Giovanni Toti: «La mascherina è il nostro burqa»

Il governatore della Liguria: «Così non va. Ormai è un simbolo ideologico, come l’eskimo negli anni Settanta. Il centrodestra? Non esiste. I partiti? Allo sbando. Avanti di questo passo e dopo Draghi ci sarà ancora Draghi».

«La mascherina sta diventando il “burqa italiano”. Così non va. Questa è pura creatività scientifica».
Giovanni Toti, governatore della Regione Liguria e leader di Italia al centro, la nuova formazione che raccoglie l’eredità di Cambiamo.

Sulla mascherina a scuola sta facendo una battaglia di principio?
«Mi sembra semplicemente una tortura inutile per i ragazzi. È vero che la scuola finisce tra un mese, ma l’ultimo periodo è il più impegnativo. E serve coerenza».

Cioè?
«Non capisco il senso di imbavagliare gli alunni sui banchi, per poi lasciarli abbracciare subito dopo sul campo di calcetto. Siamo al teatro dell’assurdo di Ionesco: negli uffici la mascherina è facoltativa, sugli aerei dipende da dove atterri, se lavori al catasto dipende dalla raccomandazione che hai?».

Come se la mascherina stesse diventando un simbolo ideologico…
«Un po’ come l’eskimo sdrucito e le Clarks della gioventù di sinistra? Può darsi. Magari ci divideremo in tribù, come ai tempi della Milano da bere: al Burghy di San Babila si ritroveranno i mascherati, mentre dal paninaro di Porta Romana i renitenti alla mascherina…».

A proposito di tribù: parliamo di centrodestra?
«Che dire. Ha presente quel film con Alberto Sordi, Tutti a casa?».

Come no, la storica pellicola di Comencini che racconta l’8 Settembre dell’esercito italiano.
«Si ricorda la scena? “Colonnello, è successa una cosa incredibile, i tedeschi si sono alleati con gli americani e ci sparano addosso!”. Ecco, in queste ore Zelensky penserà che gli italiani si sono alleati con i russi…».

Si riferisce alle ultime frasi di Berlusconi? «Inviare armi vuol dire essere cobelligeranti». «L’Europa unita faccia una proposta di pace a Mosca e agli ucraini, cercando di far accogliere a Kiev le domande di Putin».
«Faccio fatica a conciliare queste parole con le radici del liberalismo popolare cui Forza Italia fa riferimento. Posso capire che si abbia timore dell’escalation, ma questo è un invito alla resa. In realtà a Napoli il capo di Forza Italia ha corretto il tiro: “Con la Nato e con gli Usa”».

Intanto le imprese chiudono, le sanzioni affossano l’economia. Tutto questo non la spaventa?».
«Ci mancherebbe. Berlusconi dice che finiremo con la candela in mano? Accadrà egualmente, anche se consentiremo a Putin di occupare l’Ucraina».

E allora?
«La dico con Churchill: si può scegliere tra il disonore e la guerra, hanno scelto il disonore e avranno la guerra. Sui principi non possiamo transigere. In questo momento devo riconoscerlo: l’unica che parla con franchezza, non solo sull’Ucraina ma anche sulla coalizione, è Giorgia Meloni».

Perché?
«Ha detto con onestà che il centrodestra non esiste più. È sbandato: sono divisi sugli armamenti a Kiev, sulla pandemia, sul sostegno al governo, sulle candidature. E hanno un’impostazione nostalgica».

Nostalgica?
«Insistono con il vecchio schema a tridente. Che è come giocare a uomo quando tutti gli altri giocano a zona. Nel frattempo Forza Italia pensa ancora di essere il primo rappresentante dei moderati, quando i consensi sono minoritari. E per giunta adesso tifano Putin».

Perché non ha partecipato all’ultimo vertice della coalizione ad Arcore?
«Meglio così. Non hanno avuto neanche il coraggio di fare una foto insieme. Addirittura hanno parlato in stanze separate. Fossi venuto anche io, mi avrebbero confinato nel deposito degli arezzi. O nel recinto del cavallo…».

Tutto questo come si concilia con la permanenza al governo?
«In linea generale, tutti i partiti vivono una grande ambiguità. Sostengono il governo Draghi più per necessità che per convinzione. Come quelle feste cui si va controvoglia per non sentirsi esclusi, ma si starebbe più volentieri sul divano in pantofole».

E quindi?
«Quindi sostenere che il governo è unito, ormai, è un’allucinazione. Quali sarebbero le forze coese al governo? Pd e 5 stelle, che litigano persino sull’inceneritore di Roma?».

E il campo largo di Letta?

«Il segretario Pd vuole davvero governare il Paese con uno come Conte, che, come l’ultimo giapponese, ancora difende il reddito di cittadinanza? Più che un campo largo, mi sembra un campo minato. E io di queste alchimie ne so qualcosa».

In che senso?
«Il primo campo largo a sinistra l’hanno sperimentato contro di me due anni fa, quando in Liguria candidarono Ferruccio Sansa: manettaro, moralista, antindustriale. Uno che ancora detta la linea alle opposizioni».

Non finì bene.
«Per il glorioso partito comunista ligure dei camalli e della grande siderurgia fu un bel salto. Un salto nel vuoto delle urne».

Morale?
«Se Letta sogna il progresso attraverso il regresso morale ed economico dei 5 stelle, auguri. Errare è umano, ma perseverare…».

Più si avvicina il voto, più i partiti ribollono.
«Sì, ma c’è la pandemia, la guerra, il Pnrr da indirizzare. La politica dovrebbe guidare gli elettori e smettere di inseguirne la pancia. Una volta le coalizioni avevano uno zoccolo duro di gente responsabile. Oggi sono schiavi della campagna elettorale permanente».

Politica rasa al suolo, come nel biennio ’92-’93?
«Ovvio che ci troviamo in una crisi di sistema. E la politica non la sta affrontando: ha semplicemente nominato un curatore giudiziario a Palazzo Chigi. Per il resto, continuiamo a negare la realtà».

Anche l’Italia ha la sua guerra: sugli stabilimenti balneari.
«E anche qui si è consumato un ignobile balletto di promesse e sotterfugi. Conosciamo il quadro normativo europeo. Invece di lavorare per costruire bandi di gara che garantissero la nostra piccola impresa, si è promesso tutto a tutti, salvo poi scoprire che non c’è nulla per nessuno. E giustamente i balneari s’incazzano».

Questa impasse è l’ennesimo sintomo della malattia?
«Vale per i balneari, per l’energia, per la difesa. Vogliamo l’esercito europeo per essere autonomi dagli americani, ma poi ci indigniamo se si alzano le spese per gli armamenti. E questo in un Paese, il nostro, tra i maggiori produttori di armi al mondo? La politica è dissociata dalla realtà».

Le dimissioni di Draghi ora sono un’ipotesi concreta?
«Mi auguro di no. Sono convinto che il Paese sia ancora con lui, che pure non è immune da errori. Ma i partiti di maggioranza sbagliano molto di più. Pretendono ancora una vita di lotta e di governo, perennemente imprigionati nei social».

Il premier anticipa la finanziaria e prepara la sua exit strategy, in caso d’emergenza?
«Sicuramente non si farà mettere all’angolo. Le scelte compiute sono dolorose, perché nessuno esulta se mandiamo gli obici a Kiev. Ma sono scelte inevitabili. Se Draghi sarà messo nelle condizioni di non rispettare gli impegni, ne trarrà, come si dice in questi casi, le conseguenze. Però il punto è un altro».

Quale?
«Partiti seri non dovrebbero alambiccarsi su come togliersi Draghi dalle scatole. Piuttosto dovrebbero ragionare su come agganciare questa legislatura alla prossima con una certa continuità di governo. Per poter completare gli impegni presi».

Insomma, vuole prolungare l’unità nazionale?
«I tedeschi l’hanno già fatto. Non dico che debba governare ancora Draghi, ma serve consapevolezza della durezza del momento. Siamo al bivio: da una parte un enorme Piano Marshall, dall’altra un’enorme débâcle. Nessuno può pensare di affrontare questa sfida in solitaria».

Alternative?
«Liberi tutti a febbraio. E due coalizioni appiccicate con lo scotch tornano a picchiarsi. Mentre ci sono 200 miliardi da investire e i cannoni tuonano su suolo europeo. Come fare una festa in maschera sul Titanic».

Non preferirebbe un politico a Palazzo Chigi dal 2023?
«Sarebbe bello, ma non vedo molti De Gasperi in giro. Tra un pessimo politico e un ottimo tecnico, non avrei dubbi».

Ma il suo nuovo grande centro dev’essere garantito da una nuova legge elettorale, giusto?
«Chi dice che l’attuale sistema garantisce di scegliere i governanti prima del voto, dovrebbe correre a nascondersi in una stanza buia».

Però Berlusconi e Salvini hanno escluso il proporzionale.
«Io dico che questa legge elettorale ha prodotto nell’ordine: il reddito di cittadinanza, un governo giallorosso che ha distrutto la nostra vocazione industriale, due presidenti del Consiglio mai eletti. Se questa è la famosa trasparenza nei confronti degli elettori, in bocca al lupo agli elettori».

Può essere Mara Carfagna, come si è vociferato a Sorrento, la nuova frontwoman del rassemblement centrista?
«Di sedicenti frontman e frontwoman ce ne sono parecchi. Diciamo che serve prima un progetto politico e delle idee coerenti. Gelmini, Carfagna e Brunetta mi risulta facciano parte di una formazione che vuole la resa dell’Ucraina. Per il resto, io mi metto vicino a chiunque si rimbocchi le maniche in questo governo di “migliori”. Dove i “migliori”, tuttavia, sono sempre meno ogni giorno che passa».
di Federico Novella – La Verità

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