Gli indipendentisti d’Europa si ritrovano a Palermo. Viaggio tra spettri e nuovi vespri

Un altro spettro, oltre quello drammatico e tragico della guerra, agita l’Europa. Non c’è solo la Corsica, scossa in questi giorni dalle proteste dopo la morte in carcere di Yvan Colonna, una delle figure più carismatiche dell’indipendentismo.

Numerose le regioni del vecchio continente che oggi potrebbero far valere per se stessi il principio di autodeterminazione: fronti caldi concentrati principalmente nella Penisola iberica, come i Paesi Baschi, ma che riguardano anche la Scozia, la Corsica e alcune aree italiane, tra cui Sardegna e Sicilia, scrive l’agenzia AGI.

Temi al centro di un confronto sull’indipendentismo internazionale, organizzato proprio a Palermo in occasione del 740esimo anniversario della rivoluzione del Vespro del 1282. La proposta è quella di rendere stabili questi incontri, fare un forum europeo delle indipendenze, con tutti quelli che sono qui e quelli che non ci sono. Ogni paio di mesi incontrarsi, discutere, prendere posizioni. Scambiare informazioni, notizie, lo stato dell’arte, i referendum: “Ogni vittoria dell’uno è una vittoria dell’altro, un passo avanti verso l’elaborazione di strade e strategie comuni“.

Gli indipendentisti corsi
Al raduno delle diverse anime, voluto dagli indipendentisti siciliani di Trinacria, ha preso parte anche Pasquale Picoury, della Ghjuventù Indipendentista, che raccoglie tutti i movimenti che si battono per l’indipendenza della Corsica. “Dopo la morte di Ivan – dice ad AGI Picoury – si sono susseguiti momenti di tensione e di scontri con la polizia, che hanno spinto il presidente francese a parlare di una possibile percorso verso l’autonomia per la Corsica, ma i tempi ancora non sono certi”.

Un malessere alimentato, forse, anche dagli scarsi frutti raccolti dopo “gli oltre sette anni con i nazionalisti al governo del Paese, durante i quali la maggior parte delle rivendicazioni sono rimaste disattese – ha sottolineato Pasquale – e questo è uno dei motivi che ha fatto esplodere la rabbia dei giovani nelle piazze”.

“Dopo tre settimane di scontro aperto con il governo francese – prosegue Picoury – ci siamo resi conto che siamo riusciti a far avanzare le nostre rivendicazioni più quanto realizzato fino ad oggi con la sola partecipazione democratica. Di certo – ha aggiunto in tono perentorio – in Corsica non sventolerà mai il rosso, il bianco e il blu, ma solo il bianco e il nero con la testa di moro della bandiera corsa”.

La delusione degli scozzesi
Una lotta, quella per l’autonomia, portata avanti in questi anni anche dagli scozzesi, come ha testimoniato Jordan Linden, del Partito nazionale scozzese (Snp). “Durante il referendum per l’indipendenza scozzese, ci hanno detto che votando no, saremmo potuti rimanere dentro l’Europa”, ricorda con AGI Linden quando nel 2014 il 55% della popolazione respinse l’uscita dalla madrepatria nel corso della consultazione. È stata “una delle tante bugie inglesi. Come quando gli scozzesi hanno votato no, ma la Brexit c’è stata lo stesso, anche contro la nostra volontà”.

Ad alimentare i mal di pancia una lunga lista di impegni non mantenuti: “Si sarebbe sviluppata la cantieristica, avrebbero dato più potere alla nostra terra, maggior investimento in campo energetico – sottolinea Linden – le promesse fatte al popolo sono tutte state mancate. Abbiamo una sola possibilità di miglioramento: la lotta per la liberazione, per il diritto a essere indipendenti, a essere padroni delle nostre scelte sul futuro. Il popolo scozzese ne ha avuto abbastanza e vuole cambiare. Noi faremo un referendum, spero nel 2023, perché il futuro della Scozia non è nelle mani di Boris Johnson. L’auspicio è che la Scozia sia di esempio per tutti coloro che lottano per indipendenza”.

L’esperienza catalana…
Tra gli esempi più costruttivi in Europa c’è sicuramente quello della Catalogna, anche grazie al referendum che nel 2017, nonostante l’intervento della polizia spagnola che è intervenuta in diversi seggi per impedire il voto, ha visto la vittoria del sì con il 90% delle preferenze. “I catalani sono andati a votare per decidere del proprio futuro e lo Stato spagnolo ha risposto con la repressione – racconta Pau Juvillà, della Cup Paisos Catalans – uno scontro che ha portato decine di persone in prigione o in esilio, e oltre 3 mila a processo”.

Eppure, spiega Juvillà, “oggi nel Parlamento regionale, i partiti indipendentisti godono di una maggioranza del 52%, ma sono i nostri sindaci e consiglieri che ci hanno dato la forza per raggiungere questo risultato. La trasformazione sociale per l’indipendenza parte necessariamente dal basso Il municipalismo: solo dopo aver consolidato il nostro spazio nei comuni, infatti, abbiamo deciso di correre per il Parlamento della Catalogna e poi dello Stato Spagnolo”.

Proprio i sindaci “sono stati al fianco dei cittadini e hanno offerto spazi per votare: ecco perché oggi decine di loro sono stati condannati o sono in procinto di essere perseguitati. Alcuni addirittura per aver fisicamente impedito alla polizia che voleva entrare nei seggi elettorali”.

…e quella basca
Un altro contributo quello di Lorena Lopez de Lacalle (Paesi Baschi), dell’European Free Alliance, partito politico europeo “che raggruppa 45 partiti e movimenti che fanno dell’autodeterminazione la loro pietra angolare“. L’immagine che rappresenta l’Efa – che in questo momento, tramite i suoi partiti membri, governa in Scozia, Fiandre, Catalogna, Corsica – è una ‘È capovolta perché “vogliamo un’altra Europa che metta in pratica il rispetto della diversità. Un’Europa costruita dal basso e dal municipalismo, molto lontana dal centralismo di cui fanno ostentazione i 27 stati membri della Ue”. Da questo punto di vista la Scozia e la Catalogna “sono all’avanguardia”, mentre altri popoli sono in cammino.

Ad esempio “nel nostro Paese – evidenzia Lorena – la costruzione nazionale punta alla creazione della confederazione dei Paesi Baschi. Oggi siamo diventati la prima forza di opposizione in tutti i nostri paesi. Credo che questa sia una delle chiavi necessarie per tutti noi: fare rete, lavorare insieme, imparare gli uni dagli altri, e diffondere le migliori pratiche”.

L’Europa, però, ha “il dovere democratico di dare una risposta a tutti popoli europei che chiedono l’indipendenza. E quando gli stati europei ignorano o reprimono questi desideri dei nostri popoli, l’Unione deve intervenire. Noi vogliamo che si stabiliscano regole chiare, che impongano agli stati di dialogare, una modifica al trattato europeo. Vogliamo portare questa iniziativa anche al Consiglio d’Europa. La guerra ha accelerato moltissimo le prese di posizione in Ue e nel mondo – ha aggiunto – e non c’e’ nessun dubbio che il conflitto attuale in Ucraina ha molte a vedere con il diritto dei popoli a decidere del proprio futuro”.

L’indipendentismo italiano
Anche in Italia le richieste di indipendentismo non sono mai sopite, soprattutto nelle due grandi isole. Per Elio Di Piazza, docente universitario in pensione, dell’associazione Trinacria, “il processo di nazionalizzazione ha deformato la vera memoria del vespro siciliano, guarda caso subito dopo l’Unità d’Italia, dando una lettura che ancora oggi è prevalente, oscurando il carattere rivoluzionario del popolo siciliano a favore del regno savoiardo. Per queste ragioni, l’intreccio tra il vespro e l’Unità d’Italia è stato sempre rivendicato. Ma credo che tra i compiti del movimento indipendentista ci sia proprio quello di riportare alla luce la più grandiosa lotta di liberazione che il nostro popolo abbia mai combattuto e vinto”.

“Scozzesi, sardi, irlandesi, catalani, corsi, siciliani… – argomenta Tiziana Albanese di Trinacria – ci unisce il desiderio di liberazione delle nostre terre. Un’indipendenza che non significhi isolamento, che costruisca nuove vie e nuove alleanze”. Questo 3 aprile centinaia di siciliani sono scesi in piazza a Palermo in occasione del 740esimo anniversario della rivoluzione del Vespro. Tamburi, bandiere del Vespro, striscioni e cori hanno accompagnato la marcia, chiamata dell’orgoglio siciliano. “Nel marzo del 1282 – ricorda Tiziana Albanese – i siciliani cacciavano gli angioini. Dopo anni di soprusi e di violenze, dopo un lungo periodo di dominio e di sfruttamento, il popolo finalmente si affrancava dalla soggezione a un pugno di colonizzatori angioini. Nei giorni successivi la federazione dei Comuni, uniti nella Communitas Siciliae, abolì la monarchia assolutista e istituì un sistema di autogoverno. La lotta di liberazione dal dominio coloniale e la creazione di nuove forme istituzionali di governo: questi i principi del Vespro che ci sembrano più che mai attuali e per rivendicare i quali scendiamo in piazza ancora oggi”.

Il 3 aprile è anche la giornata in cui nasce la bandiera del Vespro, divenuta poi simbolo della Sicilia. I primi nuclei rivoluzionari si erano formati a Palermo e Corleone, da questa prima cellula di federazione municipalista nacque la bandiera, che reca infatti i colori rosso e giallo delle due città. “Se la memoria del Vespro è oggi ancora viva – conclude – significa che l’oppressione del popolo non è finita, che sono ancora insopportabili lo sfruttamento, la miseria, l’emigrazione, la catastrofe ambientale, sanitaria, culturale e, non ultima, l’occupazione militare. Sono cambiati gli oppressori, certo, ma la devastazione territoriale e umana continua inarrestabile”. Un “nuovo Vespro”, è la convinzione di tutti, “è possibile nel momento in cui, orgogliosi della propria storia, si tornerà a lottare uniti per l’autodeterminazione”.

Immagine – Pascal Pochard-Casabianca / AFP

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