Belpietro: «Ora siamo come il Tagikistan»

L’obbligo vaccinale vige in un pugno di Paesi (tra cui pochissime democrazie). Adesso viene introdotto anche in Italia per chi ha più di 50 anni. Una palese violazione della Costituzione fatta attraverso un decreto anziché una legge. Un provvedimento che provocherà sconquassi nel mondo del lavoro. E che non fermerà la pandemia.

Confesso, fino all’ultimo non ho voluto crederci, anche perché è difficile credere a qualche cosa che ancora non esiste (a dire il vero il provvedimento che rende obbligatorio il vaccino dai 50 anni in su non c’è neppure ora, in quanto – inimmaginabile in un Paese normale – le misure sono state approvate dal Consiglio dei ministri in assenza di un testo definitivo). Sì, mercoledì fino a tarda sera ho pensato che il buon senso e la logica avrebbero prevalso. Invece, purtroppo, ha prevalso Speranza, il ministro che da due anni rappresenta un’antinomia ambulante, una contraddizione evidente del cognome che porta a spasso, perché da febbraio dello scorso anno invece che speranza trasmette solo pessimismo.

Il ministro della Salute, quello che rassicurava gli italiani escludendo che il Covid potesse arrivare nel nostro Paese e che scrisse un libro per spiegare come aveva sconfitto la pandemia, non solo ha prevalso sul buon senso, ma è riuscito a imporre al governo norme che non esistono in alcun Paese democratico, ma in Tagikistan sì, convincendo l’esecutivo a violare palesemente la Costituzione. Già, perché la carta su cui si fonda la nostra Repubblica stabilisce (articolo 32) che nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario, se non per disposizioni di legge. Ora è evidente che per disporre una misura coercitiva come quella che preveda l’inoculazione di un farmaco contro la volontà di una persona, sia necessaria una legge. Attenzione, non un decreto, che per definizione è un provvedimento d’urgenza che poi deve passare dal Parlamento, il quale lo deve approvare, altrimenti decade. No, serve una legge. E in questo caso la legge non c’è, ma abbiamo un decretino. Che tuttavia è una misura straordinaria, dettata da una situazione d’emergenza. E quale sarebbe l’emergenza se le norme contenute nel provvedimento entrano in funzione fra un mese o un mese e mezzo?

Chiunque non sia prevenuto e abbia un po’ di sale in zucca, a questo punto si rende conto della forzatura, a maggior ragione se si considera che si sta introducendo per via straordinaria un obbligo che non si conclude ora, ma che dovrà essere reiterato nel tempo, in quanto se è vero, come è vero, che i vaccini perdono efficacia dopo tre o quattro mesi, ogni tre o quattro mesi si renderà necessario obbligare gli italiani a vaccinarsi. Non con la terza dose, come ora è richiesto a 27 milioni di italiani che non hanno ancora fatto il richiamo, ma con la quarta o la quinta, come sta avvenendo in Turchia, Paese che però non è noto per il rispetto dei diritti umani, al punto che Mario Draghi definì Erdogan un dittatore.

E l’assurdità decisa dal governo non si esaurisce solo nell’obbligo introdotto per decreto, ma anche nell’assoluta disparità di trattamento. Qual è la ragione che induce l’esecutivo e i suoi consiglieri a ritenere che dai 50 anni in su ci si debba vaccinare? Il pericolo che il virus dilaghi? Forse il Covid chiede la carta d’identità alle persone prima di infettarle? Un quarantenne obeso o con la pressione alta è per caso meno a rischio di un cinquantenne con i trigliceridi in ordine e in piena forma fisica? No, non c’è alcuna ragione sanitaria che faccia la differenza. Men che meno se si pensa ai giovani. Fino a ieri i virologi ci spiegavano che a essere in pericolo erano soprattutto i bambini, che essendo inconsapevoli veicoli di coronavirus, andavano vaccinati al più presto.

Poi, visto il flop della campagna dedicata ai più piccoli (siamo al 10 per cento), hanno deciso di rifarsi sugli adulti. Minacciando multe, ma soprattutto escludendo dai luoghi di lavoro alcuni milioni di italiani, i quali sono messi di fronte al diktat: perdere lo stipendio o decidere di testa propria.

Anche su questo tema, ovviamente il governo rischia grosso, perché imponendo l’obbligo mette sul lastrico intere famiglie, con il risultato che chi non lavora e incassa il Reddito di cittadinanza (o la Naspi) continuerà a vivere tranquillo, con il vaccino o senza, e chi ha un lavoro, se non si sottopone all’iniezione, non avrà più un salario. Tralascio i problemi che si apriranno in molte piccole e medie aziende, dove i dipendenti non sono intercambiabili. Anche se l’esecutivo autorizza l’imprenditore a rimpiazzare i no vax lasciati a casa, il posto dovrà essere conservato e, in attesa che l’emergenza finisca, il buco nell’organico dovrebbe essere tappato con un precario. Ma a Palazzo Chigi pensano davvero che ciò sia possibile? Che un operaio specializzato o un quadro siano pedine della dama, che levata una se ne mette un’altra? Davvero c’è chi ritiene che tutto ciò non darà luogo a conseguenze e a una conflittualità aziendale e legale?

E poi, come si procederà con i disoccupati? Per accertare che abbiano adempiuto all’obbligo vaccinale previsto da Speranza e compagni, si procederà con i carabinieri, come pochi giorni fa ipotizzava uno dei consulenti del ministro della Salute? Vedremo le gazzelle sgommare fuori dalla casa di chi non ha offerto il braccio alla patria, a caccia di pericolosi no vax?

Ma soprattutto, lo Stato di polizia sanitaria che si sta instaurando serve davvero a fermare la pandemia? Una volta inoculati anche i renitenti al vaccino, avremo meno contagi? A naso direi di no. In queste pagine riportiamo la notizia riguardante Massimo Galli, uno dei virologi che gli italiani hanno imparato a conoscere negli ultimi due anni. Il professore, da poco in pensione, si è contagiato nonostante tre dosi e ha rischiato di finire in ospedale. Come lui sono migliaia le persone vaccinate che si sono infettate. Secondo l’Istituto superiore di sanità, nell’ultimo mese sono stati ricoverati 14.000 italiani, di questi più della metà (il 51,3 per cento) era vaccinato, così come erano vaccinati i 1.159 italiani deceduti negli ultimi 30 giorni. Lo so, i numeri assoluti a molti non piacciono, preferiscono le percentuali. E allora passiamo a quelle: in terapia intensiva, nel mese di dicembre, il 64% dei ricoverati non era vaccinato, mentre il 58% dei morti lo era.

Ciò significa che se si è fatta l’iniezione si muore di più? No, perché i vaccinati sono quasi otto volte di più dei non vaccinati. Ma non è questo il punto. Il punto è che, obbligo o non obbligo, continuiamo a preoccuparci dei no vax, quando dovremmo preoccuparci di un virus che corre senza fermarsi anche tra i vaccinati. A 46 milioni di italiani, tra i quali mi ci metto anche io, è stato promesso che vaccinandosi non ci si contagia e non si contagia. Anzi: che vaccinandosi non si muore. Purtroppo, non è così. Ci si contagia di meno, si muore di meno, ma le sicurezze sbandierate in tv o in conferenza stampa non rispondono al vero. E l’obbligo non cambia la situazione.

di Maurizio Belpietro – La Verità

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