La guerra di Bruxelles contro Ungheria e Polonia. È contro ogni buon senso

La legge del taglione è il nuovo ‘valore’ di riferimento per l’Europa, Ungheria e Polonia ancora una volta pugnalate da Bruxelles. Lo avevamo descritto nei mesi scorsi, Bruxelles non avrebbe perdonato nulla ai governi di Polonia e Ungheria per la loro difesa della famiglia naturale, educazione ed senso del pudore dei bambini e diritti dei genitori nei confronti dei dogmi LGBTI. Le procedure sanzionatorie ed il blocco dei fondi per i due paesi sono e saranno la vendetta.

Democrazia? Lasciamo perdere, non c’è alcun rispetto né per il voto popolare né per gli sforzi di solidarietà che ungheresi e polacchi stanno compiendo verso i rifugiati ucraini. A pochi giorni dal voto ungherese, la Commissione ha mostrato le unghie ed i denti e con la presidente Von der Leyen non hanno perso un solo minuto, alla prima occasione dello scorso martedì 5 marzo, per confermare l’accanimento verso un paese che ha avuto il torto di riconfermare con i 2/3 dei consensi il governo Orban. Lo avevano anticipato con acutezza due articoli del The Guardian sin dal lunedì 4 marzo, la vittoria di Orban portava solo alla vendetta del congelamento dei fondi del Recovery. Tutto confermato il giorno seguente dalla Presidente della Commissione in Parlamento: il commissario europeo al bilancio Johannes Hahn ha già informato le autorità ungheresi che attiveremo il cosiddetto meccanismo di condizionalità sullo stato di diritto, anche perché nel paese c’è un chiaro problema di corruzione.

Ovvi gli applausi dai parlamentari giacobini in aula, orgogliosi di essere co-protagonisti di questa infamante ed impolitica decisione. Il meccanismo dello stato di diritto è stato creato dall’UE come strumento per trattenere i fondi dagli stati membri che violano lo stato di diritto, in caso di una tale violazione, la Commissione può presentare una proposta al Consiglio europeo. Una maggioranza qualificata (55% dei paesi dell’UE, 15 su 27, che rappresentano almeno il 65% della popolazione del blocco) è poi necessaria per farla approvare. L’Ungheria e la Polonia sono anche invischiate nella cosiddetta procedura dell’articolo 7 lanciata dall’UE nel 2018. Questo può essere attivato quando uno stato membro è ritenuto a rischio di violazione dei valori fondamentali del blocco. Il meccanismo potrebbe alla fine rimuovere i diritti di voto di un paese, un tale passo richiederebbe il consenso unanime di tutti gli altri paesi. L’estate scorsa, l’UE ha sospeso i pagamenti dai suoi fondi per il Recovery per un ammontare di 7,2 miliardi di euro (7,9 miliardi di dollari) sia per l’Ungheria che per la Polonia a causa della “corruzione”, delle “ingiuste riforme giudiziarie” e del “regresso democratico ampiamente percepito”.

A Budepest si dava per scontata una tale decisione di Bruxelles, tant’è che Zoltán Kovács, portavoce del governo, ha subito  ribadito:”Bruxelles non ha una vera base giuridica per trattenere il denaro…la Corte di giustizia europea ha dichiarato che la procedura necessita di una base giuridica adeguata…non c’è una base giuridica perché non abbiamo ancora ricevuto un solo centesimo di euro dei fondi che possono essere utilizzati, condizione fondamentale per avviare il meccanismo dello stato di diritto contro un determinato paese, in caso di uso improprio del denaro. Come possiamo essere puniti per qualcosa che non abbiamo potuto fare?”. Puniti a prescindere ma anche perché il voto popolare ha confermato e premiato Orban, mentre già oggi l’opposizione sostenuta da Bruxelles si è completamente frantumata in diversi e rissosi gruppuscoli parlamentari.

Non vanno meglio le cose alla Polonia il cui Premier Morawiecki è stato, nei giorni scorsi, fustigato dalla stampa di Soros per aver semplicemente difeso la volontà popolare degli ungheresi. I minacciosi avvertimenti dell’ex Ombudsman sul supposto smantellamento dello stato di diritto’ da parte del Governo e del Presidente Duda, devono aver colpito nel segno anche a Bruxelles. Non a caso, nello stesso dibatto di martedì, la Presidente Von der Leyen ha ribadito di esser stata molto chiara “sulle condizioni per il Recovery polacco (ancora da approvare)”, perché le tre condizioni (smantellamento della Camera disciplinare della Corte suprema, riforma del regime disciplinare per i giudici e  il reintegro dei giudici che l’UE ritiene siano stati “illegalmente” licenziati), non sono ancora state assecondate dal governo di Varsavia. Dunque, nonostante la Polonia abbia ricevuto e accolto e stia integrando nelle proprie scuole e nelle proprie aziende 2,5 milioni di rifugiati ucraini, anche i suoi soldi sono congelati, come quelli ungheresi.

Mentre a Budapest l’opposizione litiga e piange, a Varsavia Donald Tusk, già Presidente del Consiglio Europeo e leader di una opposizione (altrettanto incredibilmente eterogenea), invece di alzare la voce contro Bruxelles e dimostrare impegno per il bene del paese e le sfide che sta affrontando, si è messo a chiedere… aumenti salariali per il pubblico impiego. In attesa delle mosse del Governo Orban, dopo l’ennesimo illiberale affronto subito ad opera di Bruxells, la Polonia ha già fatto la sua prima mossa: bloccata con il veto di Varsavia la direttiva UE che implementerebbe l’aliquota fiscale minima effettiva del 15% concordata a livello internazionale per le grandi multinazionali. Tutto bloccato, sia per ragioni di merito, sia per ragioni politiche. Il conflitto condotto da Bruxelles contro i paesi cristiani e conservatori, li costringe alla legittima difesa e, dunque, all’uso del potere di ‘veto’, come ha detto Orban ieri incontrando la stampa estera: ”Siamo in un’alleanza di difesa reciproca con i polacchi, che è una questione strategica anche se le nostre posizioni differiscono sulle questioni di politica estera, perché la questione dell’autodifesa all’interno dell’UE è la più importante”.

di Luca Volontè – Lanuovabq.it

Un pensiero su “La guerra di Bruxelles contro Ungheria e Polonia. È contro ogni buon senso

  • 7 Aprile 2022 in 13:40
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    Ma quando usciamo dalla dittatura dei burocrati degli usurai? Siamo “governati” da una commissione non eletta nemmeno dal parlamento europeo e con un Presidente corrotto, come dimostrato dalla cancellazione delle sue telefonate con il capo della Pfizer a cui ha comperato a prezzi elevatissimi milioni di dosi di veleni genici in eccesso poi buttate(fortunatamente).

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