È tempo di una severa contronarrazione per salvarci dal comunismo pandemico

Fu nello scorrazzare furioso della morte e della malattia per le strette vie di Orano, che ogni cosa, la libertà, l’amore, l’empatia, gli abbracci, la contemplazione del silenzio e della bellezza, venne sacrificata sull’altare dell’efficienza: Albert Camus, ne “La peste”, lo annota in maniera dolente ma ineluttabile, come se ogni pandemia fosse costretta a far emergere con sé l’aspetto peggiore, e più meccanico e servile, dell’animo umano.

L’organizzazione sociale viene funzionalizzata verso un unico scopo, quello della sopravvivenza, e in questo pertugio ombroso si insinuano le tentazioni di imprimere una qualche sterzata alla società stessa, per farla divenire altro: sono in fondo le aspettative nutrite dal ministro Speranza che nel suo libro, frettolosamente ritirato dal commercio, ha intravisto le sfumature di una opportunità per il ritorno su vasta scala della egemonia della sinistra.

E c’è un punto, sempre in quel libro, autentico manifesto del comunismo pandemico, inteso questo come iper-statalizzazione assistenzialistica, controllo pubblico capillare e livellamento culturale votato alla massima precauzione sanitaria, che suona significativo: il peana elogiativo degli organi di informazione che produssero un autentico “mantra di una nazione intera”. Se avete familiarità con l’opera di George L. Mosse sulla nazionalizzazione delle masse, vi renderete conto, forse con un brivido lungo la spina dorsale, che mantra di una nazione intera propiziato con una univoca narrazione mediatica è china pericolosa assai.

Perché il potere, sempre più spesso, per governare in maniera occhiuta e capillare non ha bisogno di reprimere o di usare il maglio di ferro; basta la soggezione determinata dal far credere, come appunto notava Camus, che tutto debba e possa essere sacrificato alla massima precauzione, unico totem capace di esorcizzare l’infuriare della nuova peste.

Un governo del terrore funziona nel complesso meno bene del governo che, con mezzi non-violenti, manipola l’ambiente e i pensieri e i sentimenti dei singoli, uomini donne e bambini”, ha scritto Aldous Huxley in “Ritorno al mondo nuovo”.

La realtà dei fatti è che da due anni ormai siamo inghiottiti letteralmente da un abisso in cui, come la tortura della goccia che scava le carni e ottunde i sensi, veniamo inondati da una serie continua di pornografia emotiva, statistiche e dati sui contagi, vocazione al martirio sanitario, lutti e sofferenze e voci cacofoniche di politici che predicano limitazioni, restrizioni, divieti, comandi.

In questo abisso ogni istante è eterna e meccanica reiterazione di un fuso orario pandemico, sempre fisso e fermo al punto zero: la vita non procede, è ibernata, scorre solo il senso di una sofferenza che i mass media rimandano a getto continuo.

Titoli dei giornali fotocopia, notizie che occupano tre quarti dei telegiornali, serialità nel modo di approcciare l’informazione sempre più simile alla propaganda: ‘chiudiamo per salvare…’ a cui aggiungere immancabilmente una qualche festività particolarmente cara allo spirito popolare, oppure titoli che inglobano parole come ‘orrore’, ‘terrore’, ‘tragedia’, iperboli di lutto e di lacrime. Si tratta ormai di format, di una colata lavica di disperazione comunicativa che finisce per rendere indistinguibile il reale dall’ingigantito, la verità dall’intenzione.

Con questa metodologia, sono state fatte passare sotto silenzio la critica alle politiche adottate e spesso si è letteralmente criminalizzato il dissenso, relegandolo a fattore di perturbamento della unità di popolo, gloriosamente in marcia nello sconfiggere la pandemia.

Il problema di questa narrazione è che, quando inizierà ad essere confinata alla sola Italia, come sta in effetti avvenendo, saremo condannati a divenire una isola del tutto separata dal resto del mondo, chiusi al ritorno alla vita e al rifiorire della economia, abbandonati a noi stessi e socialmente, culturalmente, mentalmente, economicamente regrediti.

Già Sanchez e l’Inghilterra annunciano l’arrivo della endemizzazione del virus, la necessità di convivere con esso senza nullificare il tessuto sociale. Fa loro eco Bloomberg. E già in seno alle istituzioni europee inizia a sedimentarsi la medesima idea.

Cosa accadrà quindi? Che, molto semplicemente, nel momento in cui tutto il mondo si riaprirà alla vita, mentre in Italia saremo ridotti a vivere sotto una cappa di terrore pandemico artificialmente tenuto in vita, nessuno più si periterà di correre in soccorso della nostra disastrata società: non l’Unione europea, né gli altri Paesi i quali tornati alla vita non riescono già ora a comprendere il senso delle misure più restrittive che vigono nel nostro Paese.

Le misure restrittive, al tramonto della pandemia su scala mondiale, strangoleranno ciò che resta della nostra economia e del nostro equilibrio psichico, senza poterci attendere più alcun sostegno visto che a quel punto i danni non saranno più cagionati dalla pandemia ma dai divieti e da una certa perniciosa cultura da Covid-zero.

È tempo quindi di una seria e severa contronarrazione sulla pandemia, che attingendo esattamente a quanto stanno facendo altri Paesi metta in luce il controsenso, e la oggettiva pericolosità, di alcune misure restrittive che ci stanno oggettivamente condannando. È tempo di assegnare al coronavirus il giusto spazio mediatico e di non fargli annegare qualunque altra notizia.

Nelle rassegne stampa internazionali la pandemia è presente ma non occupa diciassette pagine di giornale o venti minuti su trenta di telegiornale, non indulge in termini parapornografici o da novella dell’orrore: in Italia, nei fatti, esiste solo il Covid, che tutto avvolge e tutto ingoia, proprio come la peste camusiana. Il Covid colonizza lo sport, invade la cultura e l’intrattenimento, si incista nella cronaca locale. Un gorgo nero che vortica sulle nostre teste, restringendo ogni orizzonte e azzerando ogni prospettiva.

Proprio per questo, diventa necessario spezzare questo flusso, alterarne i disequilibri e l’architettura portante, far tornare la paura nel cantuccio che le compete.

Pensate davvero che, in un tetro clima di oppressione e limitazioni, emotive ormai prima ancora che giuridiche, ristoranti, alberghi, rotte turistiche, musei, concerti, cinema torneranno ad affollarsi? Un corpo sociale esausto, sottomesso, soggiogato da questa narrazione della morte è impaurito dalla sua stessa ombra e spesso non vede l’ora di rifugiarsi nel confortevole caldo di casa, lontana da un mondo che si immagina percorso dagli spettri del contagio.

Quando pochi giorni fa, durante il Tg2, il ministro del turismo, Massimo Garavaglia, ha tentato di far comprendere come, pur non dovendo sottovalutare il contagio, sia necessario tornare a vivere, proprio per non trovarci poi d’improvviso tagliati fuori da tutto a vagare in un deserto nero di miseria, il sindaco di Firenze, Dario Nardella, che pure è sindaco di una città d’arte assai penalizzata da queste misure, ha subito rinfocolato il refrain della paura pandemica: e pensare che le città d’arte, statisticamente, sono le più colpite e massacrate da certe misure, annichilite negli indicatori turistici.

Eppure nessuno qui dice che il Covid non esista, che non sia pericoloso o altre idiozie simili: ma al tempo stesso, esattamente come sostengono Spagna, Bloomberg, Inghilterra e tanti altri Paesi o commentatori civilissimi, è tempo di acquisire coscienza del fatto che da un lato non esiste solo il Covid e che dall’altro lato è necessario contemperare salute con sopravvivenza economica e sociale e mentale.

Mentale anche, sì. I dati statistici sono sconfortanti. Sempre più giovani accusano malesseri mentali ed emotivi, tentazioni autolesionistiche o vocazione al suicidio. Che mondo stiamo costruendo? Un mondo agghiacciante, prono, intimorito, tetro, grigio, privo di qualunque colore e bellezza.

Un mondo di comunismo pandemico in cui a trionfare saranno solo equa distribuzione della miseria e del disagio mentale.

di Andrea Venanzoni – Atlantico Quotidiano

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