Anomalie di un premier che pone la questione di fiducia sulla propria elezione al Quirinale

Prima il ricatto, ora la trattativa, ma senza impegni: ecco perché Draghi non ha ancora convinto i partiti… È normale che un presidente del Consiglio che ambisce a farsi eleggere al Quirinale apra di fatto con i leader dei partiti che dovrebbero eleggerlo delle vere e proprie consultazioni sul nuovo governo?

Giornata di incontri, colloqui e schede bianche quella di ieri per l’elezione del successore di Sergio Mattarella al Quirinale. E carte ancora coperte.

Dopo il ritiro di Berlusconi, l’unico candidato certo, al momento, anzi auto-candidato dalla conferenza stampa del 22 dicembre scorso, è Mario Draghi. L’impressione è che le ‘rose’, in questo momento, siano funzionali solo a bruciare i nomi di coloro che vi vengono inseriti.

I partiti sono obbligati a percorrere la via stretta che potrebbe portare l’attuale premier al Quirinale, perché lui lo vuole fortissimamente e ad una figura così autorevole ed ingombrante non si può dire di no a cuor leggero, senza averci almeno “provato”. Quindi, che ci provino non è dimostrazione che lo vogliano davvero…

L’ostacolo più evidente tra l’ex governatore della Bce e il Colle più alto è, senz’altro, il timore diffuso nei partiti che l’eterogenea maggioranza, quindi la legislatura, possano non reggere se il premier dovesse trasferirsi al Quirinale. Il primo effetto di questa preoccupazione è che il rebus per l’elezione del presidente della Repubblica si intreccia con quello sul nuovo governo che dovrebbe nascere dopo l’eventuale ascesa di Draghi al Colle.

Matteo Renzi, leader di Italia Viva a cui si deve l’intuizione di portare Draghi a Palazzo Chigi al posto di Conte, non sembra entusiasta: “un’ipotesi, ma sta in piedi solo in un quadro di accordo politico”, deve essere “una scelta politica” e “questo implica un accordo sul governo del dopo”. Precondizione per tutti i partiti, quindi, tranne Fratelli d’Italia, è un accordo preventivo per la prosecuzione della legislatura.

“Il pacchetto complessivo governo-Quirinale è sicuramente un tema vero, una cosa che è in campo”, conferma lo stesso Renzi. Talmente in campo da essere al centro degli incontri tra Salvini e gli altri leader di partito, da Letta a Conte, di ieri pomeriggio, ma probabilmente anche dei colloqui dello stesso premier con il leader della Lega, in mattinata, e poi con Enrico Letta, Silvio Berlusconi e Giuseppe Conte.

Ma è normale che un presidente del Consiglio che ambisce a farsi eleggere al Quirinale apra di fatto con i leader dei partiti che dovrebbero eleggerlo delle vere e proprie consultazioni sul nuovo governo?

E qui veniamo alla grave anomalia, con implicazioni di carattere costituzionale, di un presidente del Consiglio che non solo può essere eletto capo dello Stato, ma anche fortemente ambisce alla carica più alta. Anomalia che avevamo già posto all’attenzione dei nostri lettori [Atlantico Quotidiano, ndr] lo scorso 23 dicembre, commentando la conferenza stampa di fine anno del premier. D’altra parte, ricordavamo, forse non è un caso se mai nella storia repubblicana un presidente del Consiglio è passato direttamente da Palazzo Chigi al Quirinale.

L’anomalia non sta tanto nel fatto che dalla partita per il Quirinale dipendano gli equilibri di governo, e la stessa sopravvivenza della legislatura, quanto nel fatto che ciò non accada per effetto della dinamica tra i partiti, ma del ricatto politico di un premier – e beninteso dai partiti che si fanno ricattare.

Abbiamo un premier che praticamente pone al Parlamento una questione di fiducia non su un decreto o una manovra di bilancio, ma sulla propria elezione al Colle: o me, o il diluvio, ovvero la caduta del governo. Ciascuno può giudicare da sé i livelli di esondazione dal dettato costituzionale.

Le distorsioni prodotte da questa anomalia le stiamo osservando in questi giorni. Da una parte, le trattative tra i partiti non si limitano al nome per il Quirinale, ma riguardano anche il nome del successore di Draghi a Palazzo Chigi e il complessivo assetto del nuovo governo. Dall’altra, un presidente del Consiglio che agendo da presidente della Repubblica in pectore sembra aver già avviato le consultazioni con i partiti per la scelta del proprio successore a Palazzo Chigi e persino con le personalità che potrebbero succedergli, come traspare dall’incontro con Elisabetta Belloni, la numero uno dei servizi segreti – non perché la abbia incontrata, ma perché ha voluto far sapere di averla incontrata. Se Draghi si è finora astenuto dal negoziare sui nomi dei singoli ministri, è solo perché lo vede come un tranello – irriterebbe quelli in carica e scatenerebbe la rissa degli aspiranti successori – non per sensibilità istituzionale.

Ai partiti, Draghi ha già formalizzato il ricatto: se non lo eleggono, lui lascia. Non mi votate, vado a casa, ma rischiate di andarci anche voi. Nei termini apparentemente più gentili da lui usati: egli non sarebbe disponibile a finire ostaggio delle schermaglie elettorali tra i partiti, tanto meno con una maggioranza che si fosse spaccata sull’elezione del nuovo presidente della Repubblica.

Se la principale preoccupazione delle forze politiche è una fine anticipata della legislatura e, in subordine, continuare ad avere Draghi a Palazzo Chigi come “ombrello” durante l’anno di campagna elettorale che si aprirà una volta chiuso il dossier Quirinale, il premier sta dicendo loro che il maggior rischio lo correrebbero proprio non eleggendolo.

Questa la sfida lanciata dal premier. Difficilissimo per i partiti di maggioranza non spaccarsi su un altro candidato, uomo o donna. Ma difficilissimo anche accordarsi su un altro nome alla guida del governo. Alla fine, l’unico nome per il Quirinale che renderebbe spuntata l’arma finale di Draghi sarebbe quello del presidente uscente: Mattarella. Se Draghi non dovesse farcela al quarto scrutinio, l’attuale maggioranza sarebbe indotta per paradosso proprio dal suo ricatto a giocare la carta della rielezione di Mattarella.

Come leggere, dunque, questa fase? I partiti stanno lavorando sinceramente alla candidatura di Draghi, quindi al rebus governo? E Mattarella sarebbe disponibile, in caso di stallo? Non possiamo saperlo. Da una parte i partiti non possono per evidenti ragioni dire no a Draghi senza almeno averci provato, dall’altra Mattarella non può far trapelare una sua disponibilità, sebbene come ultima risorsa: apparire in corsa non sarebbe opportuno alla luce di tutte le sue dichiarazioni contrarie all’ipotesi rielezione e lo farebbe sembrare scorretto nei confronti di Draghi.

Dunque, l’intesa che sarebbe stata raggiunta ieri sul metodo/percorso, con lo stesso presidente del Consiglio, potrebbe prevedere tre ipotesi di lavoro: la prima, Draghi al Quirinale, ma l’attuale premier non ha ancora preso impegni sulla guida e la composizione del nuovo governo, restando sul vago; la seconda: tutti i partiti, almeno quelli di maggioranza, si rivolgono a Mattarella per chiedergli di restare; la terza, un nome “super partes” che non rappresenti per nessuno una sconfitta (una donna? Cartabia?), ma che venga votato da tutta la maggioranza che sostiene il governo.

In serata Salvini ha dichiarato che sta “lavorando perché nelle prossime ore il centrodestra unito offra non una ma diverse proposte di qualità, donne e uomini di alto profilo istituzionale e culturale”, ma potrebbe essere “fog of war”.

Possiamo solo ipotizzare che la Lega stia effettivamente lavorando su Draghi, mentre Berlusconi sta alla finestra in attesa di un segnale da parte del premier, o del Pd, che potrebbe arrivare nelle prossime ore. E che Draghi stia innanzitutto lavorando a compattare il centrodestra su di lui, nella speranza che a quel punto Pd e 5 Stelle non potrebbero opporsi. Ma il Pd? Non potrebbe certamente esplicitare un suo no a Draghi, ma resterebbe forte una tentazione: il naufragio della sua candidatura, nelle urne a scrutinio segreto o prima, spalancherebbe le porte a Mattarella, l’unica opzione in grado ricompattare Pd e 5 Stelle, dividere il centrodestra e porre le basi per la “maggioranza Ursula”, nonché di incatenare Draghi a Palazzo Chigi.

di Federico Punzi – Atlantico Quotidiano

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