Dopo la crisi pandemica, arriva il «socialismo benevolo». E non va tutto bene

I media italiani evidenziano con toni compiaciuti e adulatori la forte ripresa economica in atto nel nostro Paese. La percezione comune, tuttavia, è che le cose non stiano andando proprio così bene come ci viene raccontato, per lo meno non per tutti: a partire dalle bollette energetiche e dai prezzi del carburante, l’inflazione è in forte rialzo e si sta trasmettendo al carrello della spesa; il settore turistico, alberghiero e, in generale, il mondo delle piccole e medie imprese e delle partite IVA sta attraversando ancora una fase di grande affanno; il debito pubblico è esploso; l’introduzione del super-green pass va a ridurre ulteriormente gli spazi di libertà; la natalità ha registrato nuovi cali. Insomma, il miracolo economico dell’era Draghi, se c’è, non si vede.

«Andrà tutto bene!», vi ricordate? Così si diceva, cantando lieti dai balconi, nella fase iniziale della crisi sanitaria: ascoltando i mezzi di informazione, dopo quasi 2 anni, verrebbe persino da crederci. L’Italia “di Draghi” sta attraversando un nuovo “miracolo economico”, come confermato dal balzo del PIL di oltre il 6% rispetto all’anno precedente. Ma è proprio così?

Facciamo un passo indietro. Le chiusure a “fisarmonica” imposte dalla maggior parte dei governi mondiali a partire dal mese di febbraio del 2020, per far fronte alla “emergenza pandemica” dichiarata poi l’11 marzo seguente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno prodotto un fortissimo rallentamento economico, un crollo del commercio internazionale, molti fallimenti e una marcata impennata della disoccupazione in tutto il mondo sviluppato. La forte ripresa del 2021, particolarmente significativa in termini percentuali in tutto il mondo, perché confrontata con i dati eccezionalmente depressi del 2020, ha consentito di risalire sui livelli pre-pandemici in molti Paesi (non ancora in Italia), ma con forti disomogeneità e un allargamento del perimetro di intervento pubblico, rendendo quindi la struttura economica più fragile e più dipendente dai sostegni e dagli incentivi statali. Ciò rende ancora più difficile sostenere il peso dei debiti accumulati, sia privati sia pubblici, quest’ultimi per di più cresciuti sensibilmente per le politiche fiscali fortemente espansive attuate dai governi in risposta alla crisi, con migliaia di miliardi di dollari a livello globale di maggiori deficit a partire dal febbraio del 2020.

Occorre quindi evidenziare, innanzitutto, che l’entità della ripresa del Prodotto Interno Lordo (PIL), in Italia e altrove nel mondo, appare particolarmente forte perché confrontata con l’anno precedente, che è stato decisamente anomalo: è un dato che risente del cosiddetto “effetto base” e andrebbe quindi contestualizzato; per di più, a livello “qualitativo” la “struttura” dell’economia, e non solo in Italia, risulta più fragile rispetto a quella pre-CoViD, perché ancora più dipendente dal settore pubblico, a conferma che le crisi tendono a produrre spinte accentratrici.

Il debito globale, pubblico e privato, è cresciuto esponenzialmente rispetto ai livelli precrisi, già elevatissimi, balzando dai circa 250mila miliardi di dollari Usa di 2 anni orsono ai circa 296mila miliardi di dollari attuali (in rapporto al PIL globale la percentuale è del 353% circa). Considerando solo il debito pubblico, il valore è pari a circa il 101,5% del PIL mondiale. In Italia, il rapporto debito pubblico/PIL è balzato dal 135% circa pre-CoViD al 156% circa alla fine del 2020, per l’effetto congiunto dell’incremento del disavanzo di bilancio e del crollo del PIL, per poi ridiscendere ultimamente verso il 153%. Da questi dati emerge una situazione delle finanze pubbliche italiane ancora più fragile rispetto a quella precrisi, già assai delicata, che viene gestita “politicamente” con quella sorta di “monetizzazione indiretta” del debito attuata dalla Banca Centrale Europea che penalizza però i risparmiatori e contribuisce, insieme alla cosiddetta “transizione energetica”, all’acutizzarsi delle dinamiche inflazionistiche oramai a tutti evidenti.

Quali sono i piani, in Europa e in Italia, per uscire dalla crisi? Il focus è sul “Piano di rilancio europeo”, denominato NextGenerationEU (il cosiddetto Recovery Fund), per la ricostruzione “post-pandemica”, con l’obiettivo, come affermato dalla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, di «modernizzare e rendere più resilienti, verdi e digitali i sistemi economici europei», a cui è collegato a cascata il piano di attuazione italiano (il cosiddetto “Piano nazionale di ripresa e resilienza” – PNRR). Entrambi sono di tipo top-down, calati cioè dall’alto in modo dirigistico-accentratore, con un forte riferimento all’Agenda ONU 2030 sul cosiddetto “sviluppo sostenibile”, con investimenti decisi da “cabine di regia” tecnico-politiche a livello centrale. Per di più, essendo basati sull’assunzione di debito comune, appaiono come un primo passo verso un possibile futuro «Ministero del Tesoro comunitario», come evocato da Mario Draghi al 41° Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione nell’agosto 2020: ciò potrebbe essere un modo per ridurre ancora la sovranità degli Stati membri approfittando della crisi, accelerando nella direzione degli “Stati Uniti d’Europa”, grazie quindi all’epidemia CoViD-19.

Ciò che preme ricordare è che il debito comune che finanzia gli investimenti accresce la già preponderante quota di ricchezza nazionale intermediata dalle élite politiche ed economico-finanziarie, a scapito della piccola e media impresa, col rischio di aumentare il capitalismo clientelare e di imbrigliare per anni a venire il percorso di crescita nelle direttrici indicate; per di più, essendo un debito, è automaticamente un’ipoteca sul futuro, una sorta di “tassa differita” che andrà a gravare sui contribuenti europei e italiani negli anni a venire. In altre parole, i benefici dei piani pubblici andranno a chi sarà più vicino ai rubinetti della spesa; i costi, invece, li pagheremo tutti.

La discrezionalità negli investimenti potrebbe poi falsificare pesantemente la concorrenza, lasciando fallire attività ritenute poco meritevoli a vantaggio di altre. Nell’analisi “Reviving and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid, pubblicata nel dicembre 2020 dal “Gruppo dei Trenta”, un influente think tank di cui Mario Draghi figurava come Co-Chair e membro dello Steering Committee, viene presentata un’approfondita riflessione sullo stato e sull’evoluzione del settore produttivo privato post-epidemia. Alla “fase 1” della gestione emergenziale della crisi, si scriveva, sarebbe dovuta seguire una strategia orientata al futuro dell’economia. Nel rapporto si indicava che occorreva accettare l’avvio di un processo di «distruzione creatrice» – facendo riferimento alla famosa definizione data dall’economista austriaco Joseph Schumpeter (1883-1950) –, distinguendo opportunamente tra quelle aziende, fondamentalmente sane e redditizie, che versavano temporaneamente in «crisi di liquidità», rispetto a quelle strutturalmente in «crisi di solvibilità, a prescindere da crisi esogene. Nel rapporto si scriveva, ed è condivisibile, che il sostegno alla liquidità per le prime imprese è più che giustificato se si tratta di un aiuto temporaneo per superare una fase difficile e rimettersi in piedi con le proprie gambe, secondo logiche sussidiarie; continuare, invece, a fornire liquidità a imprese strutturalmente insolventi non avrebbe fatto altro che sprecare risorse, per definizione scarse: una sorta di “accanimento terapeutico” che avrebbe contribuito a mantenere artificialmente in vita imprese «zombie…morti che camminano», falsificando la libera e leale concorrenza e inficiando le prospettive e i tempi di una ripresa sana, anche lato occupazionale.

Quanto scritto nell’analisi indicata è corretto, purché il processo di “distruzione creatrice” di cui si parla non sia di tipo politico, guidato da cabine di regìa centrali che decidano sovranamente chi dovrà fallire e chi, invece, potrà vivere, grazie alla chiusura/apertura dei rubinetti della spesa pubblica, i cui costi gravano peraltro su tutti i contribuenti, attuali e futuri. Ciò rischierebbe di compromettere ulteriormente le prospettive del tessuto imprenditoriale italiano – costituito in prevalenza da piccole e medie imprese – , a tutto vantaggio dei grandi gruppi industriali e finanziari, accentuando così il capitalismo clientelare e l’intermediazione della spesa pubblica ad opera della classe politica, a detrimento della libertà di iniziativa economica.

A quasi due anni dallo scoppio della crisi sanitaria e delle politiche di lockdown, al di là dei dati effimeri della risalita del PIL occorre quindi registrare un allargamento del perimetro pubblico e uno speculare indebolimento del settore privato, il che rende molto meno rosee e rassicuranti le prospettive di boom economico sbandierate dai mass media. Una crescita economica gonfiata dal maggior debito pubblico e decisa centralmente, al di là dell’entità, non è qualitativamente analoga ad una crescita armonica che si sviluppi dal basso e senza distorsioni politico-clientelari. L’impressione è che si voglia quindi comprimere ulteriormente ogni residuo di “sussidiarietà” per allungare il passo verso un “socialismo benevolo”, evoluzione su scala planetaria di quel mito evergreen che è lo Stato-assistenziale dei Paesi dell’Europa settentrionale, lodati dal prof. Klaus Schwab, leader del World Economic Forum di Davos, nella prospettiva del Great Reset. No, non è per niente «andato tutto bene». Non per tutti, per lo meno.

di Maurizio Milano – La Nuova Bussola Quotidiana

Un pensiero su “Dopo la crisi pandemica, arriva il «socialismo benevolo». E non va tutto bene

  • 21 Dicembre 2021 in 19:00
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    Questi, come il pesce, puzzano dalla testa

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