Capezzone: «Zittite le fanfare sulla corsa del Pil, nel primo trimestre giù del 2,4%»

Confcommercio: «Consumi a -10% rispetto al periodo pre pandemia. L’inflazione può arrivare al 6,1%». E abbiamo appena iniziato a vedere gli effetti della guerra. Ma il governo continua a parlare di ripresa.

Il botto si sente fortissimo, ma suona molto più cupo e lugubre rispetto allo squillante e gioioso «boom economico» prefigurato ancora fino a un mese fa dal ministro Renato Brunetta. Lo stesso Mario Draghi, nella conferenza stampa di giovedì sera, nello sforzo di descrivere il green pass come un «grande successo», si era spinto a dire che la certificazione verde «ci ha permesso di far riprendere l’economia. Abbiamo tenuto insieme un’economia vibrante e una ripresa della socialità con l’essere più sicuri». Testuale.

Ecco, tra l’eredità della stagione pandemica e del lockdown strisciante, la guerra e l’impennata dell’inflazione, il quadro appare oggi totalmente diverso e una dura, impietosa, crudele realtà si fa carico di stracciare e cestinare le narrazioni propagandistiche.

Ieri è stato l’ufficio studi di Confcommercio a diffondere una raffica di numeri pessimi, purtroppo assai realistici. Sulla brusca frenata della crescita, in primo luogo: secondo queste stime, nella media del primo trimestre, il Pil scenderà del 2,4% congiunturale, il che rallenterà pesantemente la crescita su base annua (che si fermerebbe al 3,3%). In particolare, il Pil di marzo dovrebbe attestarsi su un meno 1,7% rispetto a febbraio, e nel confronto annuo, la variazione si fermerebbe all’1,3%, in netto ridimensionamento rispetto alla fine del 2021. Né c’è da farsi illusioni sul Recovery plan: secondo Confcommercio, pure «con il pieno e ottimale sfruttamento delle risorse del Pnrr, difficilmente si raggiungerà, nella media del 2022, una crescita superiore al 3%». Una ragione di più – diremmo noi – per mettere in agenda tagli fiscali rilevantissimi, un’operazione choc di alleggerimento fiscale: ma il tema pare sparito dai radar.

A peggiorare il quadro, c’è naturalmente l’inflazione che schizza verso l’alto: solo a marzo, la crescita dei prezzi è stata dello 0,6% rispetto a febbraio. Morale: la salita annua dell’inflazione dovrebbe attestarsi sul 6,1%. E si badi bene: non è solo il comparto energetico a determinare questa impennata, ma anche altri settori, a partire dall’alimentare. Nell’analisi di Confcommercio, un quadro di per sé fragile si è drasticamente aggravato nelle ultime settimane: la guerra in Ucraina «ha riacutizzato le incertezze, e il conseguente peggioramento delle prospettive inflazionistiche ha una natura per niente transitoria. Bisogna dunque attrezzarsi a fronteggiare una fase di forte decelerazione dell’attività economica». Né c’è da sperare che si tratti di una fiammata breve: «Il persistere di forti tensioni sui mercati delle materie prime, energetiche e non, continua a spingere al rialzo la dinamica dei prezzi, tendenza che, pure in ipotesi di distensione inflazionistica e geopolitica, permarrebbe almeno fino ai mesi estivi».

Il risultato, nella proiezione di Confcommercio, si profila devastante non solo per le imprese, ma pure per le famiglie, facendo immaginare costi aumentati (per consumi irrinunciabili) per ben 1.826 euro a famiglia. In dettaglio, nello scenario di Confcommercio, ogni famiglia spenderà 1.220 euro in più per luce e gas, 320 euro in più per il carburante e 286 euro in più per mangiare. Ovvio che tutto ciò inciderà inevitabilmente in negativo su tutti gli altri acquisti.

Su queste basi, non si vede come si possa procedere come se nulla fosse. Davvero il Pnrr non va riscritto? Davvero si può rimanere con 10 miliardi l’anno (teoricamente per otto anni, quindi complessivamente con la somma stellare di 80 miliardi) bloccati per il reddito di cittadinanza? L’unica via per far pesare di più i salari sarebbe lasciare molti più soldi in tasca a tutti attraverso un drastico taglio di tasse. Ma, come si diceva, l’agenda politica sembra purtroppo indicare tutt’altro. Certo, al di là delle risposte da mettere in campo, ciò che appare chiaro a chiunque abbia conservato un minimo di onestà intellettuale è che va clamorosamente smontandosi tutta la narrazione della «ripresa», proposta in modo martellante a livello politico e mediatico a Roma e a Bruxelles.

L’economia di guerra, negata da Draghi, è già realtà: secondo alcune prime e parziali stime, con il crollo dell’export, sono a rischio almeno 8 miliardi e 80.000 posti di lavoro. E la stessa produzione industriale nel mese di gennaio (prima ancora che esplodesse la crisi in Ucraina) è scesa ben del 3,4% rispetto al mese precedente.

La verità è che crolla come un castello di carte anche ciò che raccontava l’Ue. Di recente, nelle sue previsioni economiche d’inverno, la Commissione europea aveva ammesso un rallentamento, prevedendo una crescita del 4% nel 2022 e del 2,7% nel 2023 (entrambi i dati ridimensionati rispetto alle previsioni dell’autunno scorso). Per l’Italia, in dettaglio, la previsione era del 4,1% per il 2022 e del 2,3% per l’anno successivo.

Ma attenzione: sia Valdis Dombrovskis sia Paolo Gentiloni, nel commentare i dati, avevano comunque sparso ottimismo, evocando solo un rallentamento temporaneo della crescita. Ecco Dombrovskis: «Guardando al futuro, prevediamo di tornare alla marcia alta entro la fine dell’anno, man mano che alcuni dei colli di bottiglia all’attività produttiva si allenteranno». Altrettanto netto Gentiloni: «Prevediamo che la crescita riprenderà velocità già questa primavera». Confrontare queste parole con quanto sta accadendo ora appare a dir poco imbarazzante.

Sembra accorgersene perfino Enrico Letta, ed è tutto dire: «Occorre un intervento per abbassare le accise sull’energia: se non si farà così, la ripresa in corso verrà azzoppata». Ma la logica del cacciavite, dei piccoli aggiustamenti, degli interventi omeopatici, appare del tutto inadeguata.

di Daniele Capezzone – La Verità

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *