Sanità, dopo 2 anni di Covid per i medici di base è peggio di prima

Sempre meno giovani decidono di intraprendere il percorso. Si tratta di un ruolo mal pagato, complicato dalla burocrazia e poco tutelato

Io sono Andrea Pasini un imprenditore di Trezzano Sul Naviglio e sono ogni giorno sempre più convinto che la pandemia purtroppo ci ha insegnato ben poco. Parlo del nostro sistema sanitario. Nemmeno questi due anni trascorsi con il Covid-19 ci hanno aiutato a prendere coscienza delle falle del nostro sistema sanitario ed in particolare dell’importanza che avevano e hanno i medici di base.

Quest’ultimi sono il primo anello della catena sanitaria nazionale, nonché uno dei più sensibili e importanti. Una nozione che straordinariamente sembra ancora sfuggire ai nostri legislatori. Il numero di medici di base è sempre minore ed è diventato difficile trovare nuove leve che vadano a sostituire i medici in età pensionabile.

Perché, vi starete chiedendo. La risposta è molto semplice: il lavoro è mal pagato e gli oneri burocratici sono infiniti. Un medico di base massimalista, ovvero che raggiunge il tetto massimo di 1.500 pazienti consentiti, prende 38 euro lordi a paziente all’anno per un totale di circa 4.750 euro lordi al mese, cui bisogna togliere il 20% di ritenuta d’acconto più un altro 20% di tasse. A questo bisogna sottrarre il costo dello studio: ad esempio a Milano si spende minimo 1500 euro al mese di affitto, cui vanno aggiunte le bollette, il costo della segretaria ed eventualmente dell’infermiere. In sostanza guadagnano meno di 2000 euro al mese.

Chi andrebbe a fare un lavoro del genere, con questo stipendio e con tutti i rischi annessi? Chi andrebbe a intraprendere questa professione conoscendo quella che è la mole di lavoro che lo attende? Nonostante i proclami negativi di una certa parte politica e la campagna di cattiva stampa che è stata lanciata, secondo cui i medici di base sarebbero impegnati pochissimo tempo, c’è da dire invece che questa categoria lavora tutto il giorno e molto spesso è costretta a portarsi il lavoro a casa e a lavorare durante i weekend.

Questi professionisti devono assolvere a una mole di pratiche burocratiche che hanno ormai superato la parte clinica, cioè le segnalazioni all’Ats, la prenotazioni, i certificati, i portali da compilare, tutti compiti impossibili da svolgere durante l’orario di lavoro. Ci sono poi le telefonate, le mail e i messaggi Whatsapp dei pazienti cui rispondere. Una serie di azioni che per qualcuno che non fa nulla tutto il giorno sembrano di facile risoluzione ma che invece per chi conosce il lavoro e il sacrificio sono un impegno costante e faticoso. Un medico oggi va avanti quasi esclusivamente grazie alla passione che nutre per il suo lavoro e le persone che si è impegnato a curare. Oggi più che mai intraprendere questa professione ti porta a vivere più criticità che positività.

A una campagna mediatica sfavorevole si aggiungono le informazioni errate in ambito burocratico e sanitario che ogni giorno devono interpretare. Parlo proprio di green pass e vaccini, due strumenti fondamentali su cui però si è indubbiamente creato un caos inaccettabile. Si creano delle false aspettative o idee sbagliate, su quelle che sono le competenze dei medici di base, che portano ad avere attriti con i pazienti. In buona sostanza vengono trattati come se fossero dei punti informazione. A Milano e provincia si registrano almeno due casi a settimana di aggressioni: fisiche e atti di vandalismo agli studi. Così anche gli esposti sono triplicati negli ultimi due anni arrivando alla cifra di 30 al giorno per 27000 medici tra Milano e provincia: si tratta di richieste di sanzioni disciplinari contro gli iscritti da parte dei pazienti. Due anni di pandemia hanno incrinato il rapporto medico-paziente invece che far riscoprire il vero valore di questi professionisti.

Chi vorrebbe mai lavorare in queste condizioni? I risultati sono davanti agli occhi di tutti, su 600 borse di studio in Lombardia, si sono presentati in 530 partecipanti.  Un problema è che una legge degli anni Novanta che non equipara le specialità mediche al corso di formazione per medico di medicina generale, con ricadute sotto il profilo del titolo (non è un corso gestito dall’università), e del compenso: se uno specializzando, infatti, percepisce 1400 euro netti al mese, chi frequenta il corso regionale prende 800 euro lordi. Ora la domanda da sollevare al legislatore è la seguente: il sistema sanitario territoriale rappresenta un valore per la politica? E se sì, si può continuare a gestirlo in questo modo?

Affari Italiani

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