Inflazione: colpa delle banche centrali e dei governi

L’inflazione, intesa in senso proprio, consiste nell’espansione monetaria effettuata dal sistema bancario (Banche centrali e banche commerciali a riserva frazionaria) secondo logiche fiat, al di là di quanto si produrrebbe in un sistema finanziario non manipolato. I primi effetti di tali politiche sono i rialzi dei prezzi nel settore immobiliare e dei corsi azionari e obbligazionari sui mercati finanziari, la cosiddetta “asset class inflation”; l’effetto ultimo, e inevitabile, è l’incremento dei prezzi alla produzione, e quindi al consumo, quella che viene indicata come “inflazione” nel senso comune del termine. Quest’ultima, tuttavia, è solo l’effetto visibile del processo meno evidente di espansione monetaria che ne è la causa: l’utilizzo di una terminologia corretta aiuta, come sempre, perché ci fa comprendere che se vogliamo rimuovere gli effetti – il rialzo dei prezzi – dobbiamo prima rimuoverne le cause – l’espansione monetaria ad libitum del denaro fiat.

L’espansione della liquidità globale M2 negli ultimi vent’anni, infatti, è stata davvero impressionante: dai 15-20 mila miliardi di dollari USA a inizio secolo ai circa 40mila miliardi durante la Grande Crisi Finanziaria del 2007-2009 agli 80mila miliardi pre-CoViD fino ad arrivare a circa 100mila miliardi attuali. Una crescita esponenziale, andata ancora più fuori controllo proprio durante la cosiddetta “pandemia”, che ha determinato una vera e propria “finanziarizzazione dell’economia”, cioè una discrasìa crescente tra le dinamiche finanziarie e le dinamiche reali.

L’espansione monetaria senza freni è all’origine anche dell’esplosione del debito globale, pubblico e privato, che si è portato oltre il 365% del Pil mondiale, con una crescita in accelerazione negli ultimi anni, in particolar modo per l’incremento dei debiti pubblici legati all’esplosione della spesa straordinaria fatta dai governi per “fronteggiare” le conseguenze negative dei lockdown da loro stessi imposti. Per abbattere il valore dei debiti in termini reali, le Banche centrali hanno perseguito con accanimento il rialzo dei prezzi, mantenendo schiacciati i rendimenti nominali obbligazionari con le proprie politiche ultra-espansive, in particolar modo con gli interventi di easing quantitativo, cioè di acquisti di obbligazioni pubbliche e private sui mercati finanziari con “denaro” generato ex-nihilo, aumentando esponenzialmente i propri bilanci con un semplice click del mouse: potenza dell’alchimia finanziaria.

Si impongono quindi due considerazioni:

1) le Banche centrali sono responsabili dell’esplosione dei debiti e cercano di abbatterli usando gli stessi strumenti (l’espansione monetaria) che li ha causati, creando inflazione e rendimenti reali negativi: un cane che si morde la coda, insomma;

2) i Governi sono responsabili dell’espansione della spesa pubblica in deficit, giustificata dai “ristori” stanziati per rimediare – in modo comunque parziale e tardivo, ancorché costosissimo per i contribuenti – ai gravi danni al settore produttivo, da loro stessi provocati con la strategia ideologica del CoViD-zero, perseguita con lockdown rigidi e scriteriati: prima si crea il problema e poi si cerca di risolverlo, in realtà aggravandolo.

L’effetto congiunto di tali politiche è un progressivo allargamento del perimetro di intervento pubblico, a scapito del sistema sociale ed economico privato. Le politiche fiscali ultraespansive post-CoViD si sono infatti aggiunte a quelle monetarie fornendo un ulteriore impulso al rialzo dei prezzi, perché hanno contribuito ad accrescere artificialmente la domanda proprio mentre l’offerta era strozzata dai lockdown e si verificava quel fenomeno denominato supply chain disruption, cioè la frammentazione delle filiere produttive e distributive sempre più interconnesse, causata dai blocchi e, negli ultimi quattro mesi, anche dalla guerra in Europa. La globalizzazione economica degli ultimi 30 anni, insieme all’innovazione tecnologica e all’invecchiamento demografico, aveva favorito la “grande moderazione” dei prezzi alla produzione e al consumo dei lustri passati: una riduzione della globalizzazione causata da gravi destabilizzazioni geopolitiche contribuirebbe quindi anch’essa a spingere all’insù il tasso di inflazione.

Come si vede, la responsabilità dell’inflazione ricade principalmente sulle politiche monetarie e fiscali degli Stati, moderni “falsari” che manipolano il valore del denaro e lo redistribuiscono secondo logiche politico-clientelari, andando così a distorcere le scelte di consumo, risparmio e investimento, alterando i cicli economici e finanziari, provocando fasi artificiali di boom seguite da fasi di bust, di recessione. La falsificazione di Stato del potere d’acquisto del denaro è il vulnus più grave, in quanto trasversale a tutte le attività economiche: una vera e propria “tassa”, non votata da nessun Parlamento, che produce trasferimenti di ricchezza dai risparmiatori ai debitori, comprimendo il valore reale dei redditi fissi, in particolar modo salari, stipendi e pensioni, che si adeguano solo in ritardo e solo parzialmente alla perdita del potere d’acquisto del denaro. Alla quale poi i Governi rispondono elargendo ulteriori benefici, incrementando ulteriormente la dipendenza insana dei privati dalle casse pubbliche: l’impoverimento generalizzato della classe media va così di pari passo con l’allargamento del perimetro degli Stati e degli organi sovranazionali come l’Onu, in una prospettiva che potremmo definire “anti-sussidiaria”, una sorta di “socialismo liberale” del XXI° secolo.
di Maurizio Milanolanuovabq.itImmagine Getty

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