Belpietro: chi specula sulla benzina? Lo Stato, ecco la prova

Il ministro Roberto Cingolani denuncia una truffa sui prezzi e la Procura apre un’inchiesta contro ignoti. Ma in realtà il colpevole è noto: senza le accise, il carburante in Italia avrebbe subito aumenti inferiori a quelli delle altre nazioni europee. Siamo tra i peggiori grazie al Fisco.
caro benzina
Qualche giorno fa il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha detto che sul prezzo della benzina è in atto una truffa colossale. In redazione subito ci è venuto spontaneo chiederci perché un uomo di governo denunci in tv un ladrocinio e non in Procura. Ma a ovviare al nostro interrogativo hanno immediatamente provveduto i pm che, sentite le dichiarazioni dell’ex manager del gruppo Leonardo, si sono attivati aprendo un fascicolo. Un’indagine non si nega a nessuno, soprattutto se si utilizza il modello 45, quello contro ignoti, senza cioè l’iscrizione di potenziali colpevoli. Non sappiamo se i magistrati, nel frattempo, abbiano individuato qualche sospetto oppure stiano per farlo; tuttavia, ci permettiamo di dare un modesto contributo all’inchiesta, segnalando un possibile indiziato, ossia lo Stato.

Se il prezzo dei carburanti ha sfondato il muro dei 2,30 euro si deve ringraziare il Fisco, cioè il braccio armato del ministero dell’Economia. Il costo della benzina, secondo le rilevazioni del sito Truenumbers, ieri ha toccato i 2,32 euro al litro per un pieno «servito» e il diesel addirittura è giunto a 2,33 euro al litro, con un rincaro che lo ha trasformato nel carburante più costoso. In pratica, in un anno siamo passati da 1,7 euro per un litro di benzina – una quotazione già ritenuta elevatissima – a 62 centesimi in più, con un aumento che sfiora il 40 per cento. Colpa della pandemia sommata alla guerra, come si è sentito in questi giorni in tv? Sì e no. La pandemia ha fatto il suo, fermando le economie del mondo e poi, una volta calmata, dando impulso alle produzioni. Il risultato ha prodotto un aumento della richiesta di benzina soprattutto in Asia, cioè in Cina, dove il Pil è ripartito alla grande dopo due anni di incertezze. Ma questo spiega solo la prima parte della fiammata dei prezzi, cioè quella che ha portato la benzina a 1,7 euro. Poi c’è il resto, cioè le tensioni internazionali sfociate nell’invasione dell’Ucraina da parte dei carri armati russi. Le notizie dell’embargo deciso dai Paesi occidentali per fermare i missili di Vladimir Putin, con lo stop di Stati Uniti e Gran Bretagna all’importazione di petrolio da Mosca, hanno fatto ulteriormente salire le quotazioni. Tutto chiaro dunque? Nel modello 45 vanno iscritti Xi Jinping e Vladimir Putin? Sarebbero loro i responsabili della truffa colossale denunciata davanti alle telecamere da Cingolani? No.

Quelle che abbiamo citato sono alcune delle cause del rincaro, ma poi c’è, come detto, la manona del Fisco, che sulla benzina arraffa miliardi, al punto che nelle poche settimane di guerra ne avrebbe già intascato uno. Il meccanismo è semplice: ogni litro che esce dalla pompa costa all’automobilista più di tasse che di carburante. Infatti, il prezzo della benzina è composto da una quota di prodotto, mentre il resto sono imposte. In sintesi, fatto 45 il costo del carburante, poi ci sono le accise, cioè il tributo che si paga al Fisco, quindi sulla somma di queste due componenti, cioè benzina più tasse, si calcola l’Iva, che è un’altra tassa. Il risultato è che se cresce la quotazione del carburante, lo Stato incassa di più, perché aumenta la sua quota, non solo di accise, ma anche di Iva.

Per farla breve e capirci all’istante, lo speculatore a cui alludeva Cingolani e che ha spinto i pm ad aprire un fascicolo è il Fisco, che guerra o non guerra, pandemia e ripresa, ci guadagna sempre. Infatti, da giorni, a fronte di aumenti spropositati che stanno mettendo in ginocchio il sistema dell’autotrasporto e anche le famiglie, lo Stato può vantare un extragettito. Per comprendere gli effetti di un prelievo fiscale che è tra i più elevati d’Europa, è sufficiente dare un’occhiata ai prezzi rilevati settimanalmente, ovviamente prima che intervenga la mano rapace dello Stato.

Il 7 marzo, la media ponderata della benzina segnava quota 0,783 centesimi, mentre per il gasolio si registrava uno 0,882. Il prezzo medio al netto delle imposte era cioè inferiore al prezzo medio rilevato nell’area euro, che era rispettivamente di 0,969 per la benzina e di 1,025 per il gasolio. Non diversa la situazione vista il 14 marzo, dove in Italia il prezzo prima delle tasse era di 1,062 per la benzina e di 1,149 per il gasolio, ossia uno 0,055 in meno per la prima e uno 0,092 più basso per il secondo rispetto ai prezzi medi dell’area euro. Curiosamente però, quando si passa dalle quotazioni senza accise e Iva al prezzo definitivo, ecco il sorpasso: da più economico che era, il pieno in Italia sorpassa tutti.

Ora il governo ha deciso di usare l’extragettito per mettere un tetto alle accise, evitando che crescano percentualmente a ogni oscillazione all’insù. Purtroppo, il freno non pare destinato a restituire agli automobilisti ciò che hanno speso finora e nemmeno gli esborsi futuri se le quotazioni alla pompa non torneranno alla normalità. L’esecutivo parla di un bonus di 200 euro, ma ai prezzi attuali il pieno in un anno rischia di costare anche 500 euro in più e il salasso continua a essere a favore del Fisco. Se c’è qualcuno da indagare, dunque, i pm non devono fare altro che rivolgersi al ministero dell’Economia.
di Maurizio Belpietro – La Verità

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.