Funzionario Oms: Covid, modello Italia? Solo propaganda. Il Green pass autostrada per il contagio

L’ex funzionario Oms che denunciò l’assenza del piano pandemico: «Le vittime sono 259.000, non 137.000 come dicono i dati ufficiali. Bisogna capire cosa non ha funzionato».

«No, non mi pento di aver lasciato l’Organizzazione mondiale della sanità. Anche alla luce di quanto avverrà nel prossimo mese di maggio con la riconferma dell’attuale direttore generale». Francesco Zambon non ha bisogno di particolari presentazioni. Si riferisce all’eritreo Tedros Adhanom Ghebreyesus. Di viso lo conoscono praticamente tutti ancora più che di nome. È il massimo dirigente dell’organizzazione in cui Zambon, medico, ha lavorato fino a pochi mesi fa, l’Oms appunto. È stato portato alle dimissioni dopo aver scritto un rapporto critico nei confronti dell’Italia. Fra una telefonata e l’altra facciamo il punto della situazione.

Due anni fa, il 3 aprile 2020, abbiamo avuto il picco di pazienti Covid in terapia intensiva, 4.068. Oggi a che punto siamo?
«In una situazione completamente diversa. Nella primavera del 2020 la popolazione era quasi tutta “suscettibile”. Nessuno era immune se non i pochi già venuti a contatto con il virus. Peraltro, diverso rispetto a ora. Oggi la nostra popolazione è biologicamente diversa. Siamo quasi tutti o vaccinati o – ancor meglio da un punto di vista immunitario – guariti. Omicron BA.2 ha una capacità di contagio nemmeno paragonabile alla variante “alfa”. Molto superiore. Ciononostante, oggi siamo in grado di riaprire tutto con un buon margine di tranquillità».

Dopo due anni secondo lei è possibile fare un bilancio?
«No. Propaganda a parte, non sappiamo ancora quanti siano i morti, diretti e indiretti, per la pandemia. Essere d’accordo sul numero di morti viene descritto da alcuni come una questione di lana caprina, mentre da altri come una questione politicizzabile e quindi intoccabile. In realtà è l’indicatore più importante e quello da cui partire per la prevenzione del futuro».

A cosa fa riferimento?
«Poche settimane fa è uscito un solidissimo articolo su Lancet, rivista scientifica tra le più autorevoli in ambito medico, che risponde alla domanda: quanti morti ha provocato il Covid nel biennio 2020-2021? Ecco, a differenza delle stime ufficiali, il gruppo di studiosi argomenta che i morti per la pandemia a livello mondiale non sono 6 milioni, ma 18 milioni. C’è una bella differenza».

Il triplo…
«Esatto. Siamo nel 2022, dobbiamo essere certi di quanti corpi abbiamo seppellito. Non siamo alla spagnola del 1918, sia chiaro. Lo stesso articolo dice una cosa importante sull’Italia. Per il biennio in questione i morti non sarebbero 137.000, ma 259.000. Abbiamo ampiamente sottostimato il loro numero».

Vi sono differenze con i numeri dell’Istat e dell’Istituto superiore di sanità.
«Lancet calcola il numero dei decessi in base alla mortalità attesa considerando la media degli ultimi 10 anni e depurando la stima da alcuni fattori confondenti quali le ondate di calore. Senza nulla togliere al lavoro di Istat e Iss, la metodologia di Lancet è robusta. È alla base di lavori ricorrenti accettati come gold standard a livello internazionale. Mi riferisco, ad esempio, al Global burden of desease (fardello globale della malattia, ndr)».

Ci sarebbero stati 122.000 morti in più di quelli dichiarati. La cosa è sorprendente, tanto più per il numero elevatissimo.
«Appunto. Non è una notizia da prima pagina? Invece di utilizzare il Lancet come fonte di dubbio – del resto cos’è la scienza se non dubbio? – le nostre istituzioni si sono affrettate a dire che i nostri sistemi di monitoraggio funzionano e portano a cifre diverse, avanzando dubbi sulla metodologia dello studio. Perché invece non si avanzano dubbi sui sistemi di monitoraggio? Paesi come la Svezia, il Belgio, il Regno Unito hanno un numero di morti dichiarato praticamente sovrapponibile a quello stimato. Non siamo affatto i migliori della classe».

A che cosa potrebbe essere dovuta questa enorme differenza riscontrata nelle stime per l’Italia?
«Dovremmo iniziare a chiederci da cosa dipende un eccesso di mortalità così marcata. Da un ridotto accesso alle cure? Da un minore follow-up dei pazienti con malattie croniche? Dal fatto di non aver contato come positive migliaia di morti nella prima ondata perché non c’erano tamponi? Sono domande che dobbiamo porci per essere meglio preparati. Soprattutto, oggi abbiamo i mezzi per rispondere a queste domande. Un dovere morale verso chi non c’è più».

E perché non lo facciamo?
«C’è chi vorrebbe farlo e c’è chi fa di tutto per non farlo. Il conflitto in Ucraina, d’altra parte, fornisce un alibi formidabile per smorzare ogni discorso sulle responsabilità della gestione Covid. Mentre è chiaro che esiste una responsabilità morale, una responsabilità giuridica (attendiamo impazienti le magistrature), e una responsabilità politica. Le occasioni in cui si parla di Covid oggi servono prevalentemente per costruire una “seconda verità”».

Quale «seconda verità»?
«Le rispondo con le parole contenute nella relazione della Commissione d’inchiesta della Regione Lombardia sulla gestione Covid. Si parla della pandemia come di un evento “inatteso”, o del Covid come di un “virus sconosciuto” o della Lombardia come Regione che è stata “esempio per il resto del sistema Paese”».

Converrà che la pandemia è un evento eccezionale…
«Direi piuttosto che è un evento raro ma tutt’altro che inatteso. Dire che un evento è inatteso significa ammettere che non si può né prevedere né prevenire. Le pandemie sono fenomeni ricorrenti al pari, ad esempio, delle carestie o dei terremoti. E a differenza di questi ultimi, la capacità di prevederne nell’immediato la dinamica è molto più accurata. L’Oms, ad esempio, aveva suonato l’allarme già il 5 gennaio 2020 esortando tutti i Paesi ad attuare immediatamente il piano pandemico antinfluenzale. E consideri che l’Organizzazione mondiale della sanità parlava già in quell’occasione di “polmonite atipica a eziologia sconosciuta”».

Detto in parole povere?
«Polmonite atipica di cui non si conoscono le cause».

Speranza che dice?
«Il ministro Speranza insiste nel dire che “non avevamo il manuale d’istruzione”. Mentre ce l’avevamo eccome: si chiama piano pandemico. C’era, seppur vecchio. Leggere in un testo istituzionale che la pandemia fosse “inattesa” quando sappiamo benissimo che si è trattato della pandemia più attesa della storia… per me è davvero imbarazzante. Non capisco con quale coraggio si possano mettere nero su bianco certe cose. Né capisco come sia consentito farlo».

Mi aiuti a capire: il problema è che non avevamo un piano pandemico aggiornato o che non lo abbiamo attuato nonostante l’avessimo?
«Sono vere entrambe le cose. Avevamo un piano pandemico fermo al 2006 nonostante, nel frattempo, avessimo avuto la cosiddetta “suina” che avrebbe dovuto indurci quanto meno ad aggiornare quel documento. Le linee guida dell’Oms invitavano a farlo. Stringenti normative dell’Unione europea addirittura obbligavano a farlo. Ma soprattutto una volta che l’Oms ha attivato l’allarme, non è successo nulla quanto a preparazione. Anzi pensavamo di essere così preparati da regalare le mascherine. E una volta che siamo passati all’azione, non abbiamo neppure tenuto conto del documento che avevamo. Che era pur sempre qualcosa, ancorché carente. Sono due filoni di responsabilità ben distinti».

L’Italia viene però costantemente presentata come Paese modello nella gestione Covid.
«Forse nei media italiani. Nella comunità scientifica non è così. Ricordo un testo del Lancet di gennaio 2022 dal titolo Riconoscere gli errori dell’Italia nella risposta di sanità pubblica al Covid. È una presa di posizione ben precisa che Lancet fa sua. Non si parla di modello italiano. Sia chiaro, non mi fraintenda».

Non la fraintendo, prometto…
«Certamente in Italia c’è gente che ha lavorato egregiamente sulla pandemia. Ma non fermarsi a riflettere sui nostri errori è una precisa scelta politica. Che coincide anche con la scelta consapevole di non metterci nelle condizioni migliori di affrontare le prossime sfide del futuro».

C’è qualcos’altro che la lascia perplesso?
«Sicuramente l’adozione del green pass. È uno strumento che non si basa su nessun presupposto né logico né scientifico. Da un punto di vista scientifico ci sono diversi studi che valutano l’efficacia – dubbia – del green pass su quella fascia di popolazione che non accetta il vaccino. Ma il punto è un altro».

Per me sarebbe già sufficiente così, ma sono incuriosito confesso…
«L’aspetto da studiare è capire “come” e “se” il green pass abbia costituto un’autostrada per il contagio, con un effetto paradossale rispetto al motivo della sua stessa introduzione. Oggi sappiamo che entrare in un ambiente accessibile solo con il green pass non equivale affatto a entrare in un ambiente sicuro da contagio. Ci possono essere infatti positivi, che – per un falso senso di sicurezza – possono inconsapevolmente fungere da veicolo di trasmissione ancora maggiore. Questo è ancor più vero per la variante Omicron. Ma soprattutto…».

Soprattutto?
«Quante delle persone che si sottopongono a un tampone fai-da-te che risulta positivo, si sottopongono poi anche a uno dei tamponi ufficiali che se confermassero la diagnosi “fatta in casa” bloccherebbero l’agognato green pass? Fare finta che il fenomeno non esista, o che riguardi una piccola minoranza è propaganda. A cui purtroppo ci siamo abituati e assuefatti».

Terminiamo con una nota positiva, via…
«Per sopraggiunte necessità di cronaca, le lezioni di Covid che ci vengono propinate in tv a colazione, pranzo e cena sembrano essere finite. O almeno sospese».

di Fabio Dragoni – La Verità

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