Francesco Borgonovo: «I dati dell’Iss sono troppo opachi». Tutto quello che manca nei report

Nei documenti ufficiali numeri generici e parziali che occultano le differenze di rischio per i più giovani. Il prof Antonello Maruotti: «Informazioni aggregate e nulla sui bimbi. Sotto i 40 anni la mortalità è dello 0,00038%».

Ogni volta che l’Istituto superiore di sanità pubblica un nuovo report, i media fanno ripartire il solito disco usurato. Negli ultimi due giorni, per dire, è rimbalzata ovunque la stessa frase: «Rischio terapia intensiva 39 volte maggiore per i non vaccinati». Alla fine di dicembre, gli stessi giornali scrivevano: «Rischio terapia intensiva 85 volte superiore per i no vax». Leggendo meglio, si scopriva che quel dato riguardava la popolazione con più di 80 anni, e non tutti gli italiani. Il fatto è che, a seconda delle classi di età, i numeri e le percentuali cambiano, e pure di parecchio. Non solo: nei report dell’Iss alcuni dati mancano, altri appaiono un po’ grossolani, altri sembrano forzati. Scriviamo queste cose per dimostrare che il vaccino non funziona? Lungi da noi. Vogliamo semplicemente far notare che, a seconda dell’età, il quadro statistico subisce profonde modifiche, di cui la politica forse dovrebbe tenere conto quando impone obblighi e restrizioni a tappeto. Sentiamo già le voci dei debunker della domenica: «I dati bisogna saperli leggere e interpretare!». Beh, proprio questo ci siamo rivolti ad Antonello Maruotti, professore ordinario di statistica alla Lumsa e cofondatore di StatGroup 19, un gruppo interaccademico di studi statistici sul Covid.

Professore, osservando i dati dell’Iss sembra di avvertire note stonate. La prima riguarda la mortalità da coronavirus. Secondo l’Istituto, chi non si è vaccinato rischia di morire 33,1 volte di più rispetto a un vaccinato con terza dose. Eppure, se andiamo a guardare i dati della mortalità divisi per fasce di età, a questo 33,1 proprio non si riesce a replicare. Come è possibile?

«Purtroppo la comunicazione dei dati non è sempre lineare. Come in questo caso, i dati vengono riportati senza una spiegazione, ma solo con un rimando alla nota metodologica con piccole note inserite sotto le tabelle. Il 33,1 non è ottenibile dai dati riportati nelle tabelle del bollettino. Il tasso complessivo totale, come specificato nella nota metodologica, viene calcolato come media pesata delle diverse incidenze, e cioè come tasso standardizzato sulla base della popolazione italiana del 2021 stratificata per età. Per poterlo calcolare, quindi, è necessario considerare la struttura per età della popolazione di riferimento, al 1 gennaio 2021, disponibile sul sito Demo.istat.it».

Non ci ho capito granché. Sta dicendo che questo dato generale sulle possibilità di morte è calcolato in un modo diverso rispetto agli altri dati presenti nel report? Sul piano comunicativo sembra un po’ una forzatura, no?

«Assolutamente sì. Non è in dubbio la correttezza statistica, ma sul piano comunicativo è l’ennesima dimostrazione di come, troppo spesso, siamo costretti a fidarci. Invece, come ribadito anche dal British medical journal, c’è necessità di maggiore trasparenza. Su ogni tipo di dato sul quale vengono prese decisioni, le informazioni dovrebbero essere pienamente e immediatamente disponibili per il controllo di qualificati ricercatori indipendenti».

Ci aiuta a calcolare il rischio di morte diviso per classi di età facendo il confronto tra vaccinati e non vaccinati? Partiamo dalla fascia 5-11 anni.

«In quella fascia non si può calcolare: i dati sono disponibili solo dai 12 anni in su. Purtroppo, con i dati pubblicati nel bollettino, non c’è modo di fare alcun commento o analisi sull’impatto del vaccino, in termini di contagi o altro, nella popolazione under 12. A un mese dall’inizio della campagna vaccinale per gli under 12, dati di questo tipo potrebbero dare informazioni importanti, anche per la gestione dell’epidemia nelle scuole».

Andiamo bene. Vediamo allora le altre classi d’età.

«Notiamo molta eterogeneità nei rischi. Per i non vaccinati, rispetto a chi ha avuto la terza dose, i rischi di morte sono di circa 7 volte maggiori nella classe di età 40-59; di 21 volte tra i 60 e i 79 anni e di oltre 62 volte per gli 80+».

Sono in effetti numeri molto diversi. Ma quando mi dice che un non vaccinato fra i 40 e i 59 anni rischia 7 volte di più la morte rispetto a un vaccinato, di che ordini di grandezza parliamo?

«Ogni 100.000 persone non vaccinate, ne muoiono 415 tra gli over 80; 64 tra 60 e 79 anni; 6 tra 40 e 59 anni; 0,38 sotto i 40 anni, pari allo 0,00038%. Ogni 100.000 persone con il booster, per le stesse classi di età abbiamo 7,3, 0,73 e 0 morti».

E le possibilità di finire in terapia intensiva?

«Su 100.000 non vaccinati ne finiscono in terapia intensiva 45 tra gli over 80; 81 tra 60 e 79 anni; 20 tra 40 e 59; 2 tra 12 e 39 anni. Tra chi ha fatto il booster nelle stesse fasce d’età, i ricoverati sono: 1,42; 1,64; 0,63; 0,15. Si nota che il vaccino protegge dalle forme gravi».

Noto che anche in questo caso, al di sotto dei 59 anni, i numeri cambiano vistosamente. Le chiederei ora di fare un altro confronto: tra chi ha la terza dose e chi ha solo due dosi.

«In questo caso per gli over 60 la terza dose riduce i rischi di ospedalizzazione e di morte. Tra 12 e 59 anni, invece, i dati forniti nel bollettino evidenziano minori rischi di ospedalizzazione per i soggetti con due dosi solamente».

In questo confronto c’è qualcosa che non le torna?

«Sono dati che devono essere approfonditi. Una raccolta più dettagliata può dare una spiegazione a questi numeri. In particolare, la distinzione tra ricoveri per o con Covid può aiutare nell’interpretazione. Il silenzio intorno a rischi che sono controintuitivi è però assordante e una spiegazione ufficiale è necessaria».

In effetti c’è un paradosso: chi ha la terza dose rischia di più…

I numeri mostrano un rischio di ospedalizzazione superiore per chi ha la terza dose in alcune fasce di età».

Probabilmente, se l’Iss ci fornisse i dati relativi alle patologie dei ricoverati si spiegherebbe il paradosso: i primi a fare la terza dose sono stati i più fragili, dunque è comprensibile che siano persone a rischio più elevato.

«Penso proprio che sia così».

A intuito, sembra di capire che differenze davvero notevoli fra vaccinati e no si comincino a vedere soltanto dopo i 60 anni di età, o sbaglio?

«Nelle età più fragili, i rischi sono notevolmente maggiori che nelle età più giovani. Ci sono poi – come si diceva – informazioni mancanti per poter arrivare a conclusioni più solide, come ad esempio il numero di comorbidità presenti (altre patologie presenti: ipertensione eccetera). Più i dati sono aggregati, meno è semplice trovare spiegazioni. La trasparenza e la condivisione dei dati sono fondamentali».

Abbiamo parlato della mortalità. Proviamo a esaminare ora le possibilità di contagio. Guardando i dati dell’Iss divisi per fasce di età che cosa nota?

«Che la terza dose riduce, per tutte le classi di età, il rischio di contagiarsi e di incorrere nella malattia grave, sia rispetto ai non vaccinati che ai vaccinati con due dosi».

Tanto per fare un esempio concreto: un bambino della fascia 5-11 non vaccinato quante possibilità ha di finire in ospedale o in terapia intensiva rispetto a un bambino vaccinato?

«Non abbiamo dati su questo aspetto».

Giusto, dimenticavo. Fermarsi alle percentuali, in ogni caso, è forse un po’ limitante. Per capire davvero quanti bambini possano finire in ospedale o terapia intensiva dovremmo forse dare uno sguardo ai numeri complessivi, no? Che cosa ci dicono?

«Il bollettino settimanale dell’Iss fornisce un focus sui ragazzi under 12. Nell’ultima settimana i casi sono aumentati del 68% in questa fascia di età, mentre l’epidemia nelle altre classi mostra i primi segni di discesa. Fino alla scorsa settimana, i dati venivano forniti per tre diverse classi di età (questa classificazione è stata cambiata nell’ultimo bollettino, rendendo impossibile i confronti con i dati delle precedenti settimane): under 3; 3-5; 6-11. Oltre il 2% dei casi under 3 ha avuto necessità di un ricovero, mentre solo lo 0.3% circa e lo 0.2% circa dei casi tra i 3-5 anni e tra i 6-11, rispettivamente, ha richiesto cure ospedaliere. Per le terapie intensive, i numeri, per fortuna sono ancora più risibili, con 9 casi che hanno richiesto l’accesso in terapia intensiva nell’ultima settimana per i bambini sotto i 12 anni».

Ieri abbiamo pubblicato alcuni dati provenienti da altre nazioni in netta controtendenza rispetto all’Italia. E qui sorge un altro problema: i numeri dell’Iss appena pubblicati sono recenti per i contagi, ma per mortalità e ricoveri si riferiscono a un periodo precedente. Questo non ci restituisce un quadro un po’ impreciso?

«I periodi di osservazione per contagi, ricoveri e decessi, sono diversi. I rischi di contagio si riferiscono all’ultimo mese, fino al 16 gennaio; le ospedalizzazioni, invece, fanno riferimento al periodo 3 dicembre-2 gennaio; i decessi, infine, si riferiscono al periodo 26 novembre-26 dicembre, quindi quando ancora Omicron non era prevalente, secondo le stime ufficiali».

Quindi è possibile che tra un mese ci ritroveremo in una situazione simile a quella spagnola, che ora appare diversissima dalla nostra?

«È possibile che tra un mese i tassi e i rischi possano essere molto diversi».

Nel complesso, ho la sensazione che i dati dell’Iss siano molto, forse troppo imprecisi. Ci sono differenze enormi fra chi ha più di 80 anni e chi ne ha meno di 60, ma questi numeri ispirano decisioni politiche che valgono per tutti…

«I dati sono troppo aggregati per avere un quadro ben definito e trasparente».

di Francesco Borgonovo – La Verità

Un pensiero su “Francesco Borgonovo: «I dati dell’Iss sono troppo opachi». Tutto quello che manca nei report

  • 24 Gennaio 2022 in 14:33
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    L’ accanimento con cui vogliono “vaccinare” tutti non c’entra niente con la salute dei cittadini, che non interessa al potere.Di seguito viene spiegato bene perchè insistono senza motivo apparente e falsando i dati, a sottomettere in tutti i nostri corpi a prodotti inutili e anche anche tossici;
    da; maurizioblondet.it;
    “… … Il motivo dell’avvelenamento – quello che io chiamo il ‘danneggiamento’ (malfunzionamenti vari) -, è chiarissimo: aprire il corpo dell’uomo, alle nuove tecnologie mediche (nanotecnologie, microchip, impianti, organi artificiali, dispositivi controllati da remoto…), affinché – attraverso la finzione della ‘cura’ – l’uomo possa interagire con una fase dell’avanzamento tecnologico, a cui l’uomo sano non si sarebbe mai potuto adattare.”
    I globalisti occulti tramite Schwab lo hanno detto chiaramente a Davos; l’obiettivo è fondere le nostre identità fisiche con quelle digitali e biologiche.

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