Lo psichiatra Paolo Crepet: «Siamo in piena catastrofe, attrezziamoci a scendere nel precipizio»

Lo psichiatra: «È in corso una catastrofe educativa e non solo per la violenza dilagante e l’irresponsabilità degli adulti. Grazie alla solitudine dei ragazzi si fanno affari d’oro».

«I giovani guerrieri metropolitani» sono arrivati gradualmente, nell’indifferenza della politica, degli intellettuali, delle famiglie. La pandemia ha accelerato un processo di caduta che va avanti da anni, che si è fatto evidente quando nei centri delle città, e non solo, sono arrivate le violenze verbali e fisiche, le risse pianificate o improvvisate, le rapine e le molestie. «Siamo in piena catastrofe educativa, attrezziamoci a scendere nel precipizio», ragiona con La Verità Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, che all’educazione ha dedicato la gran parte della sua carriera.

Professor Crepet, ogni giorno le cronache ci restituiscono i contorni di un quadro desolante: baby gang che si sfidano per il controllo dei quartieri, i primi approcci con la droga quando si è ancora dei bambini, il sesso facile. Come è stato possibile farsi sfuggire di mano il tema dell’educazione?
«Qualche anno fa, è stato papa Benedetto XVI a metterci in guardia sull’emergenza educativa. Ratzinger aveva ben chiaro il tracollo delle idee morali cui assistiamo oggi. Tutto ciò non è arrivato con la pandemia, magari fosse così. La questione è più antica e complessa e si lega a doppio filo alla famiglia e allo stravolgimento della sua struttura materiale: dal dopoguerra a oggi, i nuclei familiari si sono progressivamente ridotti e le famiglie con tre o quattro figli sono diventate una rarità. Oggi ce n’è uno, quando va bene, e magari i genitori sono pure separati. Siamo di fronte a un problema evidente».

È paradossale: si potrebbe pensare che sia più facile educare un numero inferiore di figli. Non è così?
«Da quel che vedo, è esattamente il contrario: ne facciamo meno e li educhiamo anche peggio».

Per quale motivo, secondo lei?
«L’educazione ci interessa molto poco, non è più un argomento di discussione politica, economica o culturale. Si vede in giro un qualche talk show sull’educazione? Davanti alle tragedie si usano sempre toni drammatici, lasciando intendere che quel che vediamo sia un’eccezione, ma non è così».

Non ci sono più gli educatori?
«Educare è faticosissimo».

Non c’è abbastanza pazienza per farlo?
«Non c’è la giusta voglia. Ci sono altre cose da fare, dicono i genitori. Ma non è il lavoro, come vorrebbero farci credere. Questa è una sciocchezza inascoltabile. I padri dedicano il loro tempo libero al padel, di cosa ci stupiamo?».

Per il direttore della comunità marchigiana di Capodarco, Riccardo Sollini, «gli adulti sono inadeguati ad accompagnare i ragazzi negli anni dell’adolescenza: il mondo adultocentrico non è in grado di dare le giuste risposte».
«Cercare di trovare il verso del pelo sarebbe metodologicamente sbagliato. L’egocentrismo degli adulti è fuori discussione, ma la realtà ci mette di fronte a una questione ancor più complessa: c’è una parte della società degli adulti che è molto interessata allo sfascio».

Cioè?
«La tecnologia digitale, per esempio, prolifera di fronte a questa trasformazione pedofobica».

Che cosa intende?
«I ragazzini crescono sempre prima e hanno maggiori libertà. Per chi vende tecnologia, è una pacchia. Più di 40 anni fa, a 13 anni si era ancora bambini, mentre oggi si diventa consumatori accaniti di tecnologia digitale. In questo contesto, c’è chi esulta».

Secondo la ricerca realizzata da Swg per conto di Italian tech, oggi il 56% dei teenager sostiene che i social network sono ormai una parte identitaria della loro vita. Come si è arrivati a percentuali così?
«Perché non esiste un’alternativa. Tuttavia, non commettiamo l’errore di prendere per buono un palliativo: la tecnologia funziona come un cerotto; serve a coprire la ferita della solitudine, causata dall’abbandono di genitori egocentrici e anche dei nonni».

Addirittura i nonni?
«Metto dentro anche i nonni, sì. Giustamente fanno la loro vita, ma sempre più spesso vengono a mancare queste figure. Il nonno serve solo per l’eredità, una sorta di studio notarile».

Perché i giovani si abbandonano alla violenza?
«La violenza è la replica di ciò che si vede. Un ragazzino in formazione – 13 o 14 anni – è continuamente esposto: televisione, Internet. Una volta c’era la programmazione di seconda serata, per tenere i più piccoli lontani da immagini cruente. Oggi non esiste più il filtro, tutto è accessibile in qualsiasi momento. Abbiamo voluto accontentare i nuovi padroni del mondo, i signori delle tecnologie digitali, e questo è il risultato. La stragrande maggioranza delle trasmissioni televisive sono alla ricerca degli argomenti che eccitano la scazzottata, del personaggio divisivo».

Che cosa c’entra questo con la violenza fisica?
«È una scuola di violenza».

Non esiste una linea di separazione tra ciò che si vede e ciò che si fa?
«Non nei ragazzini. Vale per noi adulti, anche se non ne sono certissimo: anche tra gli adulti c’è una mattanza che fa paura, di cui i bambini sono spesso vittime».

C’è un effetto emulazione anche da parte delle ragazze. Come si spiega?
«I fenomeni non sono mai unilaterali. Con i primi episodi di cyberbullismo ci siamo accorti che il problema non riguardava solo i maschi, ma anche le ragazze. Se una bambina si può vestire da ragazza, uscire di notte, indossare tacco 12 e calze a rete con l’avallo esplicito dei genitori assenti, perché ci si stupisce che faccia parte del mondo? Precocemente, si lascerà andare all’alcol, alla droga e alla violenza».

Lei ha parlato di «genitori pusher».
«Se un papà e una mamma danno dei soldi ai loro figli, sapendo benissimo che non andranno a finire in una libreria ma nelle mani di uno spacciatore o in quelle di un barista che chiude gli occhi di fronte ai minorenni, come si possono definire altrimenti? Va usato il termine che più si addice loro: pusher. Potremmo regalare ai nostri figli la tessera di una biblioteca, no? Mi spiace essere lapidario, ma abbiamo tirato su quel che abbiamo voluto. Ciò non interessa più a nessuno: non agli intellettuali né agli insegnanti o al clero. Si assiste inermi alla caduta delle idee morali».

In che cosa si esplicita questa caduta?
«Le idee morali attengono alle responsabilità, individuali e sociali. L’immoralità non si esplicita solo nelle azioni abiette, è immorale anche evitare di assumersi delle responsabilità. Dal punto di vista educativo, non facciamo assolutamente nulla, basta vedere quel che succede a scuola».

Che ruolo dovrebbe avere la scuola?
«A questa domanda la risposta è spesso sconfortante: nessuno, dicono. Se un episodio di violenza avviene fuori dai cancelli, poi, scordiamoci proprio che qualcuno si interessi ai problemi degli studenti. Ricordo una violenza sessuale che coinvolgeva degli alunni, avvenuta a pochi metri da un istituto, vuole sapere qual è stata la risposta della preside?».

Quale?
«“Quel che accade fuori non è di nostra competenza”, disse. Non si può ridurre tutto a un problema di metri, è la morte della morale. A scuola, l’educatore si è trasformato in un geometra del catasto».

Lei non ha avuto parole tenere neanche per il bonus psicologo, perché?
«È stata un’ottima idea per trovare un po’ di lavoro temporaneo a qualche collega disoccupato».

Sostenere chi ha subito le gravi ripercussioni della pandemia e non solo può essere utile, non crede?
«Alla luce di quel che vediamo, può bastare una chiacchierata con un giovane professionista?».

E allora come si può provare a uscirne?
«Non penso che ci sia una sorta di cieco meccanismo per cui, ad un certo punto, si torna alla ragione dopo essere arrivati sull’orlo del precipizio. Piuttosto, organizziamoci per scendere nel precipizio».

In che modo?
«Cominciamo innanzitutto a capire le dimensioni del problema. E poi serve il contributo di tutti: lo Stato, le amministrazioni, la famiglia».

Anche la Chiesa può avere un ruolo?
«Certamente, anche se la Chiesa è messa male. Ci sono delle ottime realtà, senza dubbio, ma sono residuali. Non è giusto fare di tutta l’erba un fascio, ma sono pochi i ragazzi che si rivolgono alle parrocchie per incontrarsi e parlare non solo delle quattro idiozie che si vedono su Instagram o Tik Tok».

Secondo lei sarebbe opportuna una legislazione più stringente?
«Ognuno può fare delle proposte strepitose. Il problema è che poi i provvedimenti devono essere verificabili e controllabili, altrimenti diventano ridicoli. Non si possono fare delle leggi sull’etica delle persone. Un nuovo slancio deve partire da noi, altrimenti le norme dello Stato diventano polverina. Se da cittadino, da genitore e da educatore sono iper convinto che certe regole funzionino, allora sarò il primo a verificare che siano effettivamente applicate. Viceversa, se le famiglie, la scuola, gli esercizi commerciali sono i primi a ritenerle delle cretinate, allora non c’è niente da fare: è finita, ancor prima di cominciare».
di Antonio Di Francesco – La Verità

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