Belpietro: «Galli ammette: m’hanno curato con gli anticorpi monoclonali». Basta balle agli italiani

Il prof imperversa in tv per tutto il giorno confermando di essersi preso il Covid ma attribuendo la salvezza alla terza dose (che avversava fino a poco fa). In serata la confessione: altro che paracetamolo e vigile attesa.

Massimo Galli, virologo noto alle cronache per i suoi numerosi interventi televisivi e per un’indagine della Procura che lo accusa dei reati di falso ideologico e turbativa d’asta durante un concorso universitario, è stato contagiato dal Covid. La notizia, pubblicata in esclusiva dal nostro giornale, è stata confermata ieri dallo stesso professore durante la trasmissione Mattino 5 in onda sulle reti Mediaset.

Tuttavia, l’ex primario dell’ospedale milanese Sacco (è andato in pensione un paio di mesi fa), forse indispettito perché La Verità, quotidiano che ha spesso messo in luce le contraddizioni del prof, avesse svelato i fatti suoi, ha sentito l’obbligo di precisare di non essere stato «salvato dalle cure domiciliari», come noi abbiamo scritto, aggiungendo peraltro che «gli piacerebbe sapere quali». Beh, anche a noi sarebbe piaciuto fin dall’inizio sapere a quali cure è sottoposto. Di certo c’è il fatto che nonostante il professore abbia tenuto a far conoscere all’opinione pubblica di non aver ricevuto trattamenti domiciliari è stato egli stesso a confermare di essere stato assistito a casa, mentre le «sue ragazze» sequenziavano il virus che lo ha colpito in laboratorio.

«Cure domiciliari» vuol dire terapia a domicilio. E che il primario sia stato assistito nella propria abitazione e non sia stato oggetto di ricovero in ospedale nonostante non sia stato colpito da «una variante bonacciona» della malattia (parole sue) è notizia che egli ha fornito spontaneamente davanti alle telecamere di Canale 5. Dunque, non si capisce che cosa egli volesse smentire con quell’aggiunta un po’ seccata. Semmai, sarebbe stato interessante sapere se, una volta scoperto di essere positivo al Covid, Galli, che ammette di essere stato contagiato duramente dalla variante Omicron («Sono stato una schifezza, non è una passeggiata»), abbia messo in atto le linee guida del ministero della Salute, ovvero la famosa terapia a base di paracetamolo e vigile attesa che fino a pochi mesi fa Roberto Speranza suggeriva ai pazienti, difendendola a spada tratta contro chi consigliava interventi immediati per contrastare l’infezione.

Davvero – ci siamo chiesti – Galli si è limitato alla compressa per ridurre la febbre, aspettando paziente che la temperatura scendesse? È vero che, come egli ama spesso ripetere, il virus non è democratico e colpisce in maniera differenziata, ma per noi era importante capire se anche le terapie non siano democratiche. E infatti non lo sono, perché a differenza della maggioranza degli italiani contagiati, Galli non è stato curato con paracetamolo e vigile attesa, ma con le monoclonali, ossia con quelle cure domiciliari da lui smentite.

Certo, l’ex primario ha assicurato che se non avesse avuto le tre vaccinazioni le cose sarebbero andate decisamente peggio, «tenendo conto della mia età e della mia storia». Poi ha aggiunto che «la terza dose è fondamentale, risolve in larga misura il problema dell’ospedalizzazione, ma non quello dell’infezione», precisando però che Omicron sembra bucare la protezione offerta dal vaccino e dunque mandare a pallino l’illusione dell’immunità di gregge. Ovviamente noi lo prendiamo in parola, come lo abbiamo preso in passato, quando sosteneva che i tamponi non erano necessari, salvo, mesi dopo, consigliare per il cenone di Natale di invitare San tampone, l’unico ospite in grado di assicurare che i presenti non fossero contagiosi. Gli abbiamo creduto anche l’estate scorsa quando, sempre in tv, sentenziò che la terza dose fosse utile solo a chi la produceva. Oggi Galli dice di non essere contrario all’obbligo vaccinale generalizzato, che il governo intende introdurre nelle prossime settimane, ma mesi fa, proprio a proposito della tripla iniezione, si dimostrava perplesso. «Prima che mi convincano dell’opportunità di vaccinarmi con una terza dose, con un vaccino che è stato impostato su un virus che girava a marzo del 2020, bisogna che mi dimostrino che non ho una risposta immune. Altrimenti vogliamo far fare ai sanitari di tutta Italia da elementi di sperimentazione sulla terza dose su imposizione burocratica? Se sono queste le intenzioni, io personalmente sono contrario». Certo, capita a tutti di cambiare opinione, ma sarebbe opportuno premettere che ciò che si sta dicendo non è un dogma, ma appunto un’opinione e come tale discutibile.

Da ultimo, ci permettiamo una domanda su un tema da lui stesso introdotto. Davanti alle telecamere, l’ex capo del dipartimento di malattie infettive dell’ospedale milanese ha sostenuto che è tempo di un aggiornamento. «Questo virus ci ha dimostrato, nell’arco di un anno solare, di aver tirato fuori tre varianti, una più diffusiva dell’altra. Ciò deve far pensare anche per il futuro e la prima mossa da compiere è correggere gli auttali vaccini anti Covid, adattandoli a Omicron».

Ma se le cose stanno così, se cioè la variante sudafricana aggira lo scudo protettivo offerto dall’iniezione, al punto che Galli se non fosse stato curato con le monoclonali sarebbe finito in ospedale, ha senso un obbligo vaccinale quando dopo la terza dose probabilmente, se si dà retta all’ex primario del Sacco, ne servirà una quarta? E se dopo la terza dose, come è successo al prof, ci si ammala lo stesso, come ci si cura? Con la vigile attesa, come dicono Speranza e compagni, o con le monoclonali come è stato fatto con il professor Galli? Urge risposta. Dopo mesi dì balle la aspettano trepidamente gli italiani.

di Maurizio Belpietro – La Verità

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