Non solo Gran Bretagna: venti di crisi su tutti i leader anti Cremlino

Era il 26 marzo scorso quando il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, in un comizio a Varsavia, si fece sfuggire che l’Occidente non doveva limitarsi ad aiutare l’Ucraina a difendersi dall’invasione russa, ma puntare direttamente a un «regime change» a Mosca , si legge su Il Tempo.

«La resistenza, insomma, come chiave per archiviare Vladimir Putin. A distanza di 104 giorni da quella che poi fu ridimensionata a «gaffe», l’uscita di Biden rischia di trasformarsi nel più classico degli autogol. Perché lo zar del Cremlino è ancora saldamente al suo posto mentre le tessere del puzzle occidentale che gli si contrappone stanno per cadere. Il passo d’addio di Boris Johnson, il leader europeo che più di tutti si è erto a difesa di Kiev, è in qualche modo la summa di tutti i pregi e difetti delle democrazie».

È evidente che lo scontro tra Mosca e Kiev invece di rendere inviso Vladimir Putin al mondo sta creando l’effetto contrario. Gli europei, e non solo loro, stanno capendo che Zelensky non è esattamente un’eroe, ma un semplice attore che si presta a fare il burattino della Nato. Bisogna aggiungere che a contribuire al crollo politico dei leader europei sono le sanzioni inflitte alla Federazione russa, diventate dei veri e propri autogol dell’Occidente. Ciò ha procurato «preoccupazioni per i cascami economici del conflitto. Che pure sono ancora lontani dal dispiegarsi completamente. Dei venti di crisi che soffiano sul governo di Mario Draghi – scrive ancora Il Tempo –  si legge ogni giorno sui quotidiani».

Le elezioni Emmanuel Macron hanno fatto emergere un sintomo preoccupante. «E, al netto di una conferma presidenziale da non sottovalutare (nessuno ci riusciva dai tempi di Chirac), le legislative hanno consegnato all’inquilino dell’Eliseo un Parlamento senza più maggioranza. Al contrario, a essere premiate sono state le ali estreme, Mélenchon e Le Pen. Ovvero i leader che più di tutti hanno focalizzato l’attenzione sul prezzo che la popolazione sta pagando a causa dei rincari energetici e dello stop dei rapporti commerciali con Mosca».

Tutto ciò «Con ovvia soddisfazione del Cremlino. Che, dal canto suo, ieri è stato il primo a commentare, con giubilo, la caduta di Johnson». «Da quando è scoppiatala guerra – fa notare Il Tempo – seppur indirettamente, ha vinto tutte le elezioni disputate in Europa. Come in Ungheria e Serbia, dove al potere sono rimasti i suoi sodali Viktor Orbán e Aleksandr Vucic. Il primo ha messo i bastoni tra le ruote alla Ue ogni volta che c’era da approvare un pacchetto di sanzioni contro Mosca. Il secondo ha mantenuto i collegamenti aerei giornalieri da Belgrado alla Russia mentre tutti gli altri Paesi europei chiudevano gli spazi dei cieli al Cremlino. C’è, infine, il caso Germania. Dove l’invasione russa non solo ha gettato nuova luce sui lunghi anni di cancellierato di Angela Merkel, accusata di non aver previsto l’espansionismo di Mosca, ma ha anche tarpato le ali al nuovo governo di Olaf Scholz. Più che le indecisioni del Cancelliere nelle prime fasi del conflitto, a pesare è stata l’economia. La Germania dipende dal gas russo come e più dell’Italia. Putin lo sa e si diverte a interrompere a più ripresele forniture adducendo ragioni di manutenzione. Il malcontento cresce e a maggio, nelle elezioni in Nordreno-Westfalia (il Lander tedesco più popoloso), i socialisti di Scholz hanno subìto la peggiore sconfitta della storia. Non solo: l’archiviazione del progetto Nord Stream 2ha deluso non poco il povero e disabitato Lander del Meclemburgo-Pomerania anteriore, che dalla messa in opera del gasdotto sperava di trarre quella spinta alla crescita sempre mancata. Esempio perfetto di come la frase di Draghi – “pace o condizionatori” – fosse un’improvvida semplificazione di uno scenario terribilmente più complicato».