BUZZI INTERVISTATO SPIEGA PERCHE’ IL SISTEMA PD CHE GODE DELL’IMMUNITA’ GIUDIZIARIA

Per meglio comprendere i fatti di oggi, per esempio il caso Ruberti nel Pd, necessita ascoltare chi conosce la storia degli affari democratici capitolini. Come Salvatore Buzzi che, anche dopo l’assoluzione, continua ad essere sulla graticola della giustizia. Quest’ultima, forse per una forma atavica di strabismo, ha evitato d’indagare sul giro d’affari romani collegati ai patrimoni di Ipab ed Ater, sulle polizze assicurative su case usate anche per sedi di partiti politici. Salvatore Buzzi leva gli occhi al cielo, sperando questa sia la volta buona, e noi lo intervistiamo.
Lei ha scritto su Facebook il 15 agosto scorso “Oggi è un ottimo Ferragosto grazie all’articolo di Giacomo Amadori su La Verità: L’articolo analizza gli stretti rapporti tra il Pd ed alcuni ambienti della magistratura, parla di due casi che hanno avuto grande clamore mediatico ed hanno cambiato lo svolgimento democratico della vita politica in due regioni: Umbria e Lazio”.
Dove vede i rapporti stretti? E perché Umbria e Lazio?
“Nel primo caso si parla delle dimissioni di Catiuscia Marini nel 2019 da presidente della Regione Umbria per una risibile accusa di raccomandazioni; dimissioni imposte dall’allora segretario del Pd Nicola Zingaretti su input, così è scritto nell’articolo, di una parte degli inquirenti.
Il secondo caso è più grave e riguarda la gara Cup indetta dalla Regione Lazio nel 2014 del valore di 90 milioni di euro, gara turbata politicamente prima ancora che fosse bandita, inoltre è la turbativa d’asta più importante contestata a noi imputati di Mafia Capitale. Subito notammo una grande anomalia: furono arrestati il membro della commissione aggiudicatrice in quota destra ed il capogruppo di Forza Italia; mancavano Elisabetta Longo, presidente commissione di gara, e Maurizio Venafro capo di gabinetto del presidente Zingaretti, largamente coinvolti nell’accordo spartitorio e soprattutto Nicola Zingaretti che aveva fatto il patto: tre lotti alla sua maggioranza ed uno all’opposizione. A Luglio 2015, su invito del mio legale Alessandro Diddi, resi ben cinque interrogatori per spiegare che non eravamo mafiosi, che avevo pagato tangenti per incassare crediti scaduti e legittimi, al massimo avevamo fatto accordi per qualche gara, come fanno accordi i magistrati per essere eletti al Csm. In questo contesto spiegai gli accordi sottesi alla gara Cup, con il coinvolgimento diretto di Zingaretti che aveva delegato Venafro per arrivare al risultato concordato. Alla destra bastavano poche assunzioni, mentre per la sinistra si parlava di contributi in nero. Mi aspettavo che la mia ricostruzione dettagliatissima, con tanto di riscontri telefonici, venisse presa in considerazione: da allora, inspiegabilmente, fui fatto passare dalla Procura della Repubblica di Roma per non credibile”.

A giugno 2020 finalmente veniva scarcerato. Quindi poteva accedere alla lettura dei tabulati telefonici di Venafro e dei familiari?

“Dalla lettura degli atti processuali e delle intercettazione telefoniche emergeva che, a febbraio 2015 il Pm Ielo faceva mettere sotto controllo le utenze telefoniche di Venafro e dei suoi familiari, e riuscivamo a capire quel che stava avvenendo grazie ad alcune telefonate della moglie di Venafro, Tiziana Torrisi: per sfogarsi chiamava una amica, usando il cellulare della figlia minorenne. Veniamo a scoprire che il 24 febbraio 2015 Venafro incontrava un procuratore a piazza Mazzini, e che il giorno dopo si recava al Csm per conferire sulla vicenda che lo vede coinvolto con un misterioso consigliere del Csm. Poi, sempre dalla Torrisi, apprendiamo che il Pm Ielo si era concentrato su suo marito. Mentre l’allora sindaco di Roma Ignazio Marino aumentava la suspance parlando dell’imminente arrivo di un centinaio di avvisi di garanzia. Accadeva l’impensabile: l’inchiesta sul Cup passava da Ielo a Giuseppe Cascini, anch’egli Pm a Roma ed esponente di spicco di Magistratura Democratica, la corrente di sinistra dei magistrati legata a doppio filo prima al Pci e poi a Ds ed oggi al Pd. Venafro nominava come avvocato Maurizio Frasacco, legato sentimentalmente ad un magistrato che lavora a Roma ed è esponente di punta di MD”.

Cosa c’era di così strano e irregolare?


“Che analizzavamo le telefonate fra Frasacco e Venafro, che di rito dovevano essere distrutte a norma del codice, invece venivano depositate agli atti, forse per lasciare traccia. Scopriamo che l’integerrimo Cascini concordava con Frasacco gli interrogatori con Venafro e la Longo: imputati incompatibili, tanto che Frasacco si premurava di trovare un altro difensore alla Longo. Risultato: i verbali di interrogatorio della Longo e di Venafro sono coincidenti. Mentre, solo pochi giorni prima, la Longo per poco non veniva arrestata per reticenza durante l’interrogatorio da Ielo.
Infine, il 21 marzo, Cascini per noi chiede l’arresto mentre per Venafro emette solo un avviso do garanzia”.

Spero queste discrepanze verranno poi evidenziate dal suo avvocato?

“Tutte verranno fatte emergere nel nuovo processo d’appello, celebrato dall’ottobre 2020 al marzo 202: vengono riprese integralmente dalla memoria del PG Catalani e sono oggetto di due articoli di Amadori su La Verità del gennaio 2021. Inoltre, ben otto imputati su dieci confessavano direttamente, o con il patteggiamento, la turbativa d’asta per la gara Cup: ma la nostra Corte di Appello, presieduta da Tommaso Picazio, giudice finito nelle chat di Palamara e vicino a Magistratura Democratica, incredibilmente assolve tutti. A Zingaretti viene archiviata anche l’accusa di falsa testimonianza avanzata dal Tribunale nel 2017.

Quindi Salvatore Buzzi ad oggi è l’unico condannato?

“Io non essendo credibile, o forse perché mi ostino ad andare contro il sistema, sono stato condannato a dodici anni e dieci mesi: la pena più elevata, anche rispetto agli altri, più alta della richiesta del PG”.

Scrive sui social, rilascia interviste, si sta difendendo. Esisterà pure un giudice disposto a darle ascolto?

“Non mi voglio arrendere. Ho scritto un libro su tutta la vicenda con Umberto Baccolo. Con difficoltà abbiamo trovato un editore disposto a pubblicarlo: la Ponte Sisto di Fabio Capocci. Il libro dovrebbe uscire a fine ottobre, con la prefazione di Tiziana Maiolo: quando ahimè, se va male la Cassazione, sarò in altri lidi… e certo molto tristi”.

Lei leggendo l’articolo di Amadori, che riprende alcune ammissioni di Palamara, ha trovato le conferme ai suoi sospetti?

“Prima di tutto Zingaretti e Venafro si recano al Csm per parlare con due consiglieri vicini alla sinistra: Paola Balducci, avvocato nominato su indicazione di Niki Vendola quota Sel, e l’altro consigliere definito dallo stesso Palamara ‘legata a doppio filo a Zingaretti’ perché la moglie è Giovanna Remigi che lavora in Regione alle dipendenze di Venafro. Colloquio d’inaudita gravità, poiché due indagati nell’inchiesta in corso che sta devastando Roma vanno a parlare con due consiglieri del Csm, presieduto dal Presiente della Repubblica, per trovare una mediazione con la Procura di Roma che li sta indagando: mediazione che come vedremo troveranno. Quindi Nicola Zingaretti fa dimettere Maurizio Venafro su indicazione di Palamara. Dall’articolo di Amadori scopriamo che, il neo disoccupato Venafro, va a lavorare con Centofanti, amico anche di Pignatone. Centofanti che in seguito verrà coinvolto nell’oscura vicenda Amara. C’è da evidenziare che tempo dopo la Procura di Roma indagherà Centofanti e la Balducci per corruzione, ed a seguito d’imbarazzanti intercettazioni telefoniche: con il primo che aveva elargito benefit per migliaia di euro alla seconda, infine prosciolti per l’esiguità delle donazioni. Stessa Procura che invece chiederà la mia condanna per la pulizia della cantina di Giovanni Fiscon, lavoro per un valore di 40 euro, molto meno del costo di un biglietto di tribuna per vedere la Roma in Champion League”.

Pensa dover aggiornare il libro con le nuove rivelazioni?

Vorrei fare alcune considerazioni. La mia condanna è cosi alta che, se non verrà riformata il 29 settembre in Cassazione, mi porterà di nuovo in carcere: non essendo stato ritenuto credibile, non ho diritto né alla attenuanti generiche né a quelle specifiche, che avrebbero ridotto la mia condanna da un terzo alla metà. Se mi avessero creduto, sarebbe cambiata la storia politica italiana: Zingaretti si sarebbe dovuto dimettere da Presidente della Regione e non sarebbe più diventato segretario del Pd, favorendo la nascita del governo Conte bis, e la regione Lazio oggi sarebbe governata da diversa maggioranza. Gianni Alemanno sarebbe stato subito assolto, e non avrebbe subito anni di gogna per poi essere infine assolto dal reato di corruzione: io ho sempre ho sostenuto l’innocenza di Alemanno. Da ben cinque anni aspetto la querela di Zingaretti, più volte annunciata e mai arrivata. Ora rilancio, e voglio verificare con i miei avvocati se dovessero esserci gli estremi per denunciare a Perugia le vicende che collegano Zingaretti, Venafro, Pignatone e Cascini, e per le ipotesi di reato che vorrà ravvisare il procuratore Cantone. Con non poche difficoltà sta emergendo la verità. Ma c’è troppa commistione tra politica e potere giudiziario, alla faccia della tanto sbandierata indipendenza della magistratura”.