCR, ai mandati sui vaccini – erano tutti pseudo- ciarlataneria scientifica che è servita a distruggere la società civile e mutilare milioni di persone.

L’amministrazione Biden perpetua queste bugie deviando dagli effetti disastrosi che queste politiche hanno avuto e stanno avendo sul grande pubblico. Questa duplicità serve anche a fornire copertura ai sinistri artefici di queste politiche criminali.

Ciò è particolarmente importante considerando questo tentativo di trasformare il naufragio della loro politica COVID-19 in una politica statale permanente.

La scheda continua:

Si basa su un approccio olistico “One Health” intrecciando gli sforzi per affrontare le minacce umane, animali, vegetali e ambientali in tutto il mondo.

Appropriandosi del linguaggio del vocabolario sanitario “alternativo”, l’amministrazione Biden ci informa benevolmente che questa strategia di biodifesa comprenderà anche questioni agricole e ambientali.

Lungi dall’essere “olistico” questo “approccio”, tra l’altro, è sicuramente un vantaggio per Biotech Agribusiness. Società come la Gates Foundation hanno cercato a lungo di ottenere fondi pubblici per i loro progetti prediletti (sia nazionali che internazionali) e per rafforzare la politica verso i loro desiderati monopoli agricoli.

Secondo questa dottrina a cosa ci stiamo preparando esattamente?

Gli Stati Uniti devono essere preparati a focolai di qualsiasi origine, siano essi di origine naturale, accidentale o deliberata.

Non sarà più necessaria una “minaccia” specificatamente identificabile per giustificare i preparativi per la biosicurezza. Come accadeva con le “cellule dormienti” oscure, non c’è bisogno di una minaccia reale, solo una minaccia percepita o possibilmente una minaccia fabbricata che, a quanto pare, potrebbe provenire da qualsiasi luogo in un dato momento. Abbastanza conveniente. E, sicuramente, poiché ora sarà una questione di “sicurezza nazionale”, il pubblico non avrà il diritto di conoscere nessuno dei dettagli.

E quando?

Impedire che le epidemie diventino epidemie e prevenire gli incidenti biologici prima che si verifichino: Fermando le epidemie alla fonte rafforzando la sicurezza sanitaria globale.

Queste “minacce” ora diventano completamente fungibili, definite come qualsiasi cosa che potrebbe accadere ovunque in un dato momento.

Portando una leggera svolta alla nozione di pre-crimine, l’amministrazione Biden crea una logica per la deterrenza di tali eventi prima che accadano, sulla base della mera speculazione che ciò accadrà in futuro.

E chi è la sfera di cristallo che determina dove, quando e se è probabile che si verifichino questi focolai?

Abilita i test entro 12 ore, aumenta decine di migliaia di test diagnostici entro una settimana e sviluppa una diagnostica rapida entro 90 giorni.

Come è stato con i “casi Covid” inventati, coloro che tengono le maniglie al nastro trasportatore della PCR avranno il potere di dichiarare un’altra pandemia e garantirne l’illusione, in qualsiasi momento.

Quali organizzazioni guideranno questo sforzo? Cosa si intende per “sicurezza sanitaria”? Abbiamo un’idea delle risposte a queste domande nelle seguenti affermazioni:

La strategia si basa anche sull’annuncio di USAID all’inizio di quest’anno di impegnare 150 milioni di dollari alla Coalition for Epidemic Preparedness Innovations per accelerare lo sviluppo di vaccini salvavita e contromisure contro le minacce biologiche;

Indirizzare la comunità dell’intelligence a monitorare da vicino l’evoluzione del panorama delle minacce biologiche e fornire informazioni critiche e potenzialmente urgenti necessarie per affrontare le minacce biologiche naturali, accidentali e deliberate.

Sembra che l’USAID, il CEPI finanziato da Gates e la CIA, organizzazioni non esattamente note per le loro prestazioni passate nel benessere pubblico, stiano espandendo le loro missioni nel regno dell’assistenza sanitaria pubblica.

Dato il track record di queste agenzie è altamente improbabile che questa missione si concentri sul miglioramento della nutrizione e dell’esercizio fisico e invece sarà sicuramente incentrata sul consolidamento dell’apparato di biosicurezza.

Superate le dubbie giustificazioni e le discutibili storie di copertina di questa “Strategia di Biodifesa” arriviamo al nocciolo della questione in questo paragrafo:

Tuttavia, il pieno raggiungimento di questi obiettivi di trasformazione richiederà il sostegno del Congresso per fornire risorse aggiuntive, inclusa la richiesta di 88 miliardi di dollari del Presidente in cinque anni per la preparazione alla pandemia e la difesa biologica. L’amministrazione attende con impazienza di lavorare con il Congresso per attuare questa strategia di investimento per salvare trilioni di dollari e milioni di vite.

E chi potrebbe torcersi le mani in attesa di questi sussidi governativi?

Puoi contare sul fatto che siano gli stessi individui e organizzazioni di Big Pharma e Big Tech che hanno progettato e beneficiato delle calamitose politiche Covid-19.

Il fiore all’occhiello dell’intero programma è espresso nella seguente frase:

Sviluppare vaccini entro 100 giorni; produrre abbastanza vaccino per la popolazione degli Stati Uniti entro 130 giorni; e lavorare con partner internazionali per sviluppare una fornitura di vaccini sufficiente per le popolazioni globali ad alto rischio entro 200 giorni.

È ben noto che uno degli obiettivi primari di Pharma per anni è stato quello di eliminare sperimentazioni e studi lunghi e costosi. I “costi irrecuperabili” delle sperimentazioni cliniche e degli studi sulla sicurezza hanno ridotto i loro profitti e rallentato notevolmente i tempi di immissione sul mercato dei prodotti.

Con il piano Biden tutto ciò che devono fare è affermare che c’è un agente patogeno preoccupante e usare la “sicurezza nazionale” come scusa per nascondere le prove. In un batter d’occhio tutti gli ostacoli normativi sono stati spazzati via, sostituiti da piattaforme di mRNA per la vita. Non appena qualcosa viene considerato “una minaccia alla biosicurezza”, possono pompare l’ultimo vaccino mRNA – finanziato con fondi pubblici – e imporre l’adozione.

Per comprendere lo scopo di questo “Piano Strategico” non è necessario consultare un indovino. La traduzione è semplice: denaro e controllo, tanti soldi, da destinare attraverso finanziamenti governativi, tramite sovvenzioni dei contribuenti, a chi ha il compito di “proteggerci”.

E il controllo sociale attraverso l’installazione di meccanismi di biosicurezza, con il pretesto di “proteggere la salute pubblica” come fondamento logico di questa “nuova economia” e nuova rete di biosicurezza.

Per dare un senso alle dimensioni colossali di questo programma è necessario riconoscere che l’obiettivo è sempre stato che i sistemi di consegna dell’mRNA diventassero la nuova vacca da mungere di Big Pharma. Questo programma fa esattamente questo inventando in modo permanente nuovi mercati per i prodotti biofarmaceutici.

L’idea è di utilizzare la piattaforma mRNA come meccanismo contro qualsiasi agente patogeno virale, reale o immaginario, portare la tecnologia sul mercato e iniziare a scorrere l’elenco.

I governi promessi sposi a Big Pharma cercheranno di imporre le iniezioni (o, in mancanza di ciò, utilizzeranno ogni forma di coercizione a loro disposizione) per intere popolazioni utilizzando un modello di abbonamento per iniezioni infinite di mRNA.

Ogni essere umano sulla terra, ogni corpo umano per diventare puntaspilli umani per riempire le tasche del cartello farmaceutico.

Piuttosto che imparare veramente le lezioni degli ultimi due anni, l’amministrazione Biden è decisa a raddoppiare le disastrose politiche COVID-19 che hanno decimato la vita di milioni di persone in tutto il paese, arricchendo e rafforzando le stesse forze che compongono il Apparato di biosicurezza.

Forse c’è qualche altra lezione in gioco.

Michael Bryant è un giornalista/attivista e ricercatore freelance che attualmente si concentra principalmente su questioni relative alla libertà sanitaria. Il suo lavoro è apparso su HealthFreedomDefense.org

FONTE: https://off-guardian.org/2022/11/10/inside-the-uss-new-bio-defense-strategy/

 

 

 

DIRITTI UMANI IMMIGRAZIONI 

La Germania ha dato il calcio dell’asino

La notizia:

Il Bundestag donerà 2 milioni di euro l’anno fino al 2026 a United4Rescue.

Due milioni di euro all’anno dal 2023 al 2026 per il salvataggio in mare. Nel giorno del suo terzo compleanno, la Ong tedesca United4rescue, a pochi giorni dal varo della sua prima grande nave, non poteva ricevere regalo più gradito dal Bundestag. “È un segnale politico forte e una spinta importante in tempi difficili”, gioiscono i responsabili dell’associazione fondata dalla Chiesa evangelica per sopperire alla fine delle missioni europee di soccorso.

E’ un atto politico ostile verso il governo italiano, gratuito e deliberato

Tanto più in malafede in quanto solo pochi giorni fa, l’8 novembre, il Giornale aveva pubblicato questo titolo:

L’ira di Scholz contro la Chiesa evangelica: finanzia le Ong che sbarcano clandestini

 […]Berlino avrebbe lasciato trapelare la propria irritazione nei confronti della Chiesa evangelica tedesca, «colpevole» di finanziare organizzazioni come United4Rescue che con le sue navi favorisce lo sbarco di migranti irregolari sulle coste del sud Europa. […]

Il livello della “solidarietà europea” di Berlino consiste dunque in atti di bullismo da scuola elementare. Approfittando della reazione francese, il governo tedesco dà il “calcio dell’asino” a un governo proprio perché percepito come debole, per danneggiarlo ancor più. E’ una profonda lezione che faremo bene a imparare: dai governi UE le questioni politiche generali sono trattate in obbedienza all’ordine di beccata esistente fra i gallinacei, dove la gallina più debole viene beccata di più.

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Los tile dei rapporti intra-UE

“Tra i volati esiste il cosiddetto ordine di beccata, che prevede che gli esemplari più forti si cibino prima di quelli più deboli. Per evitare che questi ultimi rimangano senza o con poco cibo, bisogna pensare attentamente a come allestire un pollaio! Soprattutto per quel che riguarda le mangiatoie”.

Naturalmente, la soluzione sarebbe: uscire dal pollaio. Dichiarare che la Russia è sconfitta (lo dicono tutti i media) e dunque l’Italia riprendere le normali relazioni commerciali con essa, ponendo fine alle sanzioni che ci impedisco di comprare il gas da Mosca.

Uscire dalla sottomissione alla Giorgetti ed applicare questo consiglio

FONTE: https://www.maurizioblondet.it/la-germania-ha-dato-il-calcio-delliasino/

Come il governo degli Stati Uniti sta dichiarando guerra ai suoi veterani

Giovanni Whitehead

>“ Per i soldati … tornare a casa è più letale che essere in combattimento .”Brené Brown, professore di ricerca presso l’Università di Houston

https://off-guardian.org/2022/11/13/how-the-us-government-is-waging-war-on-its-veterans/

Il governo degli Stati Uniti sta ancora conducendo una guerra contro i veterani militari americani. Specialmente i veterani che esercitano il loro diritto del Primo Emendamento di denunciare le malefatte del governo.

Considera: alleviamo i nostri giovani con una dieta costante di militarismo e guerra, li vendiamo sull’idea che difendere la libertà all’estero servendo nell’esercito è il loro dovere patriottico, poi quando tornano a casa, feriti e segnati dalla battaglia e impegnati a difendere le loro libertà a casa, spesso li trattiamo come criminali  solo per aver esercitato quei diritti per i quali hanno rischiato la vita.

Come riportato per la prima volta dal  Wall Street Journal , il governo ha persino un nome per la sua guerra ai veterani americani:  Operazione Vigilant Eagle .

Questo programma del Department of Homeland Security (DHS) tiene traccia dei veterani militari di ritorno dall’Iraq e dall’Afghanistan e li caratterizza come estremisti e potenziali minacce terroristiche interne perché possono essere “scontenti, disillusi o soffrire degli effetti psicologici della guerra”.

Insieme ai doppi rapporti del  DHS sull’ “estremismo” di destra e di sinistra,  che definiscono ampiamente gli estremisti come individui, veterani militari e gruppi “che sono principalmente antigovernativi, rifiutando l’autorità federale a favore dell’autorità statale o locale, o rifiutando completamente l’autorità del governo”, queste tattiche sono di cattivo auspicio per chiunque sia visto come contrario al governo.

Eppure il governo non si limita a prendere di mira individui che esprimono il proprio malcontento, ma prende di mira  individui addestrati alla guerra militare .

Non lasciarti ingannare dal fatto che il DHS sia rimasto estremamente silenzioso riguardo all’Operazione Vigilant Eagle.

Dove c’è fumo, ci sarà sicuramente fuoco.

E gli sforzi del governo per prendere di mira i veterani militari le cui opinioni possono essere percepite come “antigovernative” chiariscono che qualcosa è in atto.

Negli ultimi anni, i militari e le donne si sono trovati sempre più presi di mira  dalla sorveglianza , dalla censura, minacciati di incarcerazione o impegno involontario, etichettati come  estremisti  e/o malati di mente e  privati ​​dei loro diritti del Secondo Emendamento .

Alla luce degli sforzi del governo per gettare le basi per armare i dati biomedici del pubblico e  prevedere chi potrebbe rappresentare una minaccia per la sicurezza pubblica sulla base dei dati dei sensori di salute mentale  (un mezzo conveniente con cui penalizzare determinati comportamenti sociali “inaccettabili”), gli incontri con la polizia potrebbe diventare ancora più letale, specialmente se le persone coinvolte hanno una malattia mentale o una disabilità unita a un background militare.

Incredibilmente, come parte di una proposta introdotta sotto l’amministrazione Trump, una nuova agenzia governativa HARPA (una controparte sanitaria del braccio di ricerca e sviluppo del Pentagono DARPA) assumerà un ruolo guida  nell’identificare e prendere di mira i “segni” di malattie mentali o inclinazioni violente tra le persone popolazione  utilizzando l’intelligenza artificiale per raccogliere dati da Apple Watch, Fitbits, Amazon Echo e Google Home.

Queste tattiche non sono realmente nuove.

Molte volte nel corso della storia nei regimi totalitari, tali governi hanno dichiarato i dissidenti malati di mente e inadatti alla società come mezzo per renderli privi di potere.

Ad esempio, i funzionari governativi dell’Unione Sovietica dell’era della Guerra Fredda usavano spesso gli ospedali psichiatrici come prigioni per isolare i prigionieri politici dal resto della società, screditare le loro idee e distruggerli fisicamente e mentalmente attraverso l’uso di scosse elettriche, droghe e varie procedure mediche.

Questa pratica secolare con cui i regimi dispotici eliminano i loro critici o potenziali avversari dichiarandoli malati di mente e rinchiudendoli in reparti psichiatrici per lunghi periodi di tempo è una pratica comune nella Cina odierna.

Ciò che è particolarmente snervante, tuttavia, è come questa pratica di eliminare o indebolire potenziali critici, compresi i veterani militari, stia avvenendo con crescente frequenza negli Stati Uniti.

Ricorda, il National Defense Authorization Act (NDAA) ha aperto la porta al governo per arrestare come una minaccia alla sicurezza nazionale chiunque fosse considerato un piantagrane. Secondo le linee guida del governo per identificare gli estremisti interni – una parola usata in modo intercambiabile con i terroristi – tecnicamente, chiunque eserciti i propri diritti del Primo Emendamento per criticare il governo si qualifica.

Non ci vuole molto per essere contrassegnati come potenzialmente antigovernativi in ​​un database governativo da qualche parte , Main Core , ad esempio, che identifica e traccia le persone che non sono inclini a marciare di pari passo con i dettami del governo.

In effetti, come riporta il  Washington Post  , le comunità vengono mappate e ai residenti viene assegnato un  punteggio di minaccia con codice colore — verde, giallo o rosso — in modo che la polizia venga avvertita della potenziale inclinazione di una persona a essere un piantagrane a seconda che abbia avuto o meno un problema. carriera nell’esercito, ha pubblicato un commento percepito come minaccioso su Facebook, soffre di una particolare condizione medica o conosce qualcuno che conosce qualcuno che potrebbe aver commesso un crimine.

Il caso di  Brandon Raub  è un ottimo esempio di Operazione Vigilant Eagle in azione.

Raub, un marine decorato di 26 anni, si è trovato effettivamente interrogato da agenti governativi sulle sue opinioni sulla corruzione del governo, arrestato senza preavviso, etichettato come malato di mente per aver sottoscritto le cosiddette opinioni “cospiratorie” sul governo, detenuto contro la sua sarà in un reparto psichiatrico per aver sostenuto le sue opinioni e isolato dalla sua famiglia, amici e avvocati. Pochi giorni dopo che Raub fu sequestrato e trattenuto con la forza in un reparto psichiatrico VA, iniziarono ad emergere notizie di altri veterani che avevano esperienze simili.

“Disturbo da sfida oppositiva”  (ODD) è un’altra diagnosi utilizzata contro i veterani che sfidano lo status quo. Come spiega il giornalista Anthony Martin, una diagnosi STRANA

“denota che la persona mostra ‘sintomi’ come la messa in discussione dell’autorità, il rifiuto di seguire le indicazioni, la testardaggine, la riluttanza a seguire la folla e la pratica di disobbedire o ignorare gli ordini. Le persone possono anche ricevere tale etichetta se sono considerate liberi pensatori, anticonformisti o individui che sospettano di un grande governo centralizzato … Un tempo il protocollo accettato tra i professionisti della salute mentale era di riservare la diagnosi di disturbo oppositivo di sfida a bambini o adolescenti che hanno mostrato una sfida incontrollabile nei confronti dei loro genitori e insegnanti.

Che il governo stia usando l’accusa di malattia mentale come mezzo per immobilizzare (e disarmare) questi veterani è diabolico. Con un colpo di penna di un magistrato, questi veterani vengono dichiarati malati di mente, rinchiusi contro la loro volontà e privati ​​dei loro diritti costituzionali.

Se fosse solo classificato come “antigovernativo”, sarebbe una cosa.

Sfortunatamente, chiunque abbia un background e un addestramento militare ora viene visto anche come una minaccia alla sicurezza accresciuta dalla polizia che è addestrata a sparare prima e poi a fare domande.

Alimentando questa percezione dei veterani  come bombe  a orologeria bisognose di intervento, il Dipartimento di Giustizia ha lanciato  nel 2012 un programma pilota volto ad addestrare squadre SWAT ad affrontare scontri che coinvolgono veterani combattenti altamente addestrati e spesso pesantemente armati .

Il risultato?

Gli incontri della polizia con i veterani militari spesso si trasformano molto rapidamente in una situazione esplosiva e mortale, soprattutto quando sono coinvolte le squadre SWAT.

Ad esempio, Jose Guerena, un marine che ha prestato servizio in due tournée in Iraq, è stato  ucciso dopo che una squadra SWAT dell’Arizona ha aperto a calci la porta della sua casa durante un’irruzione per sbaglio di droga  e ha aperto il fuoco.

Pensando che la sua casa fosse stata invasa da criminali, Guerena ha detto a sua moglie e suo figlio di nascondersi in un armadio, ha afferrato una pistola e ha aspettato nel corridoio per affrontare gli intrusi. Non ha mai sparato con la sua arma. In effetti, la sicura era ancora sulla sua pistola quando è stato ucciso.

Gli ufficiali della SWAT, tuttavia, non così trattenuti, hanno sparato 70 colpi di munizioni contro Guerena, 23 dei quali sono entrati in contatto. A parte il suo passato militare, Guerena non aveva precedenti penali e la polizia non ha trovato nulla di illegale nella sua casa.

John Edward Chesney, un veterano del Vietnam di 62 anni, è stato  ucciso da una squadra SWAT  presumibilmente rispondendo a una chiamata secondo cui il veterano dell’esercito era in piedi nella finestra del suo appartamento di San Diego agitando quello che sembrava un fucile semiautomatico.

Gli ufficiali della SWAT hanno bloccato la strada di Chesney, hanno preso posizione intorno alla sua casa e hanno sparato 12 colpi contro la finestra dell’appartamento di Chesney. Si è scoperto che la pistola che Chesney avrebbe puntato contro la polizia da tre piani in su era un “finto fucile d’assalto dall’aspetto realistico”.

L’incontro di Ramon Hooks con una squadra SWAT di Houston non è finito così tragicamente, ma avrebbe potuto benissimo . Hooks, un veterano della guerra in Iraq di 25 anni, stava usando un fucile ad aria compressa per il tiro al bersaglio all’esterno quando un agente della sicurezza interna, presumibilmente negozi di case nella zona, lo ha segnalato come un tiratore attivo.

Non passò molto tempo prima che il tranquillo quartiere si trasformasse in una zona di guerra, con dozzine di auto della polizia, un veicolo blindato e polizia pesantemente armata. Hooks è stato arrestato, i pallini del suo fucile ad aria compressa e la sua pistola giocattolo sono stati confiscati e gli sono state presentate accuse per “malizia criminale”.

Data la crescente visione del governo dei veterani come potenziali terroristi interni, fa pensare due volte  ai programmi governativi che incoraggiano i veterani a includere una designazione di veterani sulle loro patenti di guida e carte d’identità .

Salutato dai politici come un modo per ” rendere più facile per i veterani militari accedere a sconti da rivenditori, ristoranti, hotel e venditori in tutto lo stato “ , renderà anche molto più facile per il governo identificare e prendere di mira i veterani che osano sfidare lo status quo.

Ricorda: nessuno viene risparmiato in uno stato di polizia.

Alla fine, come chiarisco in  Battlefield America: The War on the American People  e nella sua controparte immaginaria  The Erik Blair Diaries , subiamo tutti la stessa sorte.

È ovvio che se il governo non può prendersi la briga di rispettare il suo mandato costituzionale di rispettare i diritti dei cittadini, che si tratti del diritto di essere libero dalla sorveglianza e dalla censura del governo, il diritto a un giusto processo e a udienze imparziali, il diritto a essere liberi dalle perquisizioni lungo la strada e dalla polizia militarizzata, o il diritto di riunirsi e protestare pacificamente ed esercitare il nostro diritto alla libertà di parola, allora perché qualcuno dovrebbe aspettarsi che il governo tratti i veterani della nostra nazione con rispetto e dignità?

Certamente, i veterani hanno abbastanza ferite di guerra fisiche e psicologiche da superare senza aggiungere il governo al mix.

Sebbene gli Stati Uniti vantino  più di 20 milioni di veterani  che hanno prestato servizio nella seconda guerra mondiale fino ai giorni nostri, un gran numero di veterani è impoverito, disoccupato, traumatizzato mentalmente e fisicamente, alle prese con depressione,  suicidio e stress coniugale, senzatetto, sottoposto a sub trattamenti parziali presso cliniche e ospedali, e lasciati ammuffire mentre le loro  scartoffie si accumulano negli uffici dell’amministrazione dei veterani .

Almeno 60.000 veterani sono morti per suicidio  tra il 2008 e il 2017.

In media,  6.000 veterani si suicidano ogni anno . Tuttavia, uno studio recente suggerisce che il tasso di suicidi tra i veterani potrebbe essere più del doppio di quanto riportato annualmente dai funzionari federali.

La difficile situazione dei veterani di oggi – e il loro trattamento da parte del governo degli Stati Uniti – rimane il distintivo della vergogna dell’America.

L’avvocato costituzionale e autore John W. Whitehead è fondatore e presidente del Rutherford Institute. Il suo libro Battlefield America: The War on the American People (SelectBooks, 2015) è disponibile online su www.amazon.com. Whitehead può essere contattato all’indirizzo john@rutherford.org

FONTE: https://off-guardian.org/2022/11/13/how-the-us-government-is-waging-war-on-its-veterans/

 

 

 

ECONOMIA

Per fare deficit non ci sono i soldi? Falso

di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi su nicolaporro.it il 12 novembre 2022

Abbiamo scritto un articolo sull’austerità dell’attuale governo che riduce il deficit pubblico e stanzia 3 volte meno soldi per le bollette di qualunque altro governo.

Per ragioni di spazio non abbiamo discusso l’ovvia e scontata obiezione “E i soldi? Non ci sono i soldi…”  Speriamo con questo secondo articolo di dare una picconata a questa favola in un paese come l’Italia che è sempre in attivo con l’estero e ha 6mila mld di liquidità investita ovunque eccetto che al Tesoro.

Di solito si comincia subito a parlare della BCE che ha comprato, tramite Bankitalia in realtà, 400 miliardi e rotti di BTP e ha anche finanziato con quasi 300 miliardi le banche perché li comprassero e ora la si implora che continui. Al momento però, con inflazione oltre il 10% tutte le banche centrali smettono di creare miliardi dal niente per finanziare in questo modo indiretto i deficit. Chiedere e implorare la BCE è quindi una perdita di tempo.

Ma non è in realtà necessario.

Gli italiani al momento (quelli che hanno soldi e non debiti), hanno oltre 6 mila miliardi con i quali finanziano le banche italiane, nelle quali tengono 2,200 miliardi nei conti correnti. Poi con altri 4mila miliardi circa finanziano generosamente i governi e multinazionali del resto del mondo tramite fondi, polizze e gestioni varie.

Sì perché quando compri una polizza, quota di fondo comune, gestione o altro prodotto finanziario al 98%, se guardi di cosa è composto, è investito in America, UK, Asia, Sudamerica e resto d’Europa. Ad esempio, il totale delle obbligazioni nel mondo è di circa 130 mila miliardi, di cui l’Italia con i suoi BTP rappresenta solo 2mila miliardi. Ma metà dei nostri BTP sono in mano a Bankitalia/BCE e alle banche italiane e un altro terzo a fondi esteri. In pratica quindi i soldi che gli italiani mettono nei fondi, polizze e altri prodotti da risparmio gestito sono investiti ovunque tranne che in Italia.

Se si guarda però ai rendimenti dei BTP negli ultimi 20 anni sono sempre stati maggiori degli equivalenti bonds europei, inglesi, americani o asiatici. Ci sarebbe ovviamente anche da vedere il tasso di cambio, ma questo a volte va a favore come l’anno scorso se compravi dollari, ma in altri momenti può essere il contrario. Diciamo che se parliamo di rendimenti, in retrospettiva sarebbe stato meglio per chi voleva un rendimento da reddito fisso, obbligazioni insomma, comprare BTP. Perché hanno sempre reso di più degli equivalenti inglesi, americani, francesi, australiani o cinesi (per non parlare di quelli giapponesi che rendono sempre zero). Anche confrontandoli con i rendimenti delle obbligazioni delle grandi società, in realtà i BTP sono sempre stati alla pari o meglio. Come si sa, negli ultimi anni le politiche di tassi a zero hanno ridotto al lumicino i rendimenti e le grandi società (quelle solide) piazzavano titoli che pagano l’1%, quando il BTP era quasi sempre sopra il 2%.

Dove vogliamo arrivare? Semplice, al fatto che è assurdo che gli italiani finanzino le banche in eccesso di quello che è fisiologico, coi loro conti correnti e soprattutto che finanzino tutto il resto del mondo e non il proprio paese.

Se si parla infatti dei 2,200 miliardi nei conti correnti, che di fatto finanziano le banche a costo zero, questa è una cifra enorme paragonata ad altri paesi. Inoltre, le banche hanno anche ricevuto circa 300 miliardi gratis dalla BCE e in più con l’emergenza sanitaria i loro prestiti sono stati garantiti al 90% dallo Stato. Se si guarda ai loro bilanci i crediti a famiglie e imprese sono ora solo circa metà dell’attivo per cui comunque la giri sembrano in condizioni floride (basta vedere come salgono in borsa) e tutto questo denaro ora nei conti correnti non è necessario.

Gli italiani al momento, quindi, finanziano con il loro enorme risparmio (6mila miliardi) Stati e aziende nel resto del mondo e poi le banche italiane in eccesso del necessario. È assurdo dire che in Italia “non ci sono i soldi” perché questi sono sempre in banca in qualche forma e finanziano sempre quindi qualcuno, o la banca o qualche entità in giro per il mondo. Non esistono “i soldi” intesi come il gruzzolo di banconote, esistono 6 mila miliardi investiti, tramite le banche, da qualche parte. Ma non in Italia. Nessuno tiene i tuoi soldi in cassaforte per te, i tuoi soldi vengono usati sempre da qualcuno. Quando ne hai bisogno però te li trovano perché fortunatamente si va a chiederli tutti assieme. Oppure non si vendono le obbligazioni comprate tutti assieme, che altrimenti succede come con le criptovalute e perdono l’80%.

Capito questo, che l’Italia è piena di liquidità investita però in modo distorto diciamo così, si capisce la soluzione.

Lo Stato può offrire un tipo di investimento a misura di famiglie che non sia soggetto a speculazione come i BTP (che sono una invenzione recente del 1993 pensata per gli investitori esteri). Può offrire dei conti presso il Tesoro che paghino come un BTP medio (diciamo sul 3% o 4% usando quello a 5 anni) e da cui puoi usare il bancomat e i bonifici e carta di credito.

Anni fa questo era più complicato e costoso, dovevi prima liquidare l’investimento e poi aspettare che arrivassero i soldi sul conto corrente, ma con la tecnologia attuale puoi addebitare un conto di risparmio che paga interessi come si fa con un conto corrente.

In parole povere, se oggi vuoi un rendimento del 3% o 4% lo trovi in qualche fondo obbligazionario o BTP a 5 anni, ma poi quando hai bisogno di spendere 100 euro in più devi liquidare, pagare commissioni e aspettare un giorno. In realtà tecnicamente lo si può fare istantaneamente e con costi simili alla carta di credito. Dei 6mila miliardi quindi che gli italiani (benestanti… non tutti gli italiani), hanno in conti correnti e investimenti vari, puoi attrarne almeno 1,000 al Tesoro senza usare le aste dei BTP.

Ovviamente, in questo modo, il Tesoro funziona come una banca, tiene a riserva un 10 o 20% e usa il resto. Ma questo è esattamente come funzionano le banche, che non tengono i 2,200 miliardi “nei conti correnti” fermi, li investono o usano per fare mutui a 25 anni e tengono una riserva (intorno al 12% ora).

C’è tutta questa liquidità che esiste in Italia, che ora è tenuta ferma nei conti correnti a rendere zero con inflazione all’11% o investita in tutto il mondo con rischi vari, come si vede ora aprendo l’estratto conto del fondo obbligazionario che ha perso un 10 o anche 20%. Una parte di questi 6mila miliardi può essere investita invece presso il Tesoro, in conti che rendono come un BTP, ma utilizzabili anche come un normale conto corrente. Perché non farlo?

FONTE: https://paolobecchi.wordpress.com/2022/11/13/per-fare-deficit-non-ci-sono-i-soldi-falsodi/

 

 

 

L’inflazione al 12% è voluta dall’élite europea?

di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi su nicolaporro.it il 30 ottobre 2022

L’Inflazione in Italia è arrivata con il dato di questi ultimi giorni all’11,9%, record dal 1983 e anche record dell’Europa occidentale assieme a Olanda e Uk. La cosa paradossale è che Mario Draghi ha presieduto all’esplosione dell’inflazione con il suo governo, ma a nessuno viene in mente di associarlo a questo dato di fatto.

Non è solo una coincidenza fortuita dovuta a fattori “esterni”. Come mostriamo di seguito è il frutto di una serie di politiche di cui egli è stato uno dei rappresentanti. A cosa è dovuta? Sul peso relativo dei fattori ci sono opinioni ovviamente diverse, ma su quali siano i fattori causali non ci sono dubbi:

1. crisi energetica, a sua volta dovuta in parte alle politiche “verdi” che hanno scoraggiato gli investimenti in gas, petrolio, nucleare e in parte alle sanzioni alla Russia, per le quali si paga ora il gas Lng americano da 5 a 10 volte tanto di quello russo;

2. aumento generale delle materie prime dovuto anch’esso alle politiche cosiddette “sostenibili” e poi ai lockdown che hanno creato “colli di bottiglia” in diversi elementi della catena di produzione;

3. deficit pubblici intorno al 10% del Pil in tutto il mondo occidentale, motivati dai lockdown e finanziati stampando moneta dalle Banche Centrali (indirettamente, cioè comprando i titoli di stato sui mercati).

In sostanza l’esplosione dell’inflazione è dovuta a tre fattori: i lockdown, le politiche per la riduzione del CO2 e in generale “eco-sostenibili” e le sanzioni alla Russia. Diversa la situazione negli Stati Uniti perché da loro la spesa per consumi è esplosa e il Pil ha accelerato grazie a quasi 6mila miliardi di deficit addizionali in due anni con il pretesto dei lockdown. Tanto per fare un esempio, i finanziamenti agevolati straordinari per compensare il lockdown negli Usa sono stati “condonati”, per cui chi aveva cinque dipendenti si è ritrovato rimborsati tutta la parte di contributi in busta paga, parliamo di rimborsi di fatto a fondo perduto anche di 50mila dollari per dipendente. Anche se gli stipendi non reggono la corsa dell’inflazione, in America stanno aumentando tra il 6 e il 7% l’anno e nella fascia di reddito bassa anche di più grazie ad una disoccupazione praticamente scomparsa.

In Italia gli aumenti salariali sono sotto il 2% in media complessivamente, mentre l’inflazione sfiora ora il 12%. Parliamo di una perdita di reddito reale del 10% annuo. L’inflazione degli anni ‘70 e inizio ‘80 era totalmente diversa perché allora gli stipendi aumentavano quanto l’inflazione, tanto è vero che la quota di reddito del lavoro dipendente toccò allora i massimi.

A chi vanno in tasca allora questi aumenti dei prezzi, oltre che ai produttori esteri (americani) di gas liquefatto e speculatori vari sul gas? L’Italia importa materie prime persino nell’alimentare per cui sta regalando soldi a produttori esteri di materie prime e anche semilavorati e componenti vari. Basti pensare a batterie elettriche e pannelli solari, tutti importati e che vengono sussidiati anche più di prima grazie al Pnrr (e ovviamente con la crisi energetica c’è una corsa a montarli).

Da noi ci sono grossisti e anche artigiani e aziende varie nei settori dei semilavorati, in tutto quello che entra nelle costruzioni, energia, alimentare che fanno ora utili mai visti, perché ovviamente quando ci sono aumenti improvvisi del 50% si diffonde la psicosi dell’inflazione e anche dove i costi non lo giustificano i prezzi aumentano “perché adesso c’è l’inflazione”. Poi ci sono ovviamente le banche che possono aumentare il costo dei finanziamenti senza aumentare la remunerazione dei conti per cui anche se i Btp rendono oltre il 4% i conti correnti sono sempre intorno a 0%, mentre i fondi obbligazionari perdono tutti dal 15% in su (a meno che non siano in dollari).

Con un’inflazione all’12% un risparmiatore che abbia investito nei fondi obbligazionari (che rischiano di solito meno di quelli azionari) potrebbe ritrovarsi con una perdita anche del -30% se si tratta di obbligazionari a lungo termine (come i Btp a dieci anni ed equivalenti tedeschi o francesi).

Quest’anno, quindi, la fascia di italiani che ha rendite finanziarie soffre di perdite che non si vedevano da decenni. Curiosamente, se ne parla poco, forse perché appunto sono perdite che vengono non tanto dalle borse ma dalle obbligazioni, dal reddito fisso e l’industria del risparmio gestito non sa cosa dire ai clienti.

Il succo di questa storia dell’esplosione improvvisa dell’inflazione è che crea squilibri di reddito, alcuni ne beneficiano anche in Italia (come si è accennato sopra) ma la maggioranza di persone a reddito basso e chi ha una rendita finanziaria invece ci rimette. Questa inflazione redistribuisce il reddito, in parte verso l’estero, tanto è vero che l’Italia come tutta l’Europa ora è passata di colpo da surplus a deficit estero e in parte verso settori che possono aumentare i prezzi, ma a cui non aumentano molto i costi. Non a caso la borsa italiana va meno peggio di altre, le società nell’energia, le banche e anche ora che il gas è sceso le utilities vanno bene.

Questa inflazione però è frutto delle scelte politiche dell’élite europea, che ha voluto le politiche di riduzione del CO2 molto più che in America e sicuramente molto di più che in Asia dove si continua tranquillamente con il carbone. L’élite di Von der Leyen, Macron, Draghi e soci ha voluto anche i lockdown, mentre negli Usa a governo repubblicano non ci sono stati. Poi l’élite europea ha accettato di seguire gli Usa nelle sanzioni totali alla Russia, rinunciando a gas che costa 20 per andare a pagare il gas americano da 100 a 200 (per MWh). E ci sarebbe anche da parlare dell’eredità di 8 anni di politiche di tassi di interesse a zero e di finanziamento di enormi deficit stampando miliardi di euro (con il computer) della Bce.

I politici si lamentano se la Bce riporta i tassi ora all’1,5%, ma in realtà con inflazione all’12% è un aumento irrilevante, una volta si portavano i tassi all’8% o 10% se l’inflazione era oltre il 10%. Questi aumenti di tassi sono di facciata e la Bce non ha nemmeno ancora smesso di comprare Btp e altri titoli. E intanto le politiche per il CO2 continuano e le sanzioni pure. Come si sa, il Pil ora, per via dell’inflazione, aumenta del 10% l’anno in termini “nominali”  e questo alleggerirà il peso del debito. Può darsi allora che l’inflazione attuale sia stata non casuale: una scelta voluta dalle élite come unico modo per ridurre il peso del debito.

FONTE: https://paolobecchi.wordpress.com/2022/11/01/linflazione-al-12-e-voluta-dallelite-europea/

 

 

 

LE TENDENZE DEL CAPITALE NEL XXI SECOLO, TRA “STAGNAZIONE SECOLARE” E GUERRA

La realtà geopolitica dell’inizio del XXI secolo va studiata a partire dalla categoria di modo di produzione. Tale categoria definisce i meccanismi di funzionamento del capitale in generale, astraendo dalle singole economie e dai singoli Stati. Per questa ragione, dobbiamo far interloquire la categoria di modo di produzione con quella di formazione economico-sociale storicamente determinata, che ci restituisce il quadro dei singoli Stati e delle relazioni tra di loro in un dato momento.

Inoltre, il nostro approccio dovrebbe essere dialettico, basato cioè sull’analisti delle tendenze della realtà economica e politica. Tali tendenze non sono lineari, ma spesso in contraddizione con altre tendenze. Solo lo studio delle varie tendenze contrastanti può permetterci di delineare i possibili scenari futuri.

  1. La “stagnazione secolare”

L’economia capitalistica mondiale è entrata in una fase di “stagnazione secolare”. A formulare tale definizione è stato nel 2014 Laurence H. Summers, uno dei principali economisti statunitensi, ministro del Tesoro sotto l’amministrazione Clinton e rettore dell’Università di Harvard. Summers ha mutuato il termine di “stagnazione secolare” dall’economista Alvin Hansen, che lo coniò durante la Grande depressione degli anni ’30, che iniziò con la crisi borsistica del 1929. L’attuale “stagnazione secolare” inizia, invece, con la crisi del 2007-2009, seguente allo scoppio della bolla dei mutui subprime.

La “stagnazione secolare” consiste di una crescita del Pil molto ridotta, ben al di sotto del potenziale. Secondo Summers, la bassa crescita è dovuta alla riduzione degli investimenti di capitale. Del resto, la crescita precedente alla crisi dei mutui subprime è stata sempre dovuta a una politica fiscale e monetaria eccessivamente espansiva, basata sul mantenimento di tassi d’interesse molto bassi da parte della Fed, la banca centrare statunitense. In sostanza, rileva Summers, negli ultimi quindici o vent’anni non c’è stato un solo periodo in cui si sia verificata una crescita soddisfacente in condizioni finanziarie sostenibili. Questo problema, però, non ha riguardato solo gli Usa, ma anche l’area euro e il Giappone.

Quanto scriveva Summers nel 2014 ha trovato conferma in quanto avvenuto fino ad oggi. La crescita del Pil si è ridotta dappertutto e nel 2020 si è avuta, a seguito della pandemia, la più grave recessione dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tuttavia, il rallentamento è stato più accentuato nei principali Paesi avanzati e meno marcato in alcuni Paesi emergenti. Tale fenomeno può essere osservato mettendo a confronto i Paesi del G7 (Stati Uniti, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Canada) con i Brics (Cina, India, Brasile, Russia e Sud Africa), sia nel periodo precedente alla crisi dei mutui subprime, tra 1980 e 2007, sia nel periodo successivo, tra 2007 e 2021 (Tabella 1).

La crescita dei Paesi della Triade, che comprende le tre aree storicamente dominanti del capitalismo mondiale, il Nord America, l’Europa occidentale e il Giappone, era già inferiore a quella dei Brics nel periodo 1980-2007, ma dopo il 2007 si è dimezzata. Gli Usa, ad esempio, tra 1980 e 2007 fanno segnare una crescita media annua del 3,1%, che nel 2007-2021 si dimezza all’1,5%. Dall’altra parte, Cina e India registrano una crescita molto superiore rispetto a quella Usa nel periodo 1980-2007, rispettivamente del 10,1% e del 6,1% medio annuo. Nel periodo 2007-2021 la crescita di Cina e India si riduce, ma molto meno di quella statunitense, rispettivamente al 7% e al 5,5% medio annuo, rimanendo così molto superiore a quella statunitense.

Ancora peggiore, in confronto a quella degli Usa, è la performance di Giappone e Europa occidentale. La crescita del Giappone nel periodo 1980-2007 è stata del 2,5% medio annuo, cioè di quattro volte inferiore a quella cinese e meno della metà di quella indiana, azzerandosi nel periodo 2007-2021 (+0,1%). L’Europa occidentale (Germania, Regno Unito, Francia e Italia), che nel periodo 1980-2007 aveva registrato una crescita inferiore a quella statunitense, nel periodo 2007-2021 subisce una vera e propria stagnazione con una crescita media annua inferiore all’1%, che, per quanto riguarda l’Italia, si traduce in una decrescita del -0,5% medio annuo.

Come abbiamo detto, la crisi del 2020 ha visto una contrazione del Pil a livelli mai visti nel periodo post Seconda guerra mondiale. Per combatterla, le banche centrali, a partire dalla Fed e dalla Bce, hanno abbassato il costo del denaro fino a farlo arrivare in area negativa, e, allo stesso tempo, i governi hanno messo in campo politiche fiscali espansive di grande entità. Non è un caso che, allo scoppio della pandemia, Draghi abbia sostenuto che la crescita dell’indebitamento e del deficit statali fosse una necessità, come in guerra, e non più il male assoluto da evitare a ogni costo con politiche di austerity. L’economia, spinta dalle politiche espansive, nel 2021 è rimbalzata, ma nel 2022 la crescita si è già ridimensionata. Dunque, non solo viene confermata la “stagnazione secolare”, ma addirittura si prospetta uno scenario ancora peggiore: l’accoppiata tra crescita ridotta e alta inflazione, la cosiddetta “stagflazione”. L’aspetto più grave è che, per combattere l’inflazione, le banche centrali, in particolare la Fed statunitense e la Bce, hanno deciso di rialzare il costo del denaro e ridurre i programmi di acquisto di titoli di Stato. È la fine delle politiche espansive monetarie, che determina il rallentamento della ripresa e, secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, una probabile recessione nel 2023.

Ritornando a Summers, appare evidente dal suo ragionamento che il vero problema dell’economia mondiale non risiede nella carenza di liquidità, ma nel suo eccesso: le crisi finanziarie sono una conseguenza della sovrabbondanza o sovraccumulazione di capitale produttivo. Una sovrabbondanza che è relativa, cioè determinata dalla incapacità delle imprese private a impiegarla profittevolmente. Il calo del tasso reale d’interesse crea bolle borsistiche a ripetizione che, scoppiando, determinano una ricorrente situazione di instabilità finanziaria che si estende all’economia nel suo complesso. L’economia capitalistica si trova così presa nel circolo vizioso di recessione, politiche espansive monetarie e fiscali, creazione di bolle, scoppio delle bolle e ricaduta nella recessione.

La stagnazione, quindi, appare configurarsi come una caratteristica “secolare”, ossia di lungo periodo dell’economia capitalistica, specialmente nelle sue punte più avanzate, la Triade. Sorge a questo punto la domanda: come risolvere una tale “stagnazione secolare”? La risposta di Summers è che bisogna aumentare gli investimenti, ma questo non è possibile a meno del verificarsi di una condizione che si è ben lungi dall’augurarsi: “è certamente possibile che alcuni eventi esogeni possano intervenire ad aumentare la spesa e incentivare gli investimenti. Ma, guerra a parte, non appare chiaro quali potrebbero essere tali eventi.”[i] Quindi, solo una guerra e, in particolare, una guerra su larga scala come una guerra mondiale, potrebbe tirare fuori l’economia dei Paesi avanzati dalle secche in cui affonda. Del resto, è quello che è accaduto nella precedente “stagnazione secolare”, quella degli anni ’30. A risolvere la Grande depressione non fu il New Deal, varato dal presidente Franklin D. Roosvelt, ma furono le massicce spese belliche e gli investimenti per la ricostruzione, seguita alle enormi distruzioni della Seconda guerra mondiale, a determinare la ripresa dell’economia e a dare luogo all’espansione dei “trenta gloriosi”, fino alla crisi degli anni ’74-‘75.

 

  1. La caduta tendenziale del saggio di profitto e il crollo del capitalismo

Secondo quanto evidenziato da Marx, la tendenza tipica del modo di produzione capitalistico è la diminuzione della parte di capitale spesa in forza lavoro (capitale variabile) in rapporto alla parte spesa in mezzi di produzione e materie prime (capitale costante). In altri termini, si determina un progressivo aumento della composizione organica di capitale, cioè un aumento della parte di capitale costante in rapporto a quella di capitale variabile. Il fatto è che solo il capitale variabile, la forza lavoro, produce plusvalore. Ne deriva che, a parità di sfruttamento della forza lavoro (cioè a parità di saggio di plusvalore), la quantità di plusvalore tende a diminuire rispetto al capitale totale investito. Essendo il saggio di profitto dato dal rapporto tra plusvalore e capitale totale, si determina così una tendenza alla caduta del saggio di profitto.

In questo modo, si viene a creare una sovraccumulazione di capitale. Questo vuol dire che si è accumulato troppo capitale, in mezzi di produzione, rispetto alla capacità di generare un saggio di profitto adeguato alle necessità dei capitalisti. Quando la sovraccumulazione si viene a verificare nei settori principali dell’economia si ha una sovraccumulazione generale. A questo punto, i capitalisti, in assenza di un saggio elevato di profitto, riducono gli investimenti. Nello stesso tempo, la concorrenza tra singoli capitali si fa più spietata, e i capitali meno forti soccombono, generando una moria di imprese. In conseguenza di tutto ciò, si ha una contrazione della produzione generale che si traduce in crisi e recessioni.

Dal momento che l’aumento della composizione organica è più forte nei paesi capitalisticamente più sviluppati, la caduta del saggio di profitto tende a manifestarsi con più forza in questi Paesi. Per questa ragione, il tasso di crescita del Pil è minore nei Paesi capitalisticamente più sviluppati e maggiore in quelli meno sviluppati. Anche il rallentamento della crescita o il crollo della produzione, nel corso delle crisi, si determina con maggiore intensità nei paesi più avanzati, come abbiamo visto sopra nel confronto di lungo periodo tra i Paesi del G7, capitalisticamente più sviluppati, e i Paesi del Brics, capitalisticamente meno sviluppati.

Naturalmente, lo scoppio delle crisi e delle recessioni può avvenire per certe cause scatenanti, come lo scoppio di una bolla finanziaria, la penuria o l’aumento del prezzo di certe materie prime o di certi componenti o semilavorati, o per fattori esogeni all’economia, come una guerra o sanzioni economiche o una pandemia. Le crisi, inoltre, possono generarsi per uno squilibrio tra eccesso di merci prodotte e ristrettezza del mercato di assorbimento. Ciononostante, queste sono cause contingenti che accendono la miccia sul vero e proprio materiale esplosivo che è sottostante, ossia la sovraccumulazione di capitale e la caduta del saggio di profitto. La crisi generale è sempre da ricollegare a questa tendenza tipica del modo di produzione capitalistico.

Però, la caduta del saggio di profitto è una tendenza, importante sì, ma una tendenza. Marx scriveva che il problema teorico per gli economisti non è tanto capire il perché della caduta del saggio di profitto, bensì capire il perché una tale tendenza non sia più celere e accentuata, tramutandosi in crollo del sistema. In sostanza, dice Marx, “devono intervenire influenze antagonistiche che ostacolano o annullano l’attuazione della legge generale conferendole il carattere di una semplice tendenza; ed è per questa ragione che la caduta del saggio generale di profitto noi l’abbiamo chiamata tendenziale”[ii].

Al suo tempo, Marx evidenziava le seguenti influenze antagonistiche: l’aumento del grado di sfruttamento del lavoro, la riduzione del salario al di sotto del suo valore, la diminuzione di prezzo del capitale costante, la sovrappopolazione relativa, che porta alla creazione di un esercito industriale di riserva, ossia una massa di disoccupati, che, esercitando una pressione concorrenziale sugli occupati, permette una riduzione del salario. Tra i più importanti fattori c’è, poi, il commercio estero: sia l’esportazione dell’eccesso di merci, determinato dall’aumento della capacità produttiva del capitale, sia l’esportazione di capitale nei paesi periferici, dove il saggio di profitto è più alto a causa del minore sviluppo capitalistico e il lavoro viene sfruttato in maniera più intensa. Possiamo osservare come le stesse cause che producono la caduta del saggio di profitto determinano anche i fattori che la contrastano. Infatti, lo sviluppo tecnologico che porta alla sostituzione di forza lavoro con macchine, e cioè alla sostituzione di capitale variabile con capitale costante, se, da una parte, conduce all’aumento della composizione organica, dall’altra parte, genera l’aumento dello sfruttamento del singolo lavoratore e la creazione dell’esercito industriale di riserva.

Queste tendenze antagonistiche, che Marx evidenziava ai suoi tempi, sono ancora funzionanti a tutt’oggi.  Da Marx a oggi, però, il capitalismo si è molto sviluppato: la sovraccumulazione di capitale è cresciuta a livelli talmente alti che, di fatto, il capitalismo sarebbe già crollato se non si fossero verificate delle condizioni nuove. Tra queste c’è la guerra mondiale: senza la Seconda guerra mondiale oggi il capitalismo forse non esisterebbe. C’è poi la finanziarizzazione, che consente, tramite tutta una serie di invenzioni speculative, di fare profitti senza passare per la produzione di merci. Per la verità, la finanziarizzazione viene rilevata anche da Marx, sebbene nella sua epoca non fosse arrivata agli estremi attuali. C’è, infine, l’intervento diretto dello Stato a sostegno dell’economia capitalistica. A causa dell’aumento della spesa pubblica, i debiti pubblici si sono rigonfiati a livelli mai visti prima in tempi di pace proprio perché nel corso dei decenni, soprattutto dopo i “trenta gloriosi”, lo Stato si è assunto il compito di stampella del capitalismo.

Tuttavia, questi nuovi fattori antagonistici presentano dei forti limiti: la finanza e il debito, pubblico e privato, oltre un certo livello rappresentano un forte fattore di instabilità e di crisi. Inoltre, il capitale ha già sfruttato tutte le leve, che, secondo Marx, ha a sua disposizione, dalla compressione del salario all’uso dell’esercito industriale di riserva alla esportazione di capitali dai paesi capitalisticamente più sviluppati verso quelli meno sviluppati. L’ulteriore accentuazione della contrazione del salario non fa che aggravare la crisi sul lungo periodo. Per questo, rientra in gioco l’aspetto della distruzione creatrice: la distruzione di capacità produttiva, che permette di ridurre la sovraccumulazione di capitale e rilanciare la produzione di profitto. Le stesse crisi sono un fattore di riduzione della sovraccumulazione mediante la distruzione di capitale, sotto forma di eliminazione di imprese e la centralizzazione, mediante fusioni e acquisizioni, di quelle che rimangono. Ma è soprattutto la guerra mondiale che si staglia sullo sfondo come elemento di ridefinizione delle condizioni di accumulazione mediante la distruzione di capitale.

Se la caduta del saggio di profitto fosse senza tendenze contrastanti, il modo di produzione capitalistico crollerebbe su sé stesso. Ma, come abbiamo visto, così non è. Tuttavia, per Marx, la caduta del saggio di profitto dimostra il carattere “ristretto, meramente storico, transitorio, del modo di produzione capitalistico: attesta che esso non costituisce affatto l’unico modo di produzione in grado di generare ricchezza, ma al contrario, arrivato a un certo punto, entra in conflitto con il suo stesso ulteriore sviluppo.”[iii] La tendenza del capitalismo al crollo è sempre più evidente e accentuata, sebbene non sia possibile pensare a un crollo automatico. Bisogna vedere cosa il capitale inventerà per spostare ancora una volta in avanti il suo redde rationem. A parte la carta della guerra, il capitale sembra volersi giocare la carta della transizione ecologica. Il passaggio alle fonti rinnovabili e trasformazioni radicali come il passaggio dal motore a combustione interna al motore elettrico rappresentano degli strumenti tesi a ridurre la sovrapproduzione di capitale e merci per rilanciare i profitti.

 

  1. Cambiamenti dei rapporti di forza mondiali

Come scriveva Lenin, il capitalismo concreto, cioè quello formato da un insieme di formazioni economico-sociali, è caratterizzato da una crescita diseguale[iv]. Le potenze egemoni, più “vecchie” dal punto di vista dello sviluppo capitalistico tendono a crescere meno, mentre quelle più “giovani” tendono a crescere più velocemente. Di conseguenza, i rapporti di forza economici tendono a modificarsi a favore di queste ultime. A un certo punto i nuovi rapporti di forza economici entrano in conflitto con i rapporti politici esistenti, generando una tendenza alla guerra.

La storia del capitalismo può essere letta come un avvicendarsi di cicli economici, più o meno secolari, che vedono il prevalere, di volta in volta, di una potenza egemone, attorno alla quale si determina l’accumulazione di capitale mondiale. È questa la teoria dei “cicli secolari”, ideata da Giovanni Arrighi, che definisce quattro cicli secolari del capitalismo, dal XVII al XXI secolo: quello ispano-genovese, quello olandese, quello britannico e, infine, quello statunitense[v]. La potenza economica si accompagna sempre alla potenza politico-militare: ad ogni ciclo gli Stati di volta in volta egemoni sono sempre più grandi e militarmente potenti. I cicli secolari sono divisi in due parti: una basata sulla produzione materiale e una sulla finanza. Fino a un certo punto gli Stati egemoni sono prevalenti dal punto di vista della produzione materiale, poi tale prevalenza viene meno, per la sovraccumulazione di capitale, e, allora, prevale l’aspetto finanziario di controllo dei flussi di capitale. Ma anche la crescita dei profitti trainata dalla finanza a un certo punto viene meno e, nel frattempo, emergono altre potenze che sfidano la potenza egemone. Si determina così un periodo di caos alla fine del quale, sempre dopo una guerra generale, la vecchia potenza egemone viene sostituita da una nuova potenza, attorno alla quale riprende il ciclo di accumulazione capitalistico.

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo la Gran Bretagna viene sopravanzata nella produzione e nella esportazione di beni da due potenze emergenti, la Germania e soprattutto gli Stati Uniti. La Prima e la Seconda guerra mondiale sono combattute per l’egemonia mondiale. Alla fine della lotta la Germania è sconfitta ma la Gran Bretagna è costretta a cedere il ruolo di potenza guida agli Usa.

Neanche gli Usa sfuggono, però, alle leggi storiche, incorrendo in una decadenza che si manifesta nel calo della crescita e nella drastica diminuzione della loro quota sul Pil e sulle esportazioni mondiali. Per la verità, oggi, la decadenza è riscontrabile anche negli altri Paesi che, insieme agli Usa, fanno parte del cosiddetto Occidente, cioè l’Europa occidentale e il Giappone. Come già accaduto alla Gran Bretagna, oggi gli Usa e gli altri Paesi centrali subiscono la forte concorrenza di alcuni emergenti, soprattutto quella della Cina (Graf.1).

Graf. 1 – Quota dei principali Paesi sul Pil mondiale (a parità di potere d’acquisto; in %)

Infatti, se consideriamo il Pil a parità di potere d’acquisto, la Cina ha superato gli Usa già nel 2016. La Cina negli ultimi trenta anni, tra 1991 e 2021, è passata dal 4,3% del Pil mondiale al 18,6%, mentre gli Usa sono calati dal 21% al 15,7%[vi]. Anche la quota dell’India è cresciuta dal 3,4% al 7%, mentre quella degli altri Paesi centrali, alleati degli Usa, è calata. Ad esempio, il Giappone è passato dal 9,2% al 3,8% e la Germania dal 6% al 3,3%. Uno stesso calo è riscontrabile anche nella quota sulle esportazioni mondiali di beni manufatti. Tra 1991 e 2021 gli Usa passano da una quota del 12% al 7,9%, mentre la Cina passa dal 2% al 15,1%. L’india passa dallo 0,5% all’1,8%, mentre il Giappone scende dal 9% al 3,4% e la Germania dall’11,5% al 7,3%. Bisogna, però, considerare che, sul piano del Pil pro capite (sempre a parità di potere d’acquisto), la Cina è ancora distante dagli Usa, pur essendo cresciuta enormemente negli ultimi venti anni. Il Pil pro capite della Cina rappresentava nel 1991 il 3,8% di quello degli Usa e nel 2021 il 27,8%, mentre quello dell’India nel 1991 rappresentava il 4,1% e nel 2021 il 10,3%.

In sostanza, possiamo osservare che i rapporti di forza mondiali sul piano economico sono cambiati e che, per la prima volta da circa un secolo e mezzo, la Cina ha ripreso il primato sul Pil mondiale che aveva sempre avuto storicamente fino all’epoca delle guerre dell’oppio intorno alla metà del XIX secolo. Anche sul piano tecnologico la Cina sta facendo molti passi in avanti, sfidando anche su questo terreno gli Usa. Questi, però, se non hanno più l’egemonia sulla produzione e sull’export mondiali mantengono una egemonia sia militare sia finanziaria, grazie al dollaro.

 

  1. Il ruolo egemonico del dollaro e la tendenza al suo declino

Gli Stati Uniti hanno ricalcato le orme della Gran Bretagna, sebbene con importanti differenze, soprattutto con la sostituzione del dollaro alla sterlina come moneta mondiale. Con la Prima guerra mondiale molti paesi abbandonarono il gold standard, stampando massicciamente denaro per finanziare le spese militari. Il Regno Unito, invece, mantenne la sterlina legata all’oro, per conservarle il ruolo di moneta mondiale, ma fu costretto, per la prima volta nella sua storia, a prendere a prestito denaro dall’estero. Il Regno Unito e gli altri Paesi alleati divennero così debitori degli Usa, che furono pagati in oro. In questo modo gli Usa alla fine della guerra divennero il principale possessore di riserve auree. Gli altri Paesi, privi delle loro riserve in oro, non poterono più ritornare al gold standard. Nel 1931 anche il Regno Unito abbandonò definitivamente il gold standard e il dollaro sostituì la sterlina come valuta di riserva mondiale.

Fu, però, solo con la Seconda guerra mondiale che il dollaro vide consacrato il suo ruolo di moneta mondiale grazie agli accordi di Bretton Woods (1944), in base ai quali si decise di abbandonare il gold standard: le valute mondiali non sarebbero più state agganciate all’oro bensì al dollaro, che a sua volta era agganciato all’oro. In caso di richiesta i paesi creditori in dollari sarebbero stati pagati dagli Usa in oro. In questo modo, le banche centrali dei Paesi aderenti a Bretton Woods anziché oro accumularono dollari. Il sistema, però, entrò in crisi alla fine degli anni ’60, perché gli Usa, per finanziare la guerra in Vietnam e i programmi di welfare interni, cominciarono a inondare il mercato di dollari. Preoccupati per la svalutazione del dollaro, i creditori degli Usa cominciarono a chiedere di essere pagati in oro. Temendo di perdere le proprie riserve auree, il presidente Richard Nixon nel 1971 sganciò il dollaro dall’oro. Il dollaro rimase la valuta mondiale ma con il vantaggio, per gli Usa, di garantirsi la possibilità di pagare le importazioni e il debito pubblico semplicemente stampando dollari.

Il dollaro rimane, fino ad ora, il re delle valute. Oltre a rappresentare la maggior parte delle riserve valutarie mondiali è moneta di scambio nel commercio internazionale, grazie al fatto che la maggior parte delle materie prime, inclusi il petrolio e il gas, sono comprate e vendute in dollari. Non a caso, lo status mondiale del dollaro negli anni ’60 è stato definito “l’esorbitante privilegio” degli Usa dal ministro delle finanze francese Valery Giscard d’Estaing. La domanda di dollari a livello mondiale permette agli Usa di finanziarsi a basso costo, pagando cioè tassi d’interesse ridotti agli acquirenti dei loro titoli di Stato. Grazie a questo, dal 1968, gli Usa hanno cominciato ad accumulare un crescente e quasi ininterrotto debito del commercio estero. Nel 2021 il debito commerciale (solo beni) statunitense ammontava alla colossale cifra di 1.182 miliardi di dollari[vii], mentre il debito pubblico raggiungeva, sempre nel 2021, i 30,5 trilioni di dollari, vale a dire il 133,3% rispetto al Pil e 2,7 trilioni di dollari in più rispetto all’anno precedente[viii].

La centralità del dollaro nei pagamenti internazionali aumenta anche il potere degli Usa di imporre sanzioni finanziarie. Infatti, ogni transazione che tecnicamente tocchi il suolo statunitense dà agli Usa giurisdizione legale e quindi la capacità di bloccare le transazioni indesiderate. Le sanzioni, però, hanno un effetto boomerang sul dollaro, visto che spingono i Paesi che ne sono oggetto a fare uso di valute alternative al dollaro. È da un paio di decenni che l’egemonia del dollaro si sta erodendo, a causa soprattutto dell’aumento degli scambi su scala regionale e come risposta dei Paesi che vogliono sottrarsi al dominio valutario degli Usa. Tra 1999 e 2021 le riserve in dollari detenute dalle banche centrali sono scese dal 71% al 59%[ix]. Inoltre, oggi, il dollaro conta per il 40% delle transazioni internazionali, l’euro per il 35%, la sterlina per il 6% e lo yuan per il 3%[x].

La guerra in Ucraina ha accelerato questa tendenza. La Russia ha reagito alle sanzioni occidentali reindirizzando verso altri Paesi, come l’India e la Cina, le esportazioni di petrolio e gas che andavano verso l’Ue e regolando le transazioni non più in dollari ma in altre valute, come rubli, yuan e rupie. L’uso del rublo verrà esteso anche alla commercializzazione di altri prodotti tipici dell’export russo, per esempio ai cereali destinati a Turchia, Egitto, Iran e Arabia saudita. Inoltre, la Cina ha intenzione di mettere a disposizione della Russia il Cross-border Interbank Payment System (Cips), il proprio sistema di pagamenti internazionali alternativo allo Swift, lanciato nel 2015 per ridurre la dipendenza dal dollaro, internazionalizzare la propria valuta (lo yuan renminbi) e spingerne l’uso fra i Paesi coinvolti nella Nuova via della seta. La Cina ha stipulato anche accordi con alcuni Paesi, come la Turchia e il Pakistan, per commercializzare beni in yuan.

La decisione di accogliere le richieste della Russia di essere pagata in valute differenti dal dollaro e l’aggiramento del sistema Swift ha fortemente irritato gli Usa. Il vice consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Daleep Singh, ha dichiarato: “Non vorremmo vedere sistemi progettati per sostenere il rublo o minare il sistema finanziario basato sul dollaro o per aggirare le nostre sanzioni…ci sono conseguenze per i Paesi che lo fanno.”[xi] A esprimere preoccupazioni sulla tenuta del dollaro come valuta mondiale è stato anche il Fondo monetario internazionale: “l’esclusione dal sistema di messaggistica Swift potrebbe accelerare gli sforzi per sviluppare alternative. Ciò ridurrebbe i vantaggi in termini di efficienza derivanti dall’avere un unico sistema globale, e potrebbe potenzialmente ridurre il ruolo dominante del dollaro nei mercati finanziari e nei pagamenti internazionali[xii].

 

  1. La tendenza alla guerra

Il dollaro non è soltanto uno strumento di guerra per gli Usa, ma rappresenta l’architrave stessa della loro egemonia mondiale: col dollaro gli Usa finanziano il loro Stato e indirettamente tutta la loro economia. Senza il dollaro gli Usa non potrebbero sostenere il loro enorme doppio debito, quello pubblico e quello commerciale. Quando il dollaro divenne moneta mondiale gli Usa producevano la metà del prodotto interno mondiale e detenevano il 21,6% delle esportazioni mondiali (1948)[xiii]. Oggi, la Cina ha scalzato gli Usa dal loro primato economico. In questa fase storica, l’economia statunitense ha un carattere fortemente parassitario. Anche più di quanto non accadesse all’epoca dell’egemonia britannica. L’imperialismo britannico poteva basarsi sulle risorse estorte alle colonie, in particolare all’India, dalla quale fluiva il surplus commerciale verso il centro finanziario di Londra[xiv]. Tuttavia, la sterlina era basata su qualcosa di tangibile, cioè sull’oro. Oggi, il dollaro non ha dietro di sé nulla di concreto e di reale che non siano le Forze armate statunitensi.

Dal momento che hanno perso la loro egemonia economica, gli Usa fanno sempre più affidamento sull’influenza geopolitica, che deriva in gran parte dal fatto che gli Usa possono disporre di una forza militare senza confronti. La spesa militare degli Usa è pari a 778 miliardi di dollari, mentre quella del secondo paese in classifica, la Cina, è di 252 miliardi, e quella della Russia è di 61,7 miliardi[xv]. In totale, il budget militare dei primi 10 Paesi del Mondo equivale a malapena al budget Usa.

Si innesca, a questo punto, un circolo vizioso: gli Usa mantengono l’egemonia del dollaro grazie alla forza militare e mantengono la forza militare, finanziandosi grazie al dollaro. Quindi, se il dollaro perde forza a livello mondiale risulta più difficile per gli Usa mantenere la loro forza militare e se viene meno quest’ultima viene meno anche l’egemonia del dollaro. Insomma, se si rompe il “giocattolo” del dollaro, gli Usa rischiano una crisi radicale.

Il peggioramento dei rapporti di forza economici e la necessità di mantenere, nonostante questo declino, l’influenza geopolitica spingono gli Usa verso la tendenza alla guerra. Una guerra che alcune volte viene combattuta direttamente, come in Iraq, e a volte indirettamente, come in Ucraina. Nella guerra attualmente in corso il vero oggetto del contendere è l’influenza geopolitica degli Usa e, attraverso di essa, la capacità del dollaro di mantenersi moneta di scambio e di riserva mondiale.

 

Note

[i] Lawrence H. Summers, Reflection on the New Secular Stagnation Hypothesis, p.36. Il corsivo è mio.

[ii] Karl Marx, Il capitale, Newton Compton editori, Roma 1996, p. 1070.

[iii] Ibidem, p.1077.

[iv] Lenin, L’imperialismo. Fase suprema del capitalismo, Editori Riuniti, Roma 1974.

[v] Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo, Il Saggiatore, Milano 2003.

[vi] International monetary fund, World economic outlook (april 2022).

[vii] Unctad, data center.

[viii]International monetary fund, Database.

[ix] International Monetary fund, The Stealth erosion of dollar dominance.

[x] G, Di Donfrancesco, “L’Fmi: le sanzioni alla Russia minano l’egemonia del dollaro”, Il Sole24ore, 1 aprile 2022.

[xi] G. Di Donfrancesco, “Lavrov in India per offrire greggio ma Washington lancia l’allarme”, Il Sole24ore, 1 aprile 2022.

[xii] Ibidem.

[xiii] Unctad, data center.

[xiv] Marcello de Cecco, Moneta e impero. Economia e finanza tra 1890 e 1914, Donzelli editore, Roma 2016.

[xv] https://worldpopulationreview.com/country-rankings/military-spending-by-country.

FONTE: http://www.laboratorio-21.it/le-tendenze-del-capitale-nel-xxi-secolo-tra-stagnazione-secolare-e-guerra/

 

 

 

FINANZA BANCHE ASSICURAZIONI

AUMENTO DI CAPITALE MPS. QUALCHE CONSIDERAZIONE

Aumento di capitale MPS: l’ennesimo salvataggio con soldi pubblici di una banca decotta, il cui unico merito è appartenere a una categoria di cittadini “più cittadini” degli altri. L’analisi di Luigi Luccarini.

Luigi Luccarini è avvocato cassazionista titolare di studio legale in Perugia


Si è concluso ieri il travagliato, chiacchierato, per quanto poco analizzato aumento di capitale del Monte dei Paschi di Siena, durante il quale è stato comunicato che nel periodo di offerta in opzione delle 1.249.665.648 azioni ordinarie di nuova emissione sono stati esercitati 7.409.022 diritti per la sottoscrizione di 923.658.076 nuove azioni, pari al 74% del totale. Di quelli non esercitati si faranno carico investitori terzi in forza di precedenti impegni di sub-underwriting per un ammontare pari a complessivi 475 milioni di euro, corrispondenti al 19% dell’aumento di capitale.

Il tempo dirà se sarà stato un successo o meno sul piano finanziario.

Quel che è certo è che a guadgnarci non sarà lo Stato, principale azionista della Banca, che continua a iniettare denaro pubblico nell’ennesima operazione di “salvataggio”. Operazione che, a conti fatti, appare antieconomica e soprattutto ingiusta, perché conferma che in Italia continuano a sopravvivere aziende e cittadini di serie A e serie B. Superfluo aggiungere che alla prima categoria appartengono certamente il Monte e suoi funzionari e dipendenti.

In più, nonostante il tanto strombazzare della nostra classe dirigente sul “siamo Europei”, il comportamento poi tenuto da quegli stessi maggiorenti si rivela, nei fatti, ancora in grado di sollecitare attenzioni e reprimende delle istituzioni comunitarie.

Ma andiamo con ordine.

L’aumento di capitale, deliberato per rafforzare il patrimonio della banca eroso da una crisi di risultati operativi costante nel tempo è di 2,5 miliardi di Euro. Di questi, 1,6 miliardi sono stati garantiti dal Tesoro italiano, in ragione della quota di azioni già possedute (64,23%). Al mercato erano stati dunque richiesti 900 milioni di Euro, ma nessun grande investitore ha manifestato interesse concreto a partecipare all’operazione. A parte gli alleati storici AXA, che distribuisce polizze assicurative tramite gli sportelli MPS, e ANIMA, che ha in corso un accordo con la banca senese sul risparmio gestito e che insieme coprirebbero un po’ meno della metà del fabbisogno (400 milioni circa).

L’amministratore delegato di MPS, Luigi Lovaglio, aveva quindi ingaggiato un consorzio bancario di garanzia composto da Algebris, Bank of America, Citigroup, Credit Suisse e Mediobanca, i quali si sarebbero comunque fatti carico dell’eventuale sottoscrizione del residuo “inoptato” – ovvero delle azioni di nuova sottoscrizione, che restano liberate per effetto della rinuncia al diritto di opzione riservato agli azionisti.

Il fatto è che, per occuparsene, gli istituti consorziati avrebbero preteso commissioni per 125 milioni di Euro, un importo giudicato da tutti gli osservatori “eccezionale e fuori mercato”, che ha già suscitato proteste soprattutto all’estero, con l’Antitrust Ue già sollecitata ad intervenire, visto che secondo un suo (anonimo) funzionario «lo Stato può partecipare solo se tutti gli investitori, pubblici e privati, sono soggetti alle stesse condizioni» e non «se ad una qualsiasi delle parti che sostengono l’emissione di diritti sia stato offerto un trattamento più vantaggioso rispetto ai contribuenti italiani che non ricevono alcuna offerta di riduzione del rischio o altri incentivi».

Dunque, quella che potrebbe rappresentarsi come un’operazione di mercato rischia di essere censurata dall’organismo europeo che si occupa degli aiuti di Stato, oltre a pesare notevolmente nuovamente sulle spalle del contribuente italiano.

Un peso che ci portiamo tutti sulle spalle da lungo tempo.

MPS venne infatti “salvata” nel 2017 dal Tesoro, con una robusta iniezione di capitale, rientrando in borsa a fine ottobre di quell’anno con un valore di 4,28 Euro per azione. Poiché, però, lo Stato per diventarne azionista aveva pagato 6,49 Euro per azione e, dunque, a quei prezzi da subito la quota sottoscritta dal MEF con 3,85 miliardi di euro di soldi pubblici valeva 2,84 miliardi, si era generata una minusvalenza sul capitale investito di 1 miliardo di Euro già ai blocchi di partenza.

Con la condizione peggiorativa data dal fatto che il Tesoro si accollava anche il costo dell’perazione del cosiddetto burden sharing offerto agli investitori retail, che erano diventati titolari delle azioni ordinarie della Banca per conversione di obbligazioni subordinate in loro possesso.

Costoro, infatti, potevano consegnare le proprie azioni al prezzo di 8,65 Euro al Tesoro in cambio di bond senior emessi da MPS e finanziati dallo Stato, che aveva messo a disposizione per l’operazione 1,5 miliardi di Euro.

Lo sviluppo del valore/azione da quel momento si rappresenta in questo grafico (al 28 ottobre):

In realtà, il grafico neppure rende completamente l’idea della perdita. Infatti, il punto di partenza era un valore di 484 Euro (a settembre di quest’anno infatti c’è stato un raggruppamento azionario nell’ordine di 1 per ogni 100)

Possiamo, quindi, tranquillamente affermare che l’investimento iniziale del Tesoro si è pressoché azzerato. Come quello dei piccoli azionisti che si fidarono del piano elaborato da Padoan, approvato dalla Verstagen, ed elogiato da Dombrovskis, in base al presupposto secondo cui avrebbe ridotto l’onere a carico dei contribuenti.

Come si siano poi realizzati i reboanti proclami di allora, lo si vede oggi. Senza peraltro sapere dove siano andati a finire i soldi pubblici investiti in MPS. Domanda a cui dovrebbe rispondere il suo management, che in questo periodo è stato oggetto di notevoli cambiamenti.

Con Marco Morelli che è rimasto Amministratore Delegato fino a maggio 2020, dimettendosi dopo che il bilancio 2019 della banca segnalava la bellezza di 1 miliardo di Euro di perdite. Con il suo successore Guido Bastianini, ex vicedirettore generale di Capitalia e presidente di Banca Profilo e, quindi, alla guida di Banca Carige, indicato dal M5S, caduto in disgrazia all’inizio di quest’anno, quando il MEF lo sfiducia ed inizia a spingere per le sue dimissioni. Non ottenendole, nel CDA immediatamente successivo gli revoca tutte le deleghe, nominando al suo posto Luigi Lovaglio, uomo della galassia Unicredit, ex AD di Credito Valtellinese, presso la quale si era distinto per essersi fatto pagare da quella banca 3.036.979 di euro nel 2020, tra stipendio, premi e compensi di altro genere, anche se al Monte esiste un “salary cup” (pari al salario medio dei dipendenti moltiplicato per dieci) e dovrà adesso accontentarsi di un assegno annuale di 466.294 Euro.

È lui il maker dell’operazione di aumento del capitale, che, se sul lato della raccolta è apparsa più che deludente, obbligando lo Stato a rifinanziare la Banca per il solito 64% dei fondi necessari, si è invece risolta in una vera manna per i suoi dipendenti.

Saranno infatti in 4.084 a lasciare l’istituto, un numero superiore alle previsioni, visto che l’accordo con i sindacati era per 3.500 uscite.

Ed il perché di questa entusiastica adesione è presto detto.

L’intesa si regge sui prepensionamenti gestiti con il Fondo di solidarietà, l’ammortizzatore creato dal Decreto Legislativo 148/2015, che consiste in una prestazione economica erogata dall’INPS sostitutiva della retribuzione dei lavoratori “esodati” per stati di crisi aziendali e che vengono ricompensati con un c.d. assegno straordinario, di importo pari alla pensione virtuale che avrebbero percepito entro 5 anni.

Nel caso di MPS, però, il limite è esteso a 7 anni, come previsto da un emendamento all’ultimo “Milleproroghe” (D.L. n. 228/2021) e, mediante l’intesa sindacale raggiunta, l’assegno è pari al 85% della retribuzione.

Nel caso, con l’azienda che versa all’INPS i contributi figurativi da accreditare sulla posizione pensionistica del lavoratore in modo da consentirne poi il ricalcolo comprendendo anche il periodo di permanenza nel Fondo di Solidarietà.

Nel caso dei dipendenti MPS, però, il limite risulta esteso a 7 anni, come previsto da un emendamento all’ultimo “Milleproroghe” (D.L. n. 228/2021), che lo ha innalzato per il solo 2022 per le cessazioni dei rapporti di lavoro che avverranno entro il 30 novembre; ed inoltre, grazie all’intesa raggiunta con i sindacati, l’assegno sarà pari al 85% della retribuzione.

Quindi, quei dipendenti che hanno aderito a questo “scivolo” ottengono un prepensionamento dorato che consente loro di lasciare il lavoro a 60 anni e percepire quasi tutto lo stipendio fino al compimento del 67° anno di età, confidando anche sul fatto che l’azienda verserà all’INPS i contributi figurativi da accreditare sulla posizione pensionistica del lavoratore in modo da consentirne poi il ricalcolo comprendendovi anche il periodo di permanenza nel Fondo di Solidarietà. Si dirà che in fondo è la Banca che poi ripaga l’INPS di quanto versato da quest’ultima ai dipendenti. Ma si può anche obiettare che MPS è controllata quasi per il 65% dal Tesoro e, che, pertanto, quei soldi saranno comunque a carico dei contribuenti, cioè tutti noi.

Che la pensione ce la sogniamo. Figuriamoci stare a casa pagati come se fossimo ancora al lavoro…

FONTE: https://giubberosse.news/2022/11/01/aumento-di-capitale-mps-qualche-considerazione/

LA CREAZIONE DI MONETA FIAT AD OPERA DELLE BANCHE CENTRALI, NON PUÒ MAI ESSERE CONSIDERATA UN DEBITO: LO CERTIFICA ANCHE IL TARGET 2

 

5 Novembre 2022 | EconomiaMMT | 0 commenti

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

Sul sistema dei pagamenti utilizzato dall’eurosistema, l’ormai famoso TARGET 2, è stato detto e scritto di tutto e di più. Dalle posizioni di comodo tenute da certi economisti tedeschi fino alla “marcia indietro” di Mario Draghi – opportunamente documentata ed analizzata nel mio recente articolo (TARGET 2: debito o flussi monetari!!! facciamo un po’ di chiarezza) – siamo passati alle “scorribande” sul forum, dove la confusione naturalmente trova il suo habitat naturale.

Solo se capiamo che all’interno della confusione giace la “Verità Vera” e non quella che fa comodo all’orgoglio delle nostre tesi, possiamo considerare la confusione stessa benefica, proprio perché serve da stimolo alla ricerca per chi vuol sapere e da approfondimento per chi crede di sapere già.

Di una cosa sono certo: cercare di analizzare in ogni suo aspetto un tema complesso come è quello relativo al Target 2, senza conoscere a fondo, il corretto funzionamento della moneta fiat e dei sistemi monetari che caratterizzano gli stati democratici moderni, può portare inevitabilmente a conclusioni errate.

L’oggetto del contendere, dopo lunga ed attenta scrematura – rispetto a certe posizioni iniziali estremamente integraliste (tenute da molti “falchi della tastiera”), riguardo al fatto che i saldi del Target 2 potessero rappresentare debiti e crediti fra stati – siamo passati a constatare che al massimo tali saldi rappresentino “posizioni contabili” debitorie e creditorie all’interno dell’eurosistema, dovute ai rifinanziamenti legati alla creazione di moneta da parte delle banche centrali in conseguenza dei pagamenti e dei trasferimenti di capitali all’interno dell’eurozona.

Ora, chi conosce bene la verità su come le banche centrali di tutti i paesi del mondo creano la moneta fiat, comprende benissimo che associare la parola “debito” alla creazione della moneta “out of thin air” (“dal nulla”), è un qualcosa per il quale facciamo estrema fatica a trovarne la sua giustificazione sia nella logica che nella morale, oltre ad essere impossibile un suo fondamento giuridico. Naturalmente, tutto ciò, al netto della frode del sistema-euro e del “culto religioso” – ormai dogma sdoganato da chi ci comanda e dal loro braccio armato rappresentato dalla stampa di regime – quale appunto rappresenta l’imbroglio che si nasconde dietro al concetto di indipendenza delle banche centrali.

Accertato che i saldi del Target 2 non sono debiti e crediti fra stati e che un italiano non deve niente ad un tedesco, resta da chiarire cosa siano questi saldi contabili che appaiono nei bilanci dei soggetti appartenenti all’eurosistema (ovvero, la BCE e tutte le banche centrali nazionali dei paesi membri).

A tale proposito vorrei condividere con Voi integralmente un post chiarificatore di alcuni anni fa (2017) – riportato da Il Sole 24 ore – scritto da un operatore finanziario che preferisce affidare al blog, in forma anonima, le sue riflessioni.

Seppur lunga, per chi fosse realmente interessato all’argomento, consiglio la lettura ed il mio breve commento finale che credo possa aprire gli occhi a molti sul fatto che la creazione di moneta fiat da parte delle banche centrali non possa mai essere considerata un debito.


LE ACQUE INESPLORATE DEL TARGET 2 (IN CASO DI USCITA DALL’EURO) [1]

scritto da  il 11 Febbraio 2017

Numerosi articoli di stampa e blog (Econopoly compreso) hanno già dato ampiamente conto del contenuto – e dei riflessi – della lettera del presidente della BCE, Mario Draghi, in risposta all’interrogazione di due europarlamentari italiani, Marco Valli e Marco Zanni, con riferimento ai saldi Target 2, che si conclude con la seguente affermazione: “Se un paese lasciasse l’Eurosistema, i crediti e le passività della sua banca centrale nei confronti della BCE dovrebbero essere regolati integralmente”.

Siccome la Banca d’Italia presenta, ad oggi, passività per Target 2 pari a circa 360 miliardi di euro, ci si è, dunque, interrogati se sia vero che in caso dell’uscita dall’euro – e dall’eurosistema – l’Italia dovrebbe pagare, appunto, 360 miliardi. Soprattutto tenuto conto che potrebbe essere un debito contratto in euro sotto legislazione straniera e, dunque, non ridenominabile.

Ma come è possibile, ci si è chiesto, che il paese (la sua banca centrale) abbia un debito nonostante pagamenti già effettuati? Insomma, si è detto, la lavatrice Bosch acquistata in Germania l’abbiamo pagata o non l’abbiamo pagata? Se l’abbiamo pagata perché dovremmo ora avere un debito?

Alcuni, in proposito, si sono spinti ad affermare che in realtà è vero che il cliente ha pagato la lavatrice, ma il sistema bancario di fatto no (rifinanziando la perdita delle riserve bancarie), facendo maturare – in aggregato – quel debito a carico della Banca d’Italia o del sistema paese. Se così fosse, saremmo in presenza di una truffa, però. Ma così non è, ovviamente (è vero, peraltro, che il sistema bancario ha rifinanziato, tramite la banca centrale, la perdita delle riserve bancarie, ma tale circostanza è ininfluente ai fini del ragionamento).

Altri hanno sostenuto che tale disequilibrio nasce dal fatto che le banche centrali dei paesi “core” (tra i quali, ovviamente, la Germania) hanno prestato, nell’ambito del Target 2, riserve bancarie alle banche centrali dei paesi periferici e, quindi, il saldo rappresenta un vero e proprio debito.

Tale interpretazione, però, non è sorretta da presupposti giuridici e neppure fattuali: non esiste norma, infatti, che legittimi il prestito di riserve tra banche centrali; ma non sarebbe neppure necessaria, invero. Tutte le operazioni di politica monetaria, infatti, si svolgono, nell’eurozona, in modo decentralizzato, seppure sotto l’indicazione del consiglio direttivo della BCE, in cui, peraltro, sono presenti i governatori delle banche centrali stesse.

Quindi, nell’ambito del framework istituzionale, ciascuna banca centrale ha sempre la possibilità di creare moneta ed utilizzarla per effettuare operazioni di rifinanziamento alle banche oppure acquisti di titoli. Non è chiaro, quindi, perché una banca centrale che può creare riserve debba farsele prestare da un’altra banca centrale.

In realtà, come meglio si vedrà in seguito, ogni movimentazione di riserve bancarie tra paesi determina una pari movimentazione del saldo Target 2, a prescindere dal fatto che la banca disponente, per conto del cliente, abbia le riserve necessarie oppure no (e se le debba, quindi, procacciare).

Il saldo Target 2, quindi, non è altro che il riflesso dei movimenti di capitale tra paesi, siano essi dovuti per scambi commerciali o per investimenti/disinvestimenti, di cui tiene traccia anche la bilancia dei pagamenti, con riferimento al conto delle partite correnti e, soprattutto, al conto finanziario.

In ogni caso, per cercare di capire se sia vero che il paese e i suoi cittadini abbiano quel debito (regolabile, poi, come?), bisogna prima delineare il sistema dei pagamenti interno e quello nell’area valutaria comune, nonché tratteggiare gli elementi della moneta e della base monetaria, suddivisa in riserve bancarie e banconote.

In un sistema di fiat money, di moneta fiduciaria, gli agenti economici ripongono fiducia nel valore della moneta perché un’autorità indipendente fornisce la garanzia che quella moneta trova il suo presupposto nell’attività – nella produzione – economica (ma questo punto sarà oggetto di successivi, separati, approfondimenti). Tale garanzia ha la sua rappresentazione nello stato patrimoniale della banca centrale, in cui al passivo compare la base monetaria e all’attivo compaiono le attività finanziarie che il sistema bancario ha dovuto cedere (o dare in garanzia) per acquisire la base monetaria, composta, come detto, da riserve bancarie (moneta di banca centrale) e banconote.

Ipotizziamo di costituire una banca: apportiamo 1.000 euro di capitale e lo investiamo in titoli di Stato/BTP. All’attivo avremo, dunque, i BTP e al passivo il capitale sociale, di uguale importo. A questo punto possiamo rivolgerci alla banca centrale per cedere il BTP e ottenere moneta di banca centrale, le cosiddette riserve bancarie. In realtà, non serve neppure che cediamo il BTP: possiamo chiedere alla banca centrale un prestito di riserve (pagando il dovuto interesse) dando in garanzia il BTP. Se non restituiamo il prestito alla banca centrale, la stessa vende il BTP sul mercato e si tiene il ricavato. Possiamo ancora concludere un prestito in un’altra forma: vendo il BTP alla banca centrale e contestualmente mi impegno a ricomprarlo ad un prezzo più alto. La differenza costituisce l’interesse dovuto alla banca centrale per il prestito di riserve bancarie.

Naturalmente, queste operazioni sono tutte regolamentate dalla banca centrale (nell’eurozona, dalla BCE), con riferimento alle garanzie accettate, al tasso di interesse del prestito, all’ammontare della liquidità che la banca centrale è disposta a prestare, alla durata del prestito, all’importo del prestito rispetto al prezzo di mercato della garanzia. Denominatore comune è la presenza di una valida e accettata garanzia e che abbia e possa mantenere un valore tale da garantire che l’attivo della banca centrale non sia e non diventi inferiore alla moneta creata (altrimenti, quella moneta, risulterà “svalutata”).

Ipotizziamo, per semplicità, di cedere direttamente il BTP alla banca centrale e ottenere in cambio riserve bancarie (moneta di banca centrale, la quale, di fatto, sarà interscambiabile alla pari con la moneta bancaria e le banconote).

I due stati patrimoniali, della banca centrale e della banca, si presenteranno così (la voce “current account”, di importo pari alla moneta creata dalla banca centrale, indica che la banca X ha nel “conto” detenuto presso la banca centrale le riserve bancarie. Dette riserve potranno essere utilizzare per pagamenti dei clienti e trasferimenti verso altre banche):

Ipotizziamo, ora, che il cliente Tizio ci chieda un prestito di 1000 euro. Accordiamo il prestito e lo registriamo nello stato patrimoniale. In questo momento lo stato patrimoniale registra solo che abbiamo accordato il prestito e che Tizio ha ora in conto – nel deposito – 1.000 euro. In questo momento è stata creata moneta. Tuttavia la “vita” di questa moneta sarà pari alla vita del prestito stesso: quando i soldi saranno restituiti, la moneta creata si distruggerà (ma questo, si ripete, sarà oggetto di altro contributo). Notare, però, che le riserve rimangono sempre 1.000. Qualora Tizio decidesse di trasferire i soldi o prelevarli, la banca non avrebbe più riserve per operare e la sorte del capitale apportato dipenderebbe unicamente dal buon fine del prestito.

Ipotizziamo, ora, che Tizio disponga un pagamento – per 1.000 euro – a favore di Caio, correntista della banca Y. A seguito dell’operazione, lo stato patrimoniale della banca X assumerà la seguente configurazione. Di fatto, la banca X chiede alla banca centrale di accreditare alla banca Y la somma di 1.000 euro. La banca centrale riduce il conto “payment module” PM (associato al relativo conto corrente) della banca X di 1.000 euro e aumenta il conto della banca Y di pari importo.

Mentre quello della banca Y avrà la seguente configurazione (per semplicità, lo stato patrimoniale sarà stilizzato tenendo conto solo dell’operazione relativa).

Entrambe le riserve bancarie (di banca X e di banca Y) sono nel conto – current account – della banca centrale. Pertanto, il suo stato patrimoniale non avrà mutato configurazione e sarà sempre il seguente.

Ne possiamo agevolmente dedurre che in caso di pagamenti, di trasferimenti di fondi, nazionali, all’interno dello stesso sistema bancario, si spostano unicamente riserve bancarie tra una banca e l’altra, senza che nulla muti nello stato patrimoniale della banca centrale.

Nulla cambia, in sostanza, se Tizio, anziché disporre un pagamento, preleva la somma in contanti. In sintesi, la banca X chiede banconote alla banca centrale e cede, in cambio, riserve. Lo stato patrimoniale della banca centrale diventerà così:

Tutte queste operazioni devono essere intese come realizzate verso la Banca d’Italia, che rimane banca centrale nazionale (italiana) all’interno del sistema europeo di banche centrali.

Ipotizziamo, ora, invece, che le medesime operazioni siano effettuate tra il sistema bancario italiano e quello di altri paesi, tenendo presente le riserve bancarie e – in modo ancora più complesso – le banconote.

Il meccanismo è congegnato in modo che ogni cittadino dell’eurozona possa liberamente utilizzare riserve bancarie e banconote indifferentemente in tutta l’eurozona stessa a prescindere da dove è stata originariamente creata la moneta, la quale, trovando corrispondenza negli attivi delle banche centrali dell’eurosistema e registrazione, in partita doppia, nello stato patrimoniale delle medesime banche, potrà essere accettata senza remore. La movimentazione di riserve bancarie e banconote dà, però, origine a due diversi saldi, entrambi riportati nello stato patrimoniale delle banche centrali nazionali: il saldo Target 2, relativo alle riserve bancarie; il saldo debito/credito relativo all’allocazione delle banconote.

Il saldo Target 2 per movimentazione transfrontaliera delle riserve bancarie
Riprendiamo l’esempio della banca X – italiana – con la configurazione del prestito a Tizio.

Tizio, a questo punto, anziché disporre un pagamento a favore di un cliente, dispone un pagamento a favore di Joseph, cliente di una banca tedesca (poniamo per l’acquisto di un bene di pari importo). La banca X ITA chiede a Banca d’Italia di disporre il pagamento alla banca Z, tedesca. Banca d’Italia riduce, quindi, il conto detenuto presso di essa dalla banca X e chiede alla banca centrale tedesca di accreditare il conto della banca Z. Lo stato patrimoniale di banca X sarà uguale a quello dell’operazione tutta italiana.

Quello della banca tedesca diventerà così:

Rispetto all’operazione tutta italiana, però, lo stato patrimoniale della banca d’Italia diventerà così:

Vediamo il riflesso dell’operazione sullo stato patrimoniale della banca centrale tedesca. Ipotizziamo che prima dell’operazione avesse questa configurazione.

A seguito dell’operazione e quindi dell’aumento di riserve della banca Z e della registrazione all’attivo del saldo di Target 2 (che trova corrispondenza nel saldo passivo di Bankit), il suo stato patrimoniale diventerà così.

Consolidiamo i conti delle due banche centrali nazionali e stilizziamo lo stato patrimoniale dell’eurosistema. Possiamo dunque eliminare il saldo attivo Target 2 di Bundesbank e il saldo passivo Target 2 di Bankit.

Quindi, all’interno dell’eurosistema, le riserve bancarie si spostano nella stessa maniera di come si spostano all’interno del sistema italiano. Si spostano, quindi, da una banca all’altra senza riflessi sullo stato patrimoniale consolidato. Né, all’interno dell’eurozona, è stata creata più moneta (il conto corrente consolidato era 2.000 ed è rimasto 2.000). Ed in effetti lo scambio beni/moneta è solo uno scambio di asset: liquidità in cambio di beni. Che poi tale scambio possa generare valore aggiunto – e quindi più moneta – si vedrà in aggregato se e quando crescerà il PIL reale.

La circostanza che Bankitalia abbia, in esito alla movimentazione delle riserve, un debito nei confronti dell’eurosistema non dipende dal fatto che Tizio abbia ottenuto i fondi da trasferire a credito. Senza ripetere l’intero procedimento si può mutare lo stato patrimoniale della banca trasferente nella seguente forma, ipotizzando che Tizio abbia in deposito di conto corrente la somma necessaria e che la banca abbia, come consueto, trasformato la somma relativa in altra attività finanziaria.

A questo punto banca X scambia il BTP in cui è stato impiegato il deposito di Tizio con riserve/moneta di banca centrale/Bankit e procede al pagamento verso la banca tedesca. In esito al trasferimento di 1.000 alla banca tedesca, lo stato patrimoniale di Bankitalia assumerà la seguente configurazione (il resto della sequenza rimane immutato):

Tornando al primo esempio, abbiamo visto che la banca X italiana ora non ha più riserve e, quindi, non è più in grado di consentire prelievi o trasferimenti di denaro (e neppure di corrispondere l’obbligo di riserva obbligatorio – si tralasci ora il fatto che nell’esempio non vi sono più depositi). Dette riserve possono essere ricostituite in più modi:

– facendosele prestare direttamente dalla banca tedesca che ha ricevuto il pagamento. In questo caso, il saldo Target 2 ritorna al punto iniziale, perché l’afflusso di riserve – seppure a prestito – compensa il deflusso;

– facendosele prestare da un’altra banca nel mercato interbancario. In questo caso, il saldo Target 2 ritorna al punto iniziale solo se la banca che presta è straniera;

– reperendo depositi e, quindi, convertendo la liquidità ricevuta in riserve. Anche in questo caso, il saldo Target 2 ritorna al punto iniziale solo il deposito emigra da una banca straniera;

– facendosele prestare dalla Banca d’Italia (si tralasci ora il fatto che la banca dell’esempio non aveva più collaterale da porre in garanzia). Questa ipotesi, che è stata quella massicciamente praticata in occasione della crisi europea (connessa con quella dei debiti sovrani e del rischio di ridenominazione della valute PIGS, i paesi mediterranei dell’eurozona più l’Irlanda) si è, ovviamente, resa necessaria perché nessun operatore voleva più correre il rischio di prestare euro e ricevere, in restituzione, valuta debole.

In ogni caso, il rischio di ridenominazione di una valuta, qualora sia effettuato con il palese intento di svalutarla, non può che comportare sempre la fuga di capitali, domestici e stranieri. In tal caso, il sistema bancario si trova costretto a liquidare velocemente l’attivo in cui era stata investita la liquidità ricevuta, sopportando perdite che minano la solvibilità del sistema e, quindi, rafforzando ulteriormente la fuga di capitali, con il collasso del sistema.

Ed è, ovviamente, per fronteggiare tale situazione che la BCE ha autorizzato le banche centrali nazionali ad accomodare la richiesta di liquidità da parte dei sistemi bancari dei paesi interessati senza limiti di importo, con scadenza sino a tre anni e con l’ampliamento delle garanzie accettabili.

Tale forma straordinaria di rifinanziamento del sistema, sempre disposto, si ripete, a fronte di garanzie (e, quindi, non interrompendo quel collegamento tra moneta e attività, tra attivo e passivo della banca centrale), è stata una risposta al deflusso di capitali segnalato dai saldi Target, non la causa del deflusso o dell’allargamento dei saldi stessi.

Il rifinanziamento del sistema bancario ad opera della banca centrale può essere neutro se la liquidità immessa rimane nel medesimo paese. Tuttavia, soprattutto in caso di banche con profilo sovranazionale ci può essere stata la tentazione – e nel caso della crisi è stata (ed è tuttora) più di una tentazione – di indebitarsi con la Banca d’Italia per acquistare asset sicuri in altri paesi, contribuendo così a peggiorare ulteriormente il saldo Target 2 (ovviamente, “speculando” sull’ipotesi di poter restituire il debito in lire, quindi guadagnando sulla differenza di valore tra asset in euro e passività in lire).

In ogni caso, da quanto sopra esposto emerge che il saldo Target registra unicamente afflussi e deflussi di riserve bancarie tra un paese e l’altro. Il saldo di tali afflussi/deflussi sarebbe, peraltro, contenuto se riguardasse unicamente le partite correnti, quelle relative agli interscambi commerciali. Il saldo si amplia significativamente, invece, quando gli operatori ritengono che vi sia – o permanga – il pericolo di ridenominazione di alcune valute. Ma qualora tale ridenominazione accadesse non vi sarebbe modo di congegnare un meccanismo che possa escludere squilibri o perdite.

Prima, però, di capire cosa potrebbe determinare (con riferimento ai saldi in questione) un eventuale distacco dell’Italia dalla moneta unica, occorre vedere l’altro modo in cui la moneta circola nell’eurozona.

La regolazione di pagamenti transfrontalieri mediante banconote
Come è intuibile, il contante non è altro che la manifestazione cartacea della liquidità, utilizzata dagli agenti per provvedere a pagamenti in contanti per spese presenti e future. Ovviamente, la stampa delle banconote è riservata alle banche centrali nazionali. Nei fatti, la banca non fa altro che scambiare con la banca centrale riserve per banconote. Allorquando le banconote siano usurate e debbano essere messe fuori circolazione (o la banca ritenga di avere banconote in eccesso), il procedimento diventa inverso, e la banca cede banconote alla banca centrale che, a sua volta, accredita il conto della banca per l’importo nominale delle banconote cedute.

Come le riserve bancarie, anche le banconote, però, possono circolare liberamente nell’unione monetaria ed ovviamente una banconota emessa in Italia può essere spesa in qualsiasi parte dell’eurozona (e presa in carico dal sistema bancario che l’ha ricevuta e ritirata dalla relativa banca centrale).

A quel punto, la banca centrale nazionale accredita il conto della banca che ha restituito la banconota, mentre la diminuzione della passività relativa alle banconote ritirate viene registrata a favore di tutto l’eurosistema di banche centrali. Il saldo tra banconote emettibili e banconote immesse e rimaste in circolazione genera, all’attivo o al passivo dello stato patrimoniale, una posta denominata “credito (o debito) derivante dall’allocazione di banconote”.

Ogni banca centrale nazionale, infatti, ha diritto di mettere in circolazione un importo di banconote pari alla quota nel capitale della banca centrale europea (quota, aggiornata ogni cinque anni, corrispondente alla quota di popolazione e alla quota di PIL dell’eurozona), esclusa una percentuale pari all’8%, riservata alla BCE (di cui si darà meglio conto in altro intervento).

Se la banca centrale nazionale mette in circolazione (banconote immesse meno banconote ritirate) più banconote di quante spettanti, la banca centrale nazionale avrà una corrispondente passività nei confronti dell’eurosistema, passività riportata nel suo stato patrimoniale (al contrario, se ne mette in circolazione meno avrà una posizione attiva). Si ripete, tuttavia, che la banca centrale emette/ritira banconote scambiando riserve bancarie (o prestando liquidità dietro garanzie).

Per essere più chiari, stilizziamo lo stato patrimoniale di due banche centrali nazionali, della BCE e del consolidato dell’eurosistema di banche centrali. Ipotizziamo che le due banche centrali abbiano una quota di capitale del 50% e, quindi, ognuna possa emettere il 50% delle banconote. Vengono complessivamente emessi 1.000 euro in banconote e vengono messi a disposizione del sistema bancario 1.000 euro di riserve.

Come ora accade nell’eurozona, la BCE iscrive all’attivo (per fini di cui si dirà in altro intervento) e al passivo l’8% del controvalore delle banconote. Entrambe le banche centrali nazionali emettono 500 euro di banconote sebbene la quota spettante sia di 460 euro (il 92% di 500 euro). Dovranno quindi, evidenziare, nel passivo 40 euro di passività relativa all’allocazione di banconote. Nel consolidato, tali poste si compenseranno.

Mentre la BCE avrà questo stato patrimoniale

Lo stato patrimoniale consolidato dell’eurosistema sarà il seguente

Ipotizziamo, ora, che Bankitalia emetta ulteriori banconote, a richiesta del sistema bancario, per 120 euro. Poniamo che il sistema bancario non voglia utilizzare le riserve e acquisisca tali banconote con un prestito di liquidità (sempre garantito con titoli). Ipotizziamo inoltre che Bundesbank veda diminuire le banconote in circolazione per 20 euro, perché il suo sistema bancario ha restituito banconote in cambio di riserve. Al termine del mese di riferimento, la BCE registrerà la differenza tra banconote spettanti e banconote emesse.

Prima le banconote erano pari a 1.000 euro, ed ora sono pari a 1.100 euro (1.000 + 120 – 20). Ogni banca centrale avrà, dunque, diritto ad emettere banconote per (1.100 – 8%)/2: 506 euro, mentre la quota di spettanza della BCE sarà di 88 euro (8% di 1.100). Bankit, però, ha emesso banconote per 620 euro (500 + 120), quindi ora la posta nel passivo per “aggiustamento” banconote dovrà tener conto di tale differenza. Allo stesso modo, lo stato patrimoniale di Bundesbank dovrà tener conto che la banca ha messo in circolazione meno banconote di quante spettanti (500 – 20 ritornate=480).

A seguito dell’aumento – netto – di banconote in circolazione lo stato patrimoniale BCE sarà il seguente.

Mentre quello consolidato dell’eurosistema sarà il seguente (banconote pari a 506+506+114-26)

A dicembre 2016, la posizione della Banca d’Italia con riferimento all’allocazione delle banconote, era positiva ed evidenziava un “credito” per ca. 35,3 miliardi (Tavola 1.4a, voce “intra-eurosystem claims”, pari a 43,7 miliardi da cui devono essere dedotti 1,3 miliardi di quota capitale BCE e 7,1 miliardi per il trasferimento di riserve sempre a BCE).

A fine 2015, tale credito era parti a 32 miliardi, come si ricava dalla voce 9.3 dell’attivo dello stato patrimoniale pubblicato da Banca d’Italia. Tale credito è remunerato dalla BCE e viene considerato ai fini della posizione complessiva della Banca d’Italia verso l’eurosistema.

A fine 2016, invece, la banca centrale tedesca evidenziava una posizione passiva per banconote pari a 327,3 miliardi. Tale debito verso l’eurosistema va scomputato dal credito – indicato come “other assets” vantato con riferimento ai saldi Target 2.

Lo stato patrimoniale di BCE a fine 2015 mostrava la contestuale iscrizione, all’attivo e al passivo, del controvalore (per circa 86 miliardi) dell’8% delle banconote emesse nell’eurozona (sino a quella data) di spettanza della BCE stessa.

Alla data del 27 gennaio 2017, le banconote nello stato passivo dell’eurosistema ammontavano a 1.109,3 miliardi (fatti salvi i conti di riequilibrio di cui è detto) e, quindi, la quota BCE sarà nel frattempo arrivata a circa 88 miliardi.

Da tutto quanto sopra si ricava che è indifferente che il trasferimento di fondi tra un paese e l’altro dell’eurozona sia effettuato tramite movimentazione di riserve bancarie o di banconote. Qualora, infatti, la banconota venga prelevata in un paese e ritirata (dal sistema bancario/banca centrale) in un altro, si muoverà comunque il saldo Target 2 e non quello relativo alle banconote, dal momento che in quel caso (nell’eurozona) non vi è emissione netta di più banconote.

Poniamo, infatti, che il cliente italiano non si fidi del trasferimento di riserve, del saldo Target 2, e provveda direttamente a regolare il conto con il fornitore tedesco. Ritira, quindi, 1.000 euro (sempre tornando all’esempio) in contanti tramite il prelievo di due banconote da 500 euro. La banca scambia – con la Banca d’Italia – riserve bancarie con banconote e quindi le riserve che essa detiene presso la banca d’Italia diminuiscono.

Banca d’Italia registra l’emissione di banconote e movimenta anche il conto relativo (nel caso della Banca d’Italia che, attualmente, ha un credito verso l’eurosistema, diminuisce la posta collocata all’attivo). Tizio preleva e, a quel punto, la banca rispetto alle banconote è neutra (le banconote che ha ricevuto le ha consegnate), mentre avrà avuto una diminuzione delle riserve e una diminuzione della passività rappresentate dal deposito del cliente.

Tizio prende il treno, va in Germania e consegna le banconote a Joseph, che le porta in banca. Il deposito di Joseph aumenta e aumenta anche la relativa passività della banca. La banca consegna le banconote a Bundesbank e, in cambio, riceve riserve bancarie. Bundesbank registra il ritiro delle banconote. A quel punto le banconote emesse (in più) nell’eurozona sono pari a quelle ritirate ed anche i conti relativi alle banconote di Banca d’Italia tornano alla posizione iniziale (quello nel passivo, che registra la quota di banconote spettanti, e quello nell’attivo, relativo al credito per l’allocazione della banconote).

Alla fine del procedimento, la movimentazione avrà interessato solo le riserve bancarie delle due banche: la banca tedesca avrà più riserve per 1.000 (e al passivo più depositi per 1.000), mentre quella italiana avrà meno riserve per 1.000 (e al passivo meno depositi per 1.000). Naturalmente, si sarà mosso anche il saldo Target 2: Bankit avrà più passività Target 2 per 1.000 e Bundesbank più attività Target 2 per 1.000.

Il riflesso di debiti e crediti verso l’eurosistema
Per cercare di capire la natura del riflesso delle posizioni in questione (per Target 2 e banconote), occorre tornare all’esempio iniziale, di trasferimento di riserve bancarie tra un paese e l’altro (ma il discorso sarebbe uguale anche prendendo in considerazione le banconote).

Rivediamo, quindi, come si era delineata la posizione delle due banche centrali in esito al trasferimento di riserve.

Bisogna, al riguardo, riassumere tre concetti:

1) la moneta creata che esce dalle banche centrali ed entra nel sistema bancario aumenta la moneta in circolazione; la moneta che dal sistema bancario rientra nelle banche centrali sottrae moneta in circolazione:

2) la moneta creata – e immessa – di cui sopra deve trovare corrispondenza, nell’attivo, in attività finanziarie (prestiti, titoli, ecc.). Il rimborso di tali attività (da parte delle banche e del Tesoro) fa tornare la moneta alle banche centrali e la moneta stessa si distrugge. Qualora non accada (come nell’ipotesi, suggerita da alcuni, di cancellazione, in tutto o in parte, del debito pubblico), rimane in circolazione un eccesso di moneta, con conseguenti fenomeni inflattivi, tanto più grandi quanto è più grande l’ampiezza del disequilibrio (e tale disequilibrio spezzerebbe il necessario e dovuto collegamento tra crescita dell’output e crescita della massa monetaria). E’ proprio per rispettare tale collegamento che la moneta di banca centrale deve trovare esatta corrispondenza in pari attività. Quando, infatti, tali attività vengono realizzate (la banca restituisce il prestito alla banca centrale o il Tesoro rimborsa i titoli di Stato) la relativa sottrazione di moneta neutralizza la precedente creazione di moneta e il collegamento viene ripristinato;

3) un’area valutaria comune implica un sistema di cambi fissi in cui il livello di cambio tra i vari paesi è irrevocabile e l’intervento delle banche centrali sul mercato viene simulato automaticamente. Anziché determinarsi, però, una variazione dello stock di riserve valutarie, si determina la variazione della posizione netta sull’estero rappresentata dal saldo Target 2. Quindi, per esempio, un deflusso di capitali, anziché determinare la diminuzione (nell’attivo) delle riserve valutarie, determina un aumento delle passività Target 2 (e una distruzione di base monetaria, come se la banca centrale fosse intervenuta per vendere valuta estera ritirando moneta domestica). Parallelamente, un paese in surplus registrerà l’aumento della base monetaria (come se la banca centrale fosse intervenuta creando moneta per acquistare/ritirare valuta estera) e l’aumento del credito Target 2.

Riassunti i concetti di cui sopra si può tornare all’esempio sopra riportato. Che cosa è successo nel caso di trasferimento di riserve bancarie dall’Italia alla Germania, come evidenziato nei due stati patrimoniali dell’esempio? Che Bundesbank, al fine di accreditare il conto di Joseph, ha dovuto creare moneta senza poter acquisire, in proprietà o in garanzia, attività finanziarie (oppure, senza acquisire riserve valutarie). Tali attività compaiono, invece, nell’attivo della banca d’Italia. Essendo un’area valutaria comune quanto sopra diventa indifferente: in aggregato non vi è più moneta rispetto alle attività finanziarie.

Nello specifico, quando il BTP sarà rimborsato, la distruzione di moneta in Italia (che avviene sottraendo ai cittadini la moneta necessaria per rimborsare il titolo) compenserà la creazione di moneta effettuata dalla Bundesbank.
In sostanza, in costanza di eurozona, Bundesbank (per riprendere l’esempio, ma, in realtà, è l’eurosistema nel suo complesso), può reclamare unicamente il credito alla distruzione della moneta rappresentata nel BTP, distruzione che non può che avvenire con il rimborso del BTP da parte del Tesoro italiano.

Analogo effetto si avrebbe se la proprietà del BTP fosse direttamente attribuita a Bundesbank: la sottrazione di moneta avverrebbe comunque a carico del sistema paese Italia e il riequilibrio moneta/inflazione si spalmerebbe tra i due paesi (nel caso dell’esempio. Nella realtà, a beneficio dell’intera eurozona, visto che il valore di riferimento dell’inflazione è su base eurozona).

Cosa succederebbe, però, se l’Italia uscisse dall’euro? Che la Germania avrebbe attività patrimoniali minori rispetto alla moneta creata e, parallelamente, l’Italia avrebbe attività maggiori. E tale squilibrio deriva dal fatto che l’Italia, a differenza di quanto sarebbe accaduto perdendo le riserve valutarie, non ha mai perso le attività finanziarie contrapposte alla moneta.

A dicembre 2016, banca d’Italia aveva base monetaria per circa 253 miliardi, di cui 181 in banconote e 72 in riserve bancarie. All’attivo aveva, tra le altre poste, 204 miliardi in prestiti al settore bancario e 337 miliardi in titoli, di cui i 210 miliardi in titoli di Stato acquistati nel corrente programma di acquisto straordinario di titoli. Per converso, Bundesbank aveva, tra banconote e riserve, circa 800 miliardi (più altri 327 miliardi di banconote supplementari), a fronte di prestiti al settore bancario per 68 miliardi di euro e titoli per 357 miliardi. I due stati patrimoniali riflettono, evidentemente, la circostanza che, a causa dello spostamento di riserve bancarie, Banca d’Italia ha molte più attività finanziarie che moneta e Bundesbank il contrario.

Posta la necessità del riequilibrio, si tratta di capire come potrebbe avvenire.
L’attività delle banche centrali nazionali dell’eurozona è effettuata sulla base del framework concordato in sede di consiglio direttivo della BCE e si riflette integralmente nell’attivo. Tale attivo garantisce che non vi sia – e comunque non rimanga in circolazione – più moneta di quanta ne sia necessaria. Ed è in tale attivo che si rispecchia la moneta creata per sostituire – anche in Italia – la liquidità defluita in occasione della fuga di capitali. Quindi, a fronte di 360 miliardi di passività per Target 2, ci sono 360 miliardi impiegati in attività (in titoli, prestiti garantiti da titoli). Va da sé che, in via ordinaria e teorica, il controvalore (una volta realizzato) di tali attività potrebbe essere girato verso l’eurosistema (e distribuito alle banche centrali che sono in credito) azzerando il “debito” Target 2.

Naturalmente, però, in caso di uscita dall’euro emergerebbero perdite connesse con la ridenominazione della valuta. Le banche, infatti, non potrebbero più rifinanziarsi in euro presso la banca centrale e si troverebbero costrette a rimborsare in lire oppure a cedere le garanzie, le quali però sarebbero anch’esse ridenominate in lire. A quel punto, l’ammontare delle perdite (pari alla differenza tra quanto dovuto in euro alla BCE e quanto ricevuto in lire alle diverse scadenze tenendo conto della svalutazione nel frattempo intervenuta, assumendo – e non è detto – un tasso di conversione non penalizzante per il settore estero) dipenderebbe da diversi fattori, che ora è inutile affrontare e che comunque ora sarebbe difficile quantificare. Si tratta di capire chi dovrebbe subire tali perdite, se interamente la Banca d’Italia o l’eurosistema nel suo complesso.

Ordinariamente, infatti, in caso di perdite connesse con operazioni di politica monetaria, le stesse possono essere condivise a livello di eurosistema, pro quota, o rimanere a carico della singola banca centrale nazionale (in caso di ELA, per esempio, o nel caso in cui non sia stato rispettato il framework istituzionale). Se Bankitalia, quindi, perdesse 100 miliardi in operazioni con rischio condiviso, subirebbe una perdita di circa 18 miliardi, pari alla sua quota in BCE. Per inciso, l’eurosistema di banche centrali ha, tra capitale, riserve e rivalutazioni, circa 520 miliardi di euro. Tale somma consente di sopportare perdite di politica monetaria senza vulnerare l’equilibrio attivo/passivo di banca centrale, senza quindi necessità di monetizzare le perdite generando inflazione (nell’eurozona).

Ma sarebbe quello il caso qualora l’Italia uscisse dall’euro? Cioè, Banca d’Italia potrebbe invocare la condivisione dell’onere o dovrebbe farsi integralmente carico della perdita?

Non si ha certo l’ambizione di poter sciogliere tale dubbio, il quale sarebbe condizionato anche dal grado di rottura con l’Unione europea (un conto sarebbe un’uscita unilaterale, ripudiando i trattati, un altro una concordata).

Come ricordato anche da Banca d’Italia nell’ultimo bilancio, “riguardo alla rischiosità delle operazioni di politica monetaria, in conformità con l’articolo 32.4 dello Statuto del SEBC (il Sistema europeo di banche centrali), le eventuali perdite sulle operazioni di rifinanziamento in linea generale sono ripartite tra le Banche centrali nazionali, su decisione del Consiglio direttivo della BCE, in proporzione alle rispettive quote di partecipazione al capitale della BCE. In presenza di garanzie accettate discrezionalmente dalle singole banche centrali nazionali (BCN) dell’Eurosistema, il Consiglio direttivo ha deciso di derogare al principio di condivisione dei rischi”.

“Per quanto riguarda i titoli acquistati nell’ambito dell’SMP, del CBPP3 (il terzo covered bond purchase programme della BCE, ndr) e, per la sola componente relativa alle istituzioni europee, del PSPP (il Public sector purchase programme, meglio noto come Quantitative Easing o QE, ndr), il Consiglio direttivo ha stabilito che le eventuali perdite siano condivise a livello di Eurosistema. Il regime di condivisione riguarda anche tutti i titoli acquistati dalla BCE, per effetto della partecipazione delle BCN al suo capitale; per gli altri programmi le eventuali perdite restano a carico delle singole BCN”.

Gran parte dei titoli acquistati nel corso del QE, rimarranno, quindi, a carico e rischio di Banca d’Italia, anche con riferimento all’eventualità di ristrutturazione del debito. Ed ovviamente anche la ridenominazione potrebbe essere intesa come una forma di ristrutturazione. Con riferimento alle operazioni di rifinanziamento, invece, la decisione in ordine alla ripartizione degli oneri è comunque rimessa al Consiglio direttivo, nel quale potrebbe affermarsi la maggioranza di quelli contrari alla condivisione dell’onere, con decisione che dovrebbe essere contestata presso la Corte di giustizia europea, competente ad esprimersi.

Sarebbe, in ogni caso, il destino di ogni debito contratto da residenti in euro sotto legislazione estera (e l’Italia è esposta, nel settore privato, per circa 700 miliardi), con infiniti e costosi contenziosi legali, in cui la soccombenza, nella maggior parte dei casi, sarebbe certa, con disastrosi effetti economici.

A dicembre 2016, Banca d’Italia aveva, tra capitale, riserve e rivalutazione, circa 124 miliardi di euro. Qualora fossero sufficienti, vi sarebbe comunque una distruzione di valore, anche qualora si realizzi non immediatamente ma sia diluita nel tempo, in attesa di recuperare l’attivo.

Peraltro, come ha affermato Andrea Terzi su Lavoce.info, riflettendo appunto sul saldo negativo di Target 2, in caso di uscita dall’euro i “problemi da affrontare sarebbero ben più complessi di quelli legati al suo rimborso”. In generale, ci si muoverebbe in “acque – totalmente e pericolosamente – inesplorate”, per ripetere un’espressione dello stesso Draghi. Ed ovviamente questo contributo non ha alcuna ambizione di poterle rendere trasparenti.

Un ultimo accenno alle modalità con le quali debiti e crediti vengono regolati in un’altra area valutaria comune, quella degli Stati Uniti, attraverso l’”interdistrict settlement account” (ISA).

Occorre premettere che, a differenza di quanto accade nell’eurozona, nessuno negli Stati Uniti ipotizza mai la rottura del dollaro o l’uscita di qualche Stato dalla federazione. Gli squilibri, quindi, riflettendo unicamente gli scambi commerciali e mai fughe di capitali, non sono mai molto ampi.

Tali squilibri vengono annualmente azzerati attraverso l’aggiornamento della quota di “proprietà” del portafoglio titoli federali contenuti nel SOMA (System Open Market Account). In sostanza, quando la Federal Reserve (FED) crea base monetaria con operazioni sul mercato aperto (acquista titoli e accredita riserve bancarie), la stessa si riflette nei titoli acquistati (dal distretto FED di New York per conto della FED). Quindi, quando tale base monetaria si sposta da un distretto all’altro (con lo stesso meccanismo sopra visto per l’eurozona), si provvede, attraverso l’ISA, ad attribuire una maggiore quota di titoli contenuti nel SOMA a favore dei distretti che hanno ricevuto base monetaria (riserve bancarie), riducendo quella dei distretti che l’hanno persa.

E’ come, per tornare all’esempio Bankit/Bundesbank, se il BTP venisse attribuito a Bundesbank per effetto dello spostamento di riserve bancarie per pari importo. Oppure sarebbe come se la quota capitale BCE delle varie banche centrali non fosse fissa ma variabile, dipendente, appunto, dallo spostamento delle riserve bancarie.

Ogni anno, pertanto, ciascun distretto FED ha pienamente collateralizzate (con quote dei diritti su certificati oro, titoli federali, diritti speciali di prelievo FMI, ecc.) sia le banconote sia le riserve bancarie.

Un sistema sostanzialmente analogo a quello dell’eurozona se non per qualche grossa differenza di fondo:
– la FED non ha un proprio bilancio; è un’agenzia federale che si occupa della politica monetaria. I 12 distretti della FED sono, sostanzialmente, autonomi, pur dovendo rispondere alla FED e pur dovendo restituire, in gran parte, i proventi al Tesoro degli Stati Uniti (come fa la BCE, peraltro). I distretti non si preoccupano di salvare, implicitamente o esplicitamente, banche, le quali sono soggette alla vigilanza di un’altra autorità. Eventuali problemi sistemici sono affrontati dal governo federale e non dai singoli Stati. Il tessuto produttivo degli Stati Uniti, inoltre, non dipende unicamente dal sistema bancario, potendo contare su variegate fonti di finanziamento. In Europa, invece, il tasso di bancarizzazione è altissimo, e crisi economiche e crisi bancarie si intrecciano pesantemente. Tale bancarizzazione, inoltre, crea un connubio perverso tra partiti, governance bancaria e capitalismo di relazione;

– FED e banche non comprano titoli degli Stati, ma unicamente titoli del debito federale e titoli di agenzie governative. Non si crea, quindi, quel legame pernicioso tra debito degli Stati e attivo delle banche, con dipendenza, vicendevole, l’uno dall’altro. Nell’eurozona, viceversa, il legame è molto forte e la banca centrale si trova costretta a fornire liquidità e sostegno sia agli stati sia alle banche, progressivamente accettando garanzie con minor qualità, con il rischio di venir meno al compito fondamentale (di garantire la stabilità della moneta) e di dare spazio all’azzardo morale di politici e banchieri.;

– eventuali perdite dei distretti FED non coinvolgono direttamente i contribuenti. Nell’eurozona, invece, il capitale delle banche centrali – e della BCE – è direttamente riconducibile agli stati nazionali e ai contribuenti, i quali si troverebbero comunque coinvolti, via inflazione o via ricapitalizzazione, in caso di perdite rilevanti di proprie banche centrali o dell’eurosistema.

Differenze che mostrano quanto ancora non sia completo il necessario processo di integrazione dell’Unione europea con riferimento all’unione bancaria, a quella del mercato dei capitali e alla creazione di uno stock di debito “federale”.


Breve commento:

L’autore del post, che ripeto anonimo, spiega alla perfezione con tanto di esempi contabili, come effettivamente i saldi del Target 2 non siano debiti effettivi. Questo perché le rispettive poste contabili attive e passive che si generano nei bilanci delle banche centrali nazionali in conseguenza dell’esecuzione dei pagamenti e dei movimenti di capitale che avvengono tra tutti i soggetti operanti nell’eurozona, trovano speculare copertura contabile nei titoli che sono a giustificazione della creazione della moneta stessa necessaria appunto per espletare i suddetti pagamenti. Ho usato il termine “speculare” proprio perché nei bilanci delle banche centrali nazionali che presentano saldi Target 2 passivi corrispondono medesime attività rappresentate da titoli o prestiti garantiti da titoli e l’opposto troviamo nei bilanci di quelle banche centrali che invece dispongono di saldi Target 2 attivi. Mi spiego meglio: chi ha un saldo Target 2 attivo come ad esempio la Bundesbank si ritrova ad avere nel suo bilancio, molta più moneta rispetto ai titoli che giustificano la sua creazione, al contrario in quello di Bankit, i titoli sono molto maggiori rispetto alla presenza di moneta creata, stante appunto la sua “fuga” fuori dai confini nazionali. Il tutto naturalmente in modo speculare all’interno di un gioco di bilanci a somma algebrica zero che fanno capo ai soggetti appartenenti all’eurosistema.

Insomma, per concludere il ragionamento vale la pena di ripetere le esatte parole usate dall’autore del post: va da sé che, in via ordinaria e teorica, il controvalore (una volta realizzato) di tali attività potrebbe essere girato verso l’eurosistema (e distribuito alle banche centrali che sono in credito) azzerando il “debito” Target 2.

Come si evince dal titolo del post, le uniche risposte che l’autore non ci fornisce, sono quelle relative all’eventualità di uscita di un paese dall’euro.

Premesso che non esiste, allo stato attuale, nessuna giurisdizione (del resto non se ne ravvisa nemmeno la necessità), che indichi come regolare i saldi del T2 in caso di uscita di un paese e tenendo ben presente che questo mai potrà essere causa di problemi di insolvenza per un paese e la sua banca centrale, qualora si applichino in modo corretto i dettami della scienza economica in materia; non possiamo non tener conto, nelle nostre valutazioni, del fatto concreto che una uscita dell’Italia dall’euro, possa concretamente portare anche alla fine della moneta unica ed alla conseguente realtà che nessuno, in quel caso, avrebbe più bisogno di euro.

Su questo punto, ovvero sul caso dell’uscita dell’Italia dall’euro, risponde in modo più che soddisfacente, Warren Mosler – padre fondatore della Modern Monetary Theory – attraverso il suo “modello” di piano di uscita dall’euro riportato nel Piano di MMT Italia – Ripristino della Sovranità Costituzionale – che si fonda su una precisa scelta strategica: la non-conversione obbligatoria degli stock monetari e dei contratti in essere.

In altri termini, depositi bancari, mutui, prestiti, contratti e titoli di Stato, con l’introduzione della nuova valuta, non verrebbero contestualmente ridenominati, ma rimarrebbero denominati nella valuta precedente (nel nostro caso, quindi, in euro).

In questo caso Bankit, per pareggiare i saldi del T2, come per qualsiasi altro debito effettivo denominato in euro, potrebbe facilmente attingere agli euro provenienti dalla progressiva conversione di euro in Lire da parte della cittadinanza. Stante i 2.000 mld circa di depositi giacenti nel nostro paese, è evidente che non esiste nessuna difficolta in merito al reperire euro da parte di Bankit.

Questo però non devi ingannarci sul fatto, che scegliendo l’opzione di ri-denominare immediatamente tutti i depositi in Lire, si possa andare incontro ad insolvenze. Semplicemente, in questo caso, Bankit non farebbe altro che vendere Lire (da essa stessa emesse) per acquistare euro, magari innescando un ipotetico fenomeno svalutativo della nuova Lira, ma niente di più.

Come vedete, non esiste nessun tipo di problema nella regolazione dei saldi del T2, nessuna necessità a livello tecnico e dottrinale richiederebbe di mettere le mani nelle tasche degli italiani, che non sia determinata in tal senso, da una esclusiva volontà politica del governo del nostro paese.

Insomma, quando si parla di saldi del T2, stiamo parlando di posizioni contabili reciproche tra soggetti che producono moneta a costo zero, ovvero quella materia (la moneta stessa) che è propedeutica a denominare i debiti ed i crediti. E lo stesso concetto di debito e credito trova senso logico solo e soltanto se la materia che lo denomina non è nella disponibilità di creazione da parte di coloro che dovrebbero essere i creditori ed i debitori, altrimenti ne perderebbero di fatto, tutto l’interesse a definirsi tali. E’ appunto, il caso dei soggetti appartenenti all’eurosistema e di ogni altra banca centrale del mondo.

Tanto per fare un esempio, che possa rendere più semplice l’idea del concetto espresso: l’Eurosistema (BCE e le banche centrali dei paesi membri), potrebbe essere equiparato a 20 giocatori di poker che si sfidano intorno ad un tavolo verde di qualsiasi sala da gioco, dotati ognuno della caratteristica unica di potersi ricreare automaticamente tutta la quantità di “fiches” che desiderano. Potete ben convenire con chi vi scrive, che in questo caso i giocatori non giocherebbero più per il piacere di vincere ed accaparrarsi le fiches dell’altro, come del resto sparirebbe in loro anche la paura di perdere tutte le fiches e non poter più giocare.

Giocherebbero solo e soltanto per il piacere di giocare!!!

E se vogliamo estremizzare ancora di più il concetto: chi, all’interno di un rapporto tra due soggetti, intende ritenersi creditore di un qualcosa che entrambi possono creare a piacimento, rischia seriamente di essere portato via con la camicia di forza ed ottenere la diagnosi di pazzia in stato avanzato.

Dopo di che esiste la truffa del sistema-euro ed il mix di follia, ignoranza ed orgoglio di tutti coloro che consapevolmente o meno, contribuiscono in maniera attiva a portare acqua al Suo Mulino.

di Megas Alexandros

 

Note:

[1] Le acque inesplorate del Target 2 (in caso di uscita dall’euro) – ilSole24ORE

FONTE: https://megasalexandros.it/la-creazione-di-moneta-fiat-non-puo-mai-essere-un-debito-lo-certifica-il-target-2/

 

 

 

LA LINGUA SALVATA

Irenico
i-rè-ni-co

SIGNIFICATO Relativo alla pace, che ispira pace

ETIMOLOGIA dal greco eirenikós ‘pacifico, proprio della pace’, da eiréne ‘pace’.

«Mi fece l’offerta irenica di un cioccolatino.»
Si tratta di una parola rara, dotta, ma non astrusa — anzi è estremamente semplice. Per capirla bene basta accogliere un dato che al nostro orecchio non risulta immediato solo per diversità di forma: eiréne, in greco, è la pace.

In latino prima e italiano poi, questa parola greca è continuata comunemente solo nel nome proprio Irene, che ha giusto questo significato — anche se nei nomi propri di rado cerchiamo e leggiamo un significato. Il termine ‘irenico’ invece ci parla esplicitamente di questo: ci mostra tutta l’ampiezza di un riferimento alla pace. E vediamo in che consiste quest’ampiezza.

Possiamo dire irenico semplicemente ciò che è relativo alla pace, che è proprio della pace: può essere irenica la letizia che proviamo alla fine del grande tormento, irenico il sollievo di quando troviamo ciò cercavamo. Ma può prendere delle pieghe d’impatto maggiore.

Infatti l’irenico diventa ciò che promuove, ciò che ispira la pace. Può essere irenico un gesto di distensione, irenica una presa di responsabilità; può essere irenico un discorso, irenica un’esperienza fatta insieme che ha accomodato vecchi attriti, irenico un volto che ci calma il cuore col solo sorriso. Non ha la dimensione interiore del pacifico, né il dinamismo del pacifista — e nemmeno si avvicina alla galassia di termini con cui descriviamo caratteri personali poco bellicosi, dal bonario al pacioso. L’irenico è attivo, ispira pace e lo fa in maniera schietta, compassata, misurata — com’è naturale che sia, vista la sua aura greca.

Proprio per l’assertività con cui significa questa qualità, l’irenico prende anche la forma avanzata dell’ottimistico e dell’idilliaco. La promozione e l’ispirazione della pace hanno sempre una certa ferma convinzione utopica, un profilo da aspirazione perfetta, e parimenti l’idilliaco e l’ottimistico soffiano un vento che pacifica lo spirito: così posso parlare delle prospettive ireniche che ci attendono, di un rapporto di lavoro insperatamente irenico, irenico il finale che riprende e annoda nella maniera sperata tutti i fili della storia.

È una parola potente, che dà un significato deciso proprio per il suo essere meno usuale rispetto a sinonimi fondamentali. Richiede contesti in cui possa essere compresa e apprezzata — ma il suo uso è semplice in modo irenico.

Ma si sa, possono questo ed altro le parole con una grande tradizione… no, affatto. ‘Irenico’ è stato recuperato direttamente dal greco negli anni ‘50 del Novecento. Ed è stato recuperato in connessione con l’irenismo, nuova corrente cristiana che vuole la riunione delle confessioni cristiane, valorizzando i punti in comune. È appena al principio della sua nuova splendida vita.

Parola pubblicata il 16 Novembre 2022

FONTE: https://unaparolaalgiorno.it/significato/irenico

 

 

 

 

PANORAMA INTERNAZIONALE

Il Giappone investirà 2,1 miliardi di Dollari per contrastare la Cina nell’area ASEAN

 Di 

Il primo ministro giapponese ha promesso di fornire 2,1 miliardi di dollari in aiuti all’ASEAN e terrà uno speciale Giappone-ASEAN Tokyo Vertice nel dicembre del prossimo anno per rispondere congiuntamente alla minaccia della Cina. Negli ultimi anni, la Cina ha implementato un gran numero di progetti di aiuto nell’ASEAN attraverso la “Belt and Road Initiative”, ma gli esperti affermano che le popolazioni locali ovviamente si fidano maggiormente del Giappone.

Secondo il comunicato del Ministero degli Affari Esteri del Giappone, il primo ministro giapponese Fumio Kishida ha dichiarato al vertice Giappone-ASEAN tenutosi a Phnom Penh lo scorso fine settimana che vorrebbe tenere un vertice speciale a Tokyo il prossimo anno in occasione del 50° anniversario dell’instaurazione di relazioni diplomatiche tra le due parti, e ha promesso di fornire all’ASEAN circa 2,1 miliardi di prestiti in dollari USA (295 miliardi di yen). Ha anche promesso 50 milioni di dollari in aiuti alla sola Cambogia.

“L’anno prossimo, oltre al regolare vertice Giappone-ASEAN, ho deciso di tenere un vertice speciale tra le due parti a Tokyo intorno a dicembre”, ha detto.

Anche se i leader di Cina e Giappone non sono stati in grado di parlare faccia a faccia per quasi tre anni, entrambe le parti hanno sottolineato l’importanza delle relazioni sino-giapponesi e,  secondo la Nippon TV giapponese, il primo ministro Kishida e il premier Li Keqiang hanno avuto un colloquio della durata di 10 minuti.  Nei colloqui con gli altri leader dell’area però Kishida ha criticato l’espansionismo cinese nell’aerea del Pacifico e dell’Oceano Indiano e ha invitato i partner a difendere le loro posizioni nel Mar Cinese Meridionale.

Del resto il Giappone ha una tradizione molto lunga e consolidata di ottime relazioni con l’ANSEAN, che sono ormai consolidate in oltre 18 anni ri buoni rapporti con l’area

Il primo ministro giapponese Fumio Kishida ha annunciato a Phnom Penh il 12 novembre che avrebbe prestato 295 miliardi di yen all'ASEAN. (Stampa associata)

Kishida annuncia i prestiti al vertice ANSEAN

 

Secondo il sondaggio sull’opinione pubblica dell’area ASEAN pubblicato dal Ministero degli Affari Esteri del Giappone nella prima metà di quest’anno, Cina, Giappone e Stati Uniti hanno i punteggi di affidabilità più alti fra le popolazioni della zona.  Il punteggio p del Giappone è sceso dal 28% dell’anno scorso al 16% di quest’anno, ma Cina e Stati Uniti hanno punteggi rispettivamente del 4% e del 3% neppure confrontabili con Tokio.

Ci sono anche grandi differenze tra i paesi dell’ASEAN nei loro atteggiamenti nei confronti della Cina: Cambogia, Laos e Malesia sono i più filo-cinesi, mentre Vietnam, Brunei e Filippine sono i più anti-cinesi e filo-giapponesi.

In effetti, l’anno scorso l’ASEAN ha stabilito partenariati strategici globali con Cina e Australia. Al vertice di Phnom Penh, anche il rapporto tra ASEAN, India e Stati Uniti è stato aggiornato a un partenariato strategico globale. Il Giappone ha iniziato a investire ed espandersi economicamente nell’area dopo i colloqui del Plaza del 1985,

La Cina ha investito molto nel sud-est asiatico e ha guadagnato molta influenza. Negli ultimi anni, gli Stati Uniti hanno rafforzato le proprie relazioni economiche e commerciali e gli aiuti ufficiali nell’ASEAN, mentre il Giappone ha ancora una forte influenza tradizionale. Ora, dopo anni di limitati investimenti, Tokio torna a voler essere protagonista e ad aprire di nuovo i cordoni della borsa, con  la differenza di apparire molto meno invasivo rispetto a Pechino.

FONTE: https://scenarieconomici.it/170404-2/?utm_medium=push&utm_source=onesignal&utm_campaign=push_scenarieconomici

 

 

 

POLITICA

Letta licenzia i sottosegretari altrui…

 

(ANSA) – ROMA, 15 NOV – “Un sottosegretario alla Salute che nega i vaccini non può rimanere in carica”. Lo scrive in un tweet il segretario del Pd, Enrico Letta, commentando le affermazioni del sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato che ha sostenuto che non ci sia la “prova” che senza vaccini la situazione sarebbe stata peggiore.

Cosa aveva deto Gemmato?

“Registro che per larga parte della pandemia” di Covid-19 “l’Italia è stata prima per mortalità e terza per letalità, quindi questi grandi risultati non li vedo raggiunti”. Lo ha affermato il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, intervenendo alla trasmissione di Rai 2 ‘Restart-L’Italia ricomincia da te’. E al vicedirettore del ‘Corriere della Sera’ Aldo Cazzullo, che ha osservato “senza vaccini sarebbe stato magari peggio”, l’esponente di Fratelli d’Italia ha replicato: “Questo lo dice lei, non abbiamo l’onere della prova inversa. Ma io non cado nella trappola di schierarmi a favore o contro i vaccini”.

Per  Letta – e tutti  i giornalisti e viirolgi che hanno linciato questo sottosegretario, la  fede nella bontà dei sieri mRNA è una  qualità mistica che conferisce ai politici che la professano poteri dittatoriali sui governi altrui .

O sono i soldi di Soros che danno questo potere scientifico?

https://twitter.com/bendellavedova/status/1592430322524000257

Ma Letta Legion D’Honneur ha sul punto ragione :  i sieri funzionano

Muore improvvisamente la figlia del calciatore del Malaga Alex Gallar

Veneto. Ischemia improvvisa colpisce guida del treno. La denuncia: “ennesimo caso di macchinista colto da malore”

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Shock in Argentina per la morte improvvisa del bambino testimonial della campagna nazionale di Vax

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Questa e’ la tabella per i.prossimi 5 anni:
La miocardite acuta (ovvero anche quella asintomatica) uccide il 50% dei soggetti in 10 anni
Ma l ‘80% di questi muire entro 6 anni.
Dunque nei prossimi 5 anni sara una ecatombe.
Notare:
Hanno testato 3% di miicarditi da mRNA in Svizzera.
Ovvero visto che le.miicarditi sono soprattutto asintomatiche, per 1 che detecti, ce ne sono circa 9 che ti scappano
Fate i conti, faranno fuori il 15-20% della popolazione vaccinata
Piu’ i morti di fame, freddo e mala sanita

https://www.open.online/2022/11/15/governo-meloni-marcello-gemmato-vaccini/

FONTE: https://www.maurizioblondet.it/letta-licezia-i-sottosegretari-altrui/

UN’ALTRA ELEZIONE RUBATA

11.11.2022

Questa volta è il rapporto della CNN sui propri exit poll a indicare un’elezione rubata.

Oggi 9 novembre 2022, aggiornato alle 10:49 EST, i giornalisti della CNN Zachary B. Wolf e Curt Merrill hanno osservato che l’onda rossa ampiamente attesa non si è materializzata e poi hanno presentato dati incoerenti con la vicinanza del voto.

I giornalisti confrontano gli exit poll delle elezioni del 2018 con quelli delle elezioni del 2022. I confronti mostrano che i Democratici hanno perso sostegno nelle elezioni di martedì tra donne, moderati, giovani, persone di colore, elettori urbani, laureati e indipendenti.

https://www.cnn.com/interactive/2022/politics/exit-polls-2022-midterm-2018-shift/

Il sostegno dei Democratici tra le donne è sceso da 19 punti favorevoli ai Democratici a soli 8 punti. Il sostegno repubblicano tra gli uomini è passato da 4 punti sui democratici a 14 punti.

Per età, la preferenza per i Democratici sui Repubblicani per i 18-29 anni è scesa da 35 punti a 28 e per i 30-44 anni da 19 punti a 4. Il sostegno dei Repubblicani sui Democratici è passato da 1 a 10 punti per i 45- 64 anni e da 2 a 12 punti per gli ultrasessantacinquenni.

La preferenza degli uomini bianchi per i repubblicani è aumentata da 21 a 28 punti. Le donne bianche sono passate da una divisione 50-50 a una preferenza di 8 punti per i repubblicani. La preferenza delle donne nere per i democratici è scesa da 85 punti a 78. La preferenza degli uomini neri per i democratici è scesa da 76 punti a 65. La preferenza delle donne latine per i democratici è scesa da 47 punti a 33; e la preferenza degli uomini latini per i democratici è scesa da 29 punti a 8.

La preferenza degli elettori urbani per i democratici è scesa da 33 punti rispetto ai repubblicani a 17 punti. Le preferenze degli elettori suburbani e rurali per i repubblicani sono aumentate di 6 e 15 punti.

I democratici hanno anche perso il sostegno tra i laureati bianchi e neri. Tra i voti bianchi senza titoli universitari la preferenza per i repubblicani è salita di 10 punti.

Tra i moderati, la preferenza per i democratici è scesa da 26 punti a 15. Tra i conservatori il vantaggio repubblicano è salito da 67 punti a 83. Tra i liberali non vi è stato sostanzialmente alcun cambiamento.

Gli exit poll della CNN mostrano una sostanziale erosione della base elettorale democratica dalle elezioni del 2018. Come può un’erosione così sostanziale essere coerente con la mancanza di qualsiasi significativo guadagno repubblicano martedì?

L’esito delle elezioni di martedì è reso ancora più difficile da comprendere dai giornalisti della CNN quando riferiscono:

“Nel 2018, il 37% degli elettori si dichiarava democratico, rispetto al 33% che si dichiarava repubblicano e al 30% che si dichiarava indipendente. Nel 2022, sono stati i repubblicani ad avere il vantaggio. Quando hanno conquistato il controllo della Camera nel 2018, i Democratici avevano un vantaggio tra gli elettori indipendenti. Questo è quasi finito nel 2022.

“Sia i democratici che i repubblicani hanno migliorato le loro prestazioni tra i fedeli del partito. Ma i repubblicani hanno costruito un vantaggio tra gli elettori che non hanno una visione favorevole di nessuno dei due partiti. I democratici hanno perso il loro vantaggio tra gli elettori che hanno una visione favorevole di entrambi i partiti”.

Ci sono molte altre indicazioni che indicano che molto non va nel conteggio dei voti. I sondaggi mostrano che Biden ha un tasso di approvazione solo del 36% e che una grande maggioranza di americani non vuole che Biden si candidi alle elezioni tra due anni. In che modo questa preferenza è coerente con il conteggio dei voti delle elezioni di martedì?

Si consideri anche che il partito al potere perde rappresentanza alle elezioni di medio termine, ma nonostante il sostanziale allontanamento dai Democratici rivelato dalla CNN, questo normale risultato non si è verificato martedì.

Considera anche l’insoddisfazione pubblica per: criminalità record, inflazione record con prezzi elevati di cibo e benzina, aumento dei tassi di interesse e calo dei valori delle case, massiccia immigrazione clandestina, indottrinamento forzato degli scolari con la teoria transgender e la teoria critica della razza, mandati di vaccinazione Covid di Biden che hanno causato salute infortuni, morti e carriere distrutte, i blocchi Covid di Biden che hanno distrutto aziende, posti di lavoro, catene di approvvigionamento e aumentato i prezzi, le sanzioni “russe” di Biden che hanno interrotto l’approvvigionamento energetico e aumentato il prezzo di tutto. Considerando tutta questa insoddisfazione, come ha fatto Fetterman, una persona colpita da un ictus e afflitta da problemi di parola che vuole liberare i criminali dalla prigione, ottenere un seggio al Senato degli Stati Uniti dalla Pennsylvania? In che modo lo stesso elettore georgiano che ha restituito il governo repubblicano.

Infine, considera le macchine per il voto Diebold che hanno funzionato male nel New Jersey, in Arizona e in Texas, e il rapporto di Gateway Pundit secondo cui a Detroit, nel Michigan, le schede elettorali venivano consegnate dalla porta di servizio nelle prime ore di mercoledì mattina, molto dopo la scadenza legale.

Ora, chiediti, cos’è peggio, un’elezione americana rubata o un elettorato americano così spensierato e fuori a pranzo da mantenere in carica un partito politico che ci sta portando in guerra con Russia e Cina, che odia i bianchi e li perseguita , che ha politicizzato l’FBI e il Dipartimento di Giustizia trasformandoli in agenzie della Gestapo al servizio del potere democratico, che crede fermamente che i genitori facciano male ai bambini e non dovrebbero avere voce in capitolo nella loro educazione (lavaggio del cervello), che sta demonizzando la normalità e normalizzando la perversione, che . . . Potrei andare avanti all’infinito. Questa era un’opportunità per gli elettori di registrare il loro dissenso, e secondo i risultati del voto non sono riusciti a farlo. Se il conteggio dei voti è onesto, allora la conclusione è che dobbiamo cancellare il popolo americano come esseri troppo stupidi per sopravvivere come popolo libero.

Questo è il motivo per cui preferisco di gran lunga credere che l’elezione sia stata nuovamente rubata.

Cosa si può fare per le elezioni rubate? Niente. Soprattutto quando un’elezione precedentemente rubata ha lasciato ai Democratici il controllo del ramo esecutivo. Il ramo esecutivo è il ramo di polizia. Non applicherà le elezioni o alcuna legge contro se stesso.

Le città controllate dai Democratici sono imperi a sé stanti. Possono rubare ogni elezione e non si può fare nulla al riguardo. I media sono un’appendice del Partito Democratico. I media supportano qualunque sia la narrativa ufficiale.

Questa è la rubrica di domani, giovedì 10 novembre. Lo pubblicherò il 9 novembre prima della costruzione della narrazione ufficiale che presto riceveremo in modo che almeno i miei lettori abbiano la possibilità di pensare prima che la spiegazione ufficiale sia loro imposta.

FONTE: https://katehon.com/en/article/another-stolen-election

 

 

INCONTRO TRA SCHOLZ E XI JINPING, LA NATO E LA UE SCRICCHIOLANO?

La notizia che il cancelliere tedesco Olaf Scholz è stato a Pechino e ha incontrato il leader cinese Xi Jinping ha avuto una certa eco. Non si tratta di una “normale” visita diplomatica, se si tiene conto del contesto, ossia del clima politico nel quale è avvenuta. È altresì significativo il fatto che il capo di Stato tedesco sia il primo del G7 a far visita al suo omologo cinese, dopo le recenti chiusure dovute al Covid.

Le relazioni economiche tra Berlino e Pechino da anni rivestono un’importanza si direbbe strategica per entrambi i paesi e soprattutto per il primo. La Cina, infatti, è il più grande importatore di merci tedesche e se consideriamo che la Germania da decenni ha impostato la sua crescita economica essenzialmente sulle esportazioni, è facilmente intuibile quanto il Dragone sia assolutamente vitale per l’economia della Bundesrepublik. Soprattutto, la Cina è una destinazione importante degli investimenti diretti tedeschi, visto che numerose multinazionali tedesche sono presenti con impianti produttivi e una quota importante del loro fatturato complessivo viene realizzata in Cina.

La visita di Scholz potrebbe apparire pertanto un evento comprensibile e logico, se fosse accaduto in un periodo tranquillo per le relazioni internazionali.

A partire da quest’anno tuttavia, molte cose sono cambiate, come è noto. L’intervento della Russia nel conflitto tra Ucraina e il Donbass, e ancor di più il pesante coinvolgimento in esso della NATO, hanno prodotto uno scombussolamento nelle relazioni internazionali e una crescente polarizzazione tra i paesi occidentali, schierati in modo apparentemente compatto contro la Russia, e una lunga serie di altri paesi – con in testa la Cina – che non solo si sono rifiutati di adottare le sanzioni contro Mosca, ma al contrario, hanno potenziato gli scambi economici e i rapporti politici con essa. In modo particolare i paesi europei si sono ritrovati – non senza recalcitrazioni – a fare propria la linea degli Stati Uniti, imponendo sanzioni crescenti alla Russia e fornendo armi e risorse economiche al governo ucraino.

In un contesto in cui l’Unione Europea non è stata capace di mostrare alcuna autonomia politica, limitandosi di fatto a fare da megafono alle posizioni di Biden, la Germania ha tentato, da sola o quasi, a dire la sua e a porre dei limiti all’invio di armi e soprattutto alle sanzioni, ma con scarso successo. Il sabotaggio del gasdotto Nord Stream 1 è stato un ulteriore colpo in tal senso.

Ora, se le sanzioni sul gas e petrolio russi sembrano destinate ad avere pesanti ripercussioni sulle capacità industriali ed economiche dei tedeschi (e degli italiani), stante le carenze energetiche del vecchio continente e la difficoltà a reperire altre fonti di energia, se non a costi molto più elevati, la Germania, con questa mossa, sta tentando faticosamente di limitare i danni e di conservare e ampliare questo legame per lei vitale con la Cina.

Dall’incontro è emersa una chiara intenzione di rafforzare la cooperazione economica tra le due potenze in vari ambiti, tra cui quello energetico e dell’alta tecnologia. Inoltre appare comune tra i due paesi la volontà di evitare un’escalation nella guerra in Ucraina e soprattutto il timore che questa possa sfociare in un conflitto nucleare.

La decisione di rafforzare i rapporti con il Dragone tuttavia non è così pacifica: è noto infatti che Washington considera la Cina come un nemico ancora più pericoloso (“mortale” secondo alcuni) della stessa Russia e non perde l’occasione per tentare di provocarla, alimentando tensioni, ora su Hong Kong, ora sullo Xinjiang e negli ultimi tempi soprattutto sulla questione di Taiwan.

La visita di Scholz a Pechino appare dunque in netta contraddizione con lo spirito che regna nella NATO e anche nella stessa UE e tradisce la volontà dei tedeschi di agire per conto proprio in barba alla NATO e alle regole di Bruxelles, come d’altronde s’era già visto con lo stanziamento dei 200 miliardi di euro contro il caro energia. Questo smarcamento potrebbe presto incoraggiare anche altri paesi europei a seguire quella strada, dalla Francia a quelli minori che orbitano attorno a Berlino.

E l’Italia?

Incominciamo col dire come gli indubbi vantaggi che la Germania otterrà dagli effetti di questa visita suonano come una beffa per il nostro paese. Solo tre anni fa, infatti, l’allora Governo Conte aveva siglato – primo paese della UE – l’accordo per entrare nella BRI cinese (Belt and Road Initiative, conosciuta anche come la “Via della Seta”). Se questo si fosse sviluppato, avrebbe procurato dei vantaggi all’Italia – favorita anche dalla sua posizione geografica – la quale avrebbe acquisito un ruolo importante e di connessione negli scambi Asia-Europa, scambi con un futuro che appare promettente.

Purtroppo la sostituzione di Conte con Draghi all’inizio del 2021 ha riportato il Bel Paese ad una condizione di subalternità nei confronti degli USA, che si è tradotta nell’uscita dal BRI, oltre che ad un allineamento pressoché totale alla linea di Washington sulla Russia. Allineamento che pagheremo caro (in tutti i sensi).

A meno che non proviamo ad invertire questa tendenza e a seguire le orme della Germania.

FONTE: http://www.laboratorio-21.it/incontro-tra-scholz-e-xi-jinping-la-nato-e-la-ue-scricchiolano/

 

 

 

SCIENZE TECNOLOGIE

Ci toglieranno Internet e Smartphone?

Il TecnoRibelle di Maurizio Martucci

Si dirà caso e coincidenza temporale, si. Ma se lo anticipa il Forum Economico Mondiale (FEM) però c’è da scommetterci. 2018 Event 201, previsione pandemica da coronavirus: azzeccata, partita a Wuhan esattamente un anno dopo la pianificazione virtuale della gestione emergenziale simulata del FEM. 2021 Cyber Polygon, ovvero previsione e simulazione di un blackout globale di Internet e ci stanno azzeccando pure sta volta, anche qui esattamente un anno dopo la pianificazione della gestione emergenziale del FEM. È infatti di questi giorni la notizia che dagli USA gli 007 americani hanno avvertito senza giri di parole: se in risposta al sabotaggio del gasdotto Nord Stream venissero tagliati i cavi sottomarini del Web al largo dell’Irlanda, si potrebbe completamente bloccare Internet in tutta Europa, facendo saltare nei mancati collegamenti di rete ogni transazioni commerciale e finanziaria ma pure tutte le comunicazioni militari con gli Stati Uniti dai membri NATO. E si, perché danneggiare i cavi sottomarini di Internet pare sia poco più che un gioco da ragazzi: non richiede sacrifici umani, esplosioni, né ordigni da piazzare come nelle incursioni che si vedono nei film, ma un semplice drone subacqueo, una sorta di hunter killer sottomarino telecomandato nell’electromagnetic war, la guerra elettromagnetica gestita da remoto negli Smart Ocean. Che poi più che un ricatto il blocco di Internet sia ormai un’arma di controllo militare, politico e sociale, ce lo dicono in questi giorni dall’Iran. Colpevole di aver scorrettamente indossato il velo islamico, dalla morte della giovane Mahsa Amini deceduta a seguito delle violenze subite della Polizia religiosa di Teheran, tumulti e proteste del popolo iraniano contano una cinquantina di vittime e la repressione anche col blocco di Intenet e social media, interrotti pure WhatsApp e Instagram, noto come Facebook, Twitter e YouTube siano vietati oramai da anni. “Un attacco cibernetico potrebbe diffondersi più velocemente di un virus biologico”, da Davos lo scorso anno hanno però previsto i promotori del Cyber Polygon voluto dal transumanista Klaus Schwab per simulare la gestione di una guerra cybernetica nella nuova pandemia digitale. Già, perché se da oltre 30 anni ci viene spacciato come spazio libero e partecipativo, dentro e su Internet in realtà si nascondono le mire predatorie del Grande Reset, il cambiamento epocale, tanto che per la cosiddetta crisi energetica, razionamento e interruzione dell’energia elettrica, si parla pure di telefoni cellulari e Smartphone presto muti e silenziati, inerti e senza rete. “La catastrofe è inevitabile”, aprendo la finestra di Overton titola Cellulari.it. Prepariamoci a tutto, sta arrivando l’invero!

https://www.youtube.com/watch?v=fxdbFIdxocs

FONTE: https://comedonchisciotte.org/ci-toglieranno-internet-e-smartphone-il-tecnoribelle/

 

 

 

CRISI DIGITALE – Sta venendo giù tutto?

Conti in rosso, fallimenti e licenziamenti: l’agonia di Meta, Twitter, Amazon, 5G e bitcoin

35^ e nuova puntata de Il Tecnoribelle, pillole tecnoscettiche del giornalista d’inchiesta Maurizio Martucci in esclusiva su Come Don Chisciotte.org e in collaborazione con OASI SANA. Regia di Giulio Bona.

Transumanisti e tecno-ottimisti ascoltate bene: il boom d’investimenti pel Covid è stato controproducente e così, ad effetto domino, il castello di sabbia sta inesorabilmente venendo giù. Si, perché tra conti in rosso, licenziamenti di massa, richieste di rateizzazioni miliardarie allo Stato italiano, crac e bancarotta, una dopo l’altra Telco big tech della Silicon Valley stanno annaspando, anzi stanno letteralmente affossando sotto i loro stessi colpi. Zuckerberg ha gli utili dimezzati e prefigura il tonfo di Meta. Rilevata per 44 miliardi di dollari Twitter, Musk ne ipotizza già il fallimento. Amazon ha bloccato le assunzioni. Acqua alla gola, Tim pretendeva di posticipare una rata da 1,7 miliardi, poi pagata mal volentieri. E 100.000 creditori al mondo sono rimasti col cerino in mano, dalle Bahamas fallita la finanza digitale di FTX: insomma, il migliore di mondi possibili incardinato dagli architetti del virtuale su 5G, social, visore ottico, palmare atipico, algoritmi e criptovalute, assume sempre più le sembianze di un grande bluff, un overpromise mondiale col botto finale. Da paura: sentita qua.

Metaverso: 700 miliardi di dollari di valore di mercato bruciati in un solo anno per la pochezza di appena 38 ‘utenti attivi’ in 24 ore.“I licenziamenti di Meta sono colpa dell’ambizione smodata di Zuckerberg”,titola Wired commentando l’invio a casa di un dipendente su otto, italiani compresi, roba da 11.000 licenziamenti tra Facebook, Instagram e Whatsapp. E se Sparta piange, Atene non ride di certo: così in un caos di licenziamenti consumati via email, oltre i top manager della dirigenza altri 3.700 posti di lavoro vanno in malora nella Twitter di Elon Musk a un passodal fallimento, abdicato persino lo smart working per 40 ore settimanali in presenza.Twitter rischia la bancarotta – riporta Rai News – il fallimento potrebbe essere una possibilità se la compagnia non inizia a generare più denaro”.

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VIDEO QUI: https://youtu.be/vSFfOdYvAO0

E minor denaro in effetti lo introitano anche le compagnie telefoniche: se il mercato Smartphone perde quasi il 10% all’anno, in Italia tra il 2016 e il 2020 i ricavi delle Telco sono crollati ad un “tasso medio ponderato del 2,7%, con la rete mobile in maggior affanno (-5,2%) rispetto alla fissa (- 0,3%)”. Così per saldare il 73% contrattualizzato con lo Stato e nella legge di bilancio 2018 per l’acquisto all’asta dei primi tre lotti di radiofrequenze del 5GTim, Vodafone, WindTre e Iliad hanno fatto di tutto per ammorbidire la rata da 4,8 dei 6,55 miliardi di euro fissata al 30 Settembre 2022: “gli operatori – prima del saldo scriveva Il Sole 24 Ore – incrociano le dita nella speranza che possa arrivare una rimodulazione di quello che altrimenti sarebbe un salasso.” Dita incrociate inutilmente, perché il salasso a bocca storta è stato saldato e alla sola TIM costato 1,7 miliardi, rovinosamente capitalizzati nell’indebitamento finanziario netto after lease pari a 20,1 miliardi di euro: ecco perché ASSTEL, ramo telecomunicazioni di Confindutria, con insistenza pretende l’innalzamento dei limiti soglia d’irradiazione elettromagnetica nelle media giornaliera da 6 a 61 V/m, perché – già saturo dalla ‘pre-5G selva di antenne’ il fondo ambientale di città e piccoli centri – se non schizzassero all’inverosimile dei + 110 volte i limiti d’elettrosmog, l’industria si troverebbe costretta a disseminare decine di migliaia di unità di nuova infrastruttura tecnologica per un ulteriore esborso quantificato in altri 4 miliardi.

Un rischio grosso come le perdite di 5 miliardi di dollari per Alexa, intelligenza artificiale di Jeff Bezos e Amazon, oppure il botto dei bitocoin di FTX, una delle principali piattaforme per lo scambio di valute digitali al mondo, l’exchange di criptovalute stimata ad inizio anno 32 miliardi di dollari, finiti in fumo nell’istanza di fallimento per miliardi spariti nel nulla con Sam Bankman-Fried, spacciato adesso per latitante: “la Casa Bianca ha fatto sapere di stare monitorando il tracollo di FTX, e ritiene che la sua bancarotta confermi la necessità di regole più stringenti per il settore”. Si, ma c’è già pure chi sospetta un enorme giro di riciclaggio di denaro per finanziare illegalmente l’ultima campagna elettorale di metà mandato USA. E non ci sarebbe da meravigliarsi più di tanto se si pensa che Ericsson, leader incontrastato in Europa per i brevetti sul 5G e fornitore in Italia di rete per TIM, per fare affari nei territori di guerra finì per finanziare i tagliagole dell’ISIS. Chapeau!

FONTE: https://oasisana.com/2022/11/16/crisi-digitale-sta-venendo-giu-tutto-conti-in-rosso-fallimenti-e-licenziamenti-lagonia-di-meta-twitter-amazon-5g-e-bitcoin/