L’ALLARME SICUREZZA E LA FUGA DI DRAGHI

Inizia a prendere forma la spiegazione, più logica e razionale, alla fuga di Draghi dal governo del Paese. Infatti senza Draghi c’è di fatto ancora Draghi. Soprattutto né il Parlamento in scadenza né quello che verrà possono mettere in discussione o abrogare l’Agenda Draghi, che è perfettamente in linea con l’Agenda Davos e con l’Agenda Onu 2030 (tutte agende perfettamente concordi con le linee politiche ed economiche di Pentagono, Unione europea, poteri bancari occidentali e multinazionali). Non è da escludere che la fuga di Mario Draghi sia stata consigliata dagli esperi di sicurezza del Pentagono. Il presidente Mattarella potrebbe aver ricevuto da consessi internazionali il consiglio di lasciare che Draghi strappasse in Parlamento, per facilitare (grazie alla parentesi estiva) il controllo dall’estero dell’Italia partitica, del consenso e poi del voto. Ma come il voto sia teleguidabile dall’estero richiede un articolo a parte, in grado di chiarire come il risultato finale sia manovrabile in base a desiderata ed intese internazionali: i cittadini subiscono il potere, ed oggi (grazie a pandemia e guerra) ne sono coscienti e, forse, più pericolosi per i vari poteri “istituzionali” ed “internazionali”. Non è da escludere che Mario Draghi abbia pianificato la sua fuga con Giampiero Massolo (ambasciatore, fino a qualche anno fa guidava il coordinamento italiano dell’intelligence al Dis, ed oggi è presidente di Atlantia) e quindi con il presidente Sergio Mattarella. E’ probabile sia stato consigliato a Draghi d’evitare d’avere responsabilità di governo nel periodo che andrà da settembre 2022 fino a marzo 2023, lasso di tempo in cui sono previsti disordini sociali causati dalla non accettazione italiana di ulteriori restrizioni economiche, licenziamenti e chiusure di aziende non più a norma Ue.
Secondo la CGIA di Mestre, ci attende un autunno caldo con la più grande ecatombe di fallimenti d’imprese, una percentuale di moria aziendale mai registrata in Italia dal 1870 ad oggi. Una chiusura di aziende tanto corposa da far apparire non particolarmente elevato il numero dei fallimenti registrato tra pandemia e guerra, negli ultimi due anni. Il rischio di chiusure così massive è preoccupante soprattutto per la tenuta sociale dell’Italia, potrebbe innescare confronti violenti tra potere e popolo. Il deterioramento del quadro economico generale è anche ascrivibile al caro energia e carburante ed all’impennata dell’inflazione, ma anche all’impossibilità di cedere i crediti acquisiti con il superbonus 110 per cento (circa 4 miliardi di euro) a cui s’aggiungono i mancati pagamenti della Pubblica Amministrazione (PA) nei confronti dei fornitori (secondo l’Eurostat almeno 55,6 miliardi di euro). Così molte attività commerciali e produttive rischiano di dover portare i libri in tribunale o, molto più probabile, che la catena di mancati pagamenti trascini per le orecchie in tribunale fallimentare quasi tutte le aziende piccole e medie. Aziende che hanno una specificità tutta italiana, e la cui chiusura sarebbe gradita in sedi internazionali. Per molte di queste imprese la chiusura definitiva non sarà causata dall’impossibilità di pagare i propri debiti, ma perché non potranno far fronte ai pagamenti per l’inesigibilità dei crediti inesigibili: ovvero insolvenze in grandissima parte imputabili alle inadempienze della Pubblica Amministrazione.
Quali sono le ragioni per cui gli artigiani mestrini (CGIA di Mestre) ipotizzano che al rientro dalle ferie i fallimenti potrebbero subire un innalzamento unico ed epocale? Se guardiamo la serie storica degli ultimi 10 anni, il picco massimo delle “chiusure” è stato raggiunto nel biennio 2014-2015, ovvero un anno e mezzo o due dopo la crisi del debito sovrano che ha colpito pesantemente il nostro Paese. Pertanto, come in tutte le recessioni, gli effetti si esplicitano successivamente. Cosicché, dopo le difficoltà causate dal Covid nel biennio 2020-2021 ed a seguito degli effetti negativi riconducibili alla guerra in Ucraina scoppiata verso la fine di febbraio, a partire dal prossimo autunno il numero dei fallimenti potrebbe tornare a crescere e subire una brusca impennata nel corso del 2023: soprattutto l’Agenda Draghi non prevede paracadute per tutte le aziende piccole e medie, quindi non più gradite ai gestori dei fondi e dei mercati internazionali, che vedono nella loro chiusura una grande opportunità per i vari modelli simil Amazon. Negli ultimi 10 anni, comunque, il numero massimo di fallimenti si è registrato nel 2014 per effetto misure governo Monti (14.735 fallimenti). Dopodiché, c’è stata una progressiva riduzione che si è arrestata nel 2020 (7.160 casi). Questo dato è stato sicuramente condizionato dalla particolarità di quell’anno: a causa del lockdown, infatti, ricordiamo che anche i tribunali fallimentari sono stati chiusi per molti mesi, influenzando negativamente la produttività degli uffici, anche in termini di sentenze. Nel 2021, infine, il dato ha iniziato a risalire, ed alla fine dell’anno si è attestato a 8.498 unità. Di fatto, la ricetta fallimenti, disoccupazione e povertà sta consigliando al potere di tenere ben alta la guardia contro il popolo. Su questo argomento l’allarme è stato lanciato dagli 007, che consigliano il potere d’aumentare il controllo sui cittadini, e questo viene ribadito ogni anno almeno dal 2012, da quando Giampiero Massolo era a capo del Dis. Nelle relazioni al Parlamento i servizi segreti sottolineano sempre la “minaccia anarco insurrezionalista” come costante che potrebbe trovare saldature e consensi nelle fasce sociali in dissesto economico. Anche quest’anno i servizi hanno parlato di eversione emergente determinata dalla crisi, d’innalzamento delle tensioni sociali con l’intensificazione delle contestazioni ad esponenti di governo, della politica e dei sindacati. I servizi segreti temono in autunno probabili aggressioni ad esponenti del potere da parte di fasce eversive della popolazione. E poi il cybercrime, che potrebbe produrre attacchi al potere bancario ed ai sistemi fiscali (banche ed Agenzia delle Entrate). I pericoli per la sicurezza del paese, che emergono dalla relazione annuale dei servizi segreti al Parlamento, di fatto riassumono il timore che in autunno la gente aggredisca il potere ed i rappresentati istituzionali con rivolte ed inedite reazioni inconsulte: fenomeni diversi e lontani dal terrorismo del decennio ‘70/’80. Queste rivolte potrebbero destare il sonno degli anarco-insurrezionalisti. Gli scenari di scontro autunnali potrebbero rivolgersi contro i poteri economico-finanziari, le forze dell’ordine e le forze armate, i gestori del “dominio tecnologico”, i gestori del welfare e del lavoro che favoriscono i licenziamenti di massa. I servizi hanno detto a Draghi che c’è il rischio concreto di un innalzamento delle tensioni sociali, l’intensificazione delle contestazioni ad esponenti di governo, nonché a rappresentanti di partiti politici e sindacali. Soprattutto, i disoccupati italiani accusano i rappresentanti istituzionali di favorire l’azione aggressiva dei gruppi esteri, delle multinazionali: che acquisiscono i patrimoni industriali e tecnologici nazionali, nonché i marchi storici del “made in Italy”, e poi licenziano i lavoratori. Così per gli 007 non sarebbero da escludere atti di violenza contro dirigenti di multinazionali ed aziende straniere in Italia. Atti di violenza personale e fisica come attacchi cybercriminali a strutture pubbliche e multinazionali occidentali. Ecco perché lo Stato ha intensificato i controlli su computer e smartphone dei cittadini. In un siffatto clima di diffidenza del potere verso i cittadini, di crisi della politica e dei partiti, d’un pesante conto da presentare ai cittadini tutti, a Draghi è stata consigliata la fuga perché la sua Agenda prosegua. Attuarla sarà compito delle istituzioni, della magistratura, dell’esercito, delle forze di polizia, dell’Agenzia delle Entrate, delle banche. Tutti uniti e solidali contro il colpevole popolo italiano, non meritevole di partecipazione e rappresentanza democratica.