Borgonovo: «Amnistia per i non vaccinati? Bassetti vaneggia. Nessun reato dei No vax»

Matteo Bassetti vaneggia di «amnistia per i non vaccinati» e sbaglia di grosso. Poi parla di riconciliazione e finalmente centra il problema. La guerra dichiarata dai talebani sanitari a milioni di italiani deve cessare per ritrovare la normalità. Ma c’è un passaggio obbligato.

Come spesso accaduto negli ultimi mesi, Matteo Bassetti ha scelto i toni sbagliati. Parlando con il Quotidiano Nazionale, ha dichiarato che sarebbe necessaria una «amnistia per i non vaccinati». La scelta dei termini, purtroppo per lui, rivela il nocciolo bacato di un pensiero di cui il teleinfeivologo si è fatto portavoce assieme a tanti, troppi altri. L’amnistia è, alla lettera, l’estinzione di un reato. E i non vaccinati non hanno commesso alcun reato: ancora oggi, la gran parte di loro sta semplicemente esercitando il diritto al possesso del proprio corpo. Da quando è iniziata la campagna vaccinale, tuttavia, i no vax sono stati trattati proprio come dei criminali, e peggio dei criminali sono stati vessati. Dunque no, caro professore, non serve alcuna amnistia per chi ha rifiutato la puntura, semplicemente perché non c’è alcun reato da estinguere.

A essere onesti, se da queste parti c’è una categoria che dovrebbe sottoporsi a un bel percorso di espiazione è proprio quella dei santoni del virus, composta dai professoroni splendidi splendenti che si sono divertiti a scintillare in televisione: si credevano luminari, si sono rivelati al massimo luminarie. Costoro dovrebbero cospargersi il capo di cenere, chiedere scusa per l’arroganza sulfurea con cui hanno perseverato negli errori, ammettere di avere – se non imposto – almeno fomentato una discriminazione senza eguali nel Dopoguerra.

Se vogliamo compilare la lista delle colpe, in cima ci sono loro, i predicatori della Cattedrale sanitaria. Quelli che «le mascherine non servono», che «con una dose ne usciremo», che «il green pass ci fa stare sicuri», che «i no vax provocano morti e sono come i terroristi». Quelli che hanno rifiutato le cure a persone prive delle tre dosi beatificanti. Quelli che hanno – più e più volte – mentito consapevolmente per coprire gli errori del governo.

Sbaglia anche su un altro punto, il professor Bassetti. Egli invoca l’amnistia perché è convinto che a marzo la «guerra» finirà. Certo: gli ultimi due governi hanno imposto la mobilitazione totale a cui solitamente i regimi ricorrono nelle situazioni belliche. La verità, però, è che in guerra non ci siamo mai stati sul serio: non ci sono cadute bombe in testa, non c’erano carri armati nelle strade. L’unica guerra che abbiamo sfiorato è stata quella dichiarata dai fanatici dell’apocalisse sanitaria al popolo italiano, con particolarmente accanimento su una parte di esso (la minoranza cosiddetta no vax, appunto). Ma pure in questo caso si trattava di un conflitto depotenziato, di una guerra civile a bassa intensità. Le metafore belliche sono servite soprattutto per tacitare il dissenso, per intruppare i cittadini, per coprire il pensiero con il rumore sordo dell’obbedienza.

Fatte queste dovute precisazioni, bisogna anche ammettere che Bassetti tocca un punto fondamentale. Pur mettendocela tutta per avere torto, ha ragione. «È giunta l’ora della riconciliazione», afferma. E non avrebbe potuto pronunciare parole più sagge e utili. «All’Italia serve dignità», ha detto Sergio Mattarella nel giorno del secondo insediamento. Ebbene, questa dignità non si potrà recuperare fino a che a una parte della popolazione non sarà consentito di «rientrare nella società» (così Mario Draghi) da cui il governo l’ha scientemente e scientificamente espulsa. Non ci sarà dignità fino a che le discriminazioni non saranno abolite, e fino a che le ferite non saranno rimarginate.

Dice Bassetti: «C’è bisogno di avviare una riconciliazione tra queste due componenti della società», cioè «sì vax e no vax». In realtà, i fronti non sono così ben delineati. Molte persone che si sono vaccinate una, due, financo tre volte non hanno per nulla condiviso la follia medicalizzante, non hanno approvato la violenza della segregazione, e non hanno supportato l’apartheid virale. È stata la Cattedrale sanitaria a creare un gruppo separato di untori e reietti, a determinare una divisione folle tra buoni e cattivi, a trasformare «salute» e «malattia» in categorie morali. Però non ci si può girare troppo attorno: bisogna ricomporre, lenire. Bisogna che qualcuno si decida, finalmente, a curare. Altrimenti di questa Italia resteranno soltanto le macerie.

Non sappiamo se sarà possibile ricostruire, se le ferite davvero potranno smettere di suppurare. Non sappiamo quanto potranno durare le conseguenze della guerra civile, e quanto dolore ancora provocheranno. Sappiamo però da dove occorre partire: dall’eliminazione del green pass.

Soltanto se e quando la tessera verde smetterà di esistere potremo ricominciare. Bassetti, sul punto, è esplicito: tra un paio di mesi, spiega, «il green pass avrà esaurito la sua funzione», quindi andrà «superato una volta che non sarà più rinnovato lo stato di emergenza». Sono tempi fin troppo lunghi: l’idea di tenersi il lasciapassare fino a giugno mette angoscia, ma fissare un limite al delirio sanitario sarebbe comunque un enorme risultato. Vogliamo dignità? Iniziamo da lì, dall’abolizione del codice della segregazione. Ridiamo vita, lavoro e rispetto alle persone a cui li abbiamo strappati.

Non sarà facile, ovviamente. Già adesso fatichiamo non poco a credere che gli attuali governanti siano disposti a cedere sul green pass. Ma dobbiamo fare almeno uno sforzo, per il bene della patria. Vogliamo, cautamente, pensare che Bassetti non stia compiendo l’ennesima piroetta nel tentativo di salvare la faccia, ma che voglia seriamente farsi portavoce di una pacificazione. Vogliamo sperare che non tutti abbiano rinunciato ad avere una mente e un cuore.

Chiaro: non si potrà dimenticare tutto, non subito. Ed è facile prevedere che qualcuno farà il furbo, affrettandosi a voltare gabbana. Saranno tanti, tantissimi a fingersi «nemici della prima ora della dittatura». Ma si tratta di miserie inevitabili, che vanno scavalcate per il bene comune.

In Sudafrica, dopo la fine dell’apartheid, fu creata una «Commissione per la verità e la riconciliazione». Ora, probabilmente noi di commissioni e comitati ne abbiamo avuti anche troppi, ma di verità e riconciliazione abbiamo bisogno più che mai. Si stracci allora il green pass, si organizzi una simbolica giornata di liberazione dal giogo verde. Da lì in poi, la strada sarà in discesa.

di Francesco Borgonovo – La Verità

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