Mario Giordano: «L’Aifa nasconde i dati sugli effetti avversi». Dopo il 25 settembre qualcuno dovrà risponderne

Di Mario Giordano – Mentre nel mondo si indaga sui danni dei vaccini, il rapporto più recente della nostra agenzia risale a marzo. Nel frattempo, sono state inoculate oltre 4 milioni di dosi. E pure la farmacovigilanza attiva resta una chimera.

Immaginate di essere in ospedale. Siete malati. Passa il medico che vi deve curare. E prende in mano una cartella clinica. Solo che la cartella clinica risale a quattro mesi prima. «Ma come, dottore? Non sarà il caso di avere esami più aggiornati?». «Certo che sì. Ma noi abbiamo soltanto questi…». Ebbene: che cosa pensereste di quel
medico? Vorreste che fosse cacciato dall’ospedale, vero? E forse lo denuncereste pure in Procura. Bene: sui vaccini, l’Aifa, l’agenzia italiana per il farmaco, si sta muovendo esattamente come quel medico. L’ultimo rapporto disponibile sugli effetti avversi, infatti, si ferma al 26 marzo scorso. Sono passati 118 giorni: considerati i tempi dei viaggi spaziali, si faceva tempo ad andare e tornare dalla Luna venti volte. Dico: venti volte andata e ritorno dalla Luna. Possibile che nello stesso tempo non sia stato possibile aggiornare il rapporto Aifa sugli effetti avversi?

Sembra incredibile ma è proprio così. Sul sito dell’Aifa ci sono alcuni dati spiccioli con segnalazioni sparse, che per altro si fermano al 26 giugno, cioè a un mese fa. Ma il vero e proprio rapporto, quello che dovrebbe uscire ogni tre mesi, è fermo a dati di quattro mesi fa. Da allora a oggi sono state somministrate oltre quattro milioni di dosi. Come è possibile che ancora non sappiamo che cosa abbiano prodotto queste quattro milioni di dosi? Quante persone sono state male? E come? Quando? Perché tutti quelli che in tv s’indignano in nome della scienza non chiedono, in nome della medesima scienza, che questi dati siano forniti in modo completo e senza ritardi? Non sarebbe nell’interesse di chi si sottopone alla sacra inoculazione avere tutte le informazioni possibili circa gli effetti della medesima? Come si fa a chiedere alle persone di continuare a vaccinarsi con quarte, quinte, seste, centoventesime dosi se poi non si indaga adeguatamente su che cosa esse stanno producendo nel corpo di chi le riceve?

In tutto il mondo ci si sta muovendo. In Germania, al di là della polemica dei dati, si invitano i cittadini a segnalare i casi attraverso appositi formulari. In Francia si sta indagando in profondità sugli effetti del vaccino sul ciclo mestruale. In Gran Bretagna già sono partite le prime raffiche di risarcimenti. In Italia invece l’Aifa è ferma al rapporto del 26 marzo. I dati successivi? Scomparsi. Come si vorrebbero far scomparire direttamente gli effetti avversi, che restano un tema tabù: la grande stampa e le tv, infatti, continuano a professare la religione del dio vaccino essere perfettissimo creatore del cielo della terra. E dunque infallibile. Chiaro, no? Si può forse pensare, anche solo per un attimo, che qualcuno possa stare male dopo essersi avvicinato alla beatitudine salvifica della divina punturina?

È questa sacralità vaccinale, del tutto contraria a ogni principio scientifico, che ha sempre reso impossibile parlare di effetti avversi. Fin dall’inizio chi stava male è stato cancellato, emarginato, spesso addirittura descritto come uno psicopatico o un malato immaginario. Le vittime hanno creato un comitato che si chiama «Ascoltaci» proprio perché nessuno le ha mai ascoltate. Anche al ministero della Salute: chiedevano udienza e le lasciavano fuori. Regolarmente. Di conseguenza anche l’Aifa, che pure avrebbe fra i suoi compiti istituzionali proprio la farmacovigilanza, ha molto snobbato la questione. Ed è per questo che accumula costanti ed eccessivi ritardi nella pubblicazione dei rapporti trimestrali. Per questo manda online sul sito una manciata di dati, scarni e senza valore. Per questo, soprattutto, non ha mai attivato la farmacovigilanza attiva, cioè non è mai andato davvero alla ricerca degli effetti avversi come avrebbe dovuto fare (magari per scoprire che le persone che stanno male sono molto di più di quel che si pensa).

Non che ci stupisca questo comportamento da parte dell’Aifa. Il direttore generale, Nicola Magrini, uomo di fiducia del ministro Speranza, è lo stesso che accorse a celebrare i fasti del vaccino italiano Reithera dopo i risultati della prima fase di sperimentazione: mai successo che un esponente dell’agenzia si esponesse a tal punto su un farmaco senza aspettare la conclusione della necessaria terza fase di sperimentazione. E sappiamo poi com’è finito quel vaccino: male. In compenso Magrini, mentre si spendeva per un vaccino rivelatosi inefficace, ha sottovalutato tutte le cure alternative, da Anakinra ai farmaci monoclonali. Su questi ultimi è stata anche aperta un’indagine della Corte dei Conti per il rifiuto di 10.000 dosi gratuite offerte da Eli Lilly nell’ottobre 2020. Mentre il presidente Trump veniva curato con i monoclonali, l’Aifa li rifiutava, anche se erano gratis (salvo poi comprarli, in ritardo, e a caro prezzo…).

Perché il direttore generale dell’Aifa s’è speso per sostenere tutti i vaccini, compresi quelli inefficaci, e non ha sostenuto i farmaci che potevano salvare migliaia di vite? E perché continua a snobbare le vittime degli effetti avversi? Perché non ha realizzato un sistema di farmacovigilanza attiva per andare a scoprire davvero l’estensione del fenomeno? E perché, alla fine, non riesce nemmeno a rimanere al passo con la pubblicazione dei normali rapporti trimestrali e priva gli operatori del settore di dati che sono fondamentali per capire come comportarsi con le nuove vaccinazioni? In attesa che Roberto Speranza dopo il 25 settembre se ne vada e che al ministero arrivi qualcuno capace di dare un impulso diverso e più trasparente alla gestione della nostra salute, sarebbe opportuno che l’Agenzia per il farmaco rispondesse a queste domande. In fretta. Poi verrà il giorno in cui si farà chiarezza di tutto quello che è successo in questi mesi bui. E ciascuno dovrà prendersi le sue responsabilità. Come un medico che cura i malati basandosi su esami vecchi di quattro mesi.
La Verità