Vaccini: per bambini nessuna remora, con migranti molti scrupoli per timore risarcimenti

Pochissime iniezioni nei campi profughi. Le aziende farmaceutiche temono le richieste di risarcimento in caso di reazioni avverse e vogliono un’immunità. Che qui già hanno grazie alla firma sotto il «consenso informato»

Il «principio di precauzione» non vale per i bimbi, ma per i migranti sì. Almeno se di mezzo ci sono – in assenza di scudi legali – eventuali richieste di risarcimento per danni da vaccino. A quanto pare, infatti, il programma Covax, che dovrebbe garantire ai Paesi poveri l’accesso agli anti Covid, stenta a decollare nei campi profughi. Il motivo? Big pharma vorrebbe un’immunità che la protegga dai potenziali ricorsi, in seguito a effetti collaterali gravi. Ma la giustificazione dei rappresentanti dei produttori di vaccini è ancora più allucinante: il timore, dicono loro, è che vengano messe in dubbio sicurezza ed efficacia di quei farmaci, anche in assenza di correlazioni tra iniezioni e reazioni avverse. Guai a dubitare del dio vaccino. Sintesi brutale, ma accurata: la punturina è imposta a tutti, pena l’esclusione dalla vita sociale e, in molti casi, lavorativa; è già partito l’assalto per rifilarla, dopo i bimbi da 5 a 11 anni, a quelli appena nati, con tanti saluti al «principio di precauzione», sbandierato quando si dovevano giustificare i lockdown; ma se si tratta di rivolgere la siringa sui migranti, allora, improvvisamente, diventano tutti prudenti. Meglio andarci con i piedi, anzi, con gli aghi di piombo, perché «alcuni dei principali produttori» di vaccini «sono preoccupati per i rischi legali derivanti da effetti collaterali nocivi». Ma guarda. Allora, avvisate Alessandro Cecchi Paone, che berciava: «I vaccini non hanno effetti collaterali».

A rivelare questo gustoso paradosso è stata, ieri, Reuters, che ha citato personale e documenti interni di Gavi, l’«alleanza per i vaccini» che fa capo alla fondazione degli ex coniugi Gates. Insieme all’Oms e alla Coalition for epidemic preparadness innovations, l’ente gestisce il programma Covax, che era stato avviato da Commissione Ue, governo francese e Organizzazione mondiale della sanità con uno scopo ben preciso: garantire l’equo accesso ai vaccini ai Paesi poveri, poiché – ci spiegano gli esperti – se i Paesi poveri non si vaccinano, l’epidemia non può finire. E, finora, solo il 7% dei cittadini delle nazioni a basso reddito si è sottoposto ad almeno un’iniezione. Anche l’Italia partecipa all’intrapresa caritatevole: si era impegnata a donare 15 milioni di dosi l’anno e a sborsare 385 milioni di euro; a settembre, ne aveva consegnate 2,4 milioni, a Tunisia, Vietnam e Iraq.

La storia rivelata da Reuters ha dell’incredibile. A quanto pare, Covax ha messo in piedi uno stock «umanitario» di fiale che possono essere consegnate alle Ong e, quindi, somministrate agli ospiti dei campi profughi. Manca solo un dettaglio: non è previsto alcuno scudo giuridico per le case farmaceutiche. E siccome le associazioni di volontariato non possono assumersi un simile onere economico, ai migranti, che vivono ammassati nelle strutture d’accoglienza, tocca aspettare. Cosa? Evidentemente, che i governi, sui cui territori insistono tali ricoveri, offrano un ombrello a Big pharma. Finora, difatti, solo una minoranza dei fornitori ha accettato di rischiare di tasca propria. E non è un caso – se si pensa alle ambizioni neocoloniali di Pechino – che a mettersi in gioco siano state prevalentemente ditte cinesi: Sinovac, Sinopharm, Clover Bipharmaceuticals. Molto meno coraggiosi i veri leoni del business vaccinale, cioè Pfizer-Biontech, Astrazeneca e Moderna, i cui prodotti rappresentano i due terzi delle scorte accantonate da Gavi, insieme a quelli di Johnson&Johnson. La quale, al contrario, avrebbe confermato l’intenzione di rinunciare all’immunità, benché non sia chiaro quando e né in che termini. Interpellato da Reuters, in effetti, il numero due del comitato esecutivo della società Usa si è aggrappato alla retorica: «Siamo orgogliosi di essere parte di questo sforzo di proteggere le persone più vulnerabili del mondo». Applausi. Il «sindacato» dei produttori garantisce che «nessuna compagnia ha rifiutato di prendere in considerazione» l’ipotesi di sobbarcarsi i rischi legali. Le industrie vogliono semplicemente sapere dove e come saranno impiegate le fiale prelevati dalla scorta «filantropica». Com’è umano, lei!

Intanto, al netto dei proclami e delle buone intenzioni, c’è chi le dosi ancora sta ad aspettarle. Ai rifugiati del Myanmar, ad esempio, delle 70.000 richieste, per ora arriveranno solo quelle di Sinopharm. Un preparato, a dirla tutta, di serie B, come gli altri fabbricati dal Dragone: il loro uso massiccio è già costato dei lockdown bis in Cile e alle Seychelles, e quest’estate era emerso che quei medicinali stimolano fino a dieci volte meno anticorpi, rispetto al vaccino di Pfizer.

Ma se c’è un dettaglio della vicenda che fa veramente sobbalzare dalla sedia, è il pretesto addotto dalla Federazione delle industrie e delle associazioni farmaceutiche. Poiché sarebbe difficile monitorare le reazioni avverse nei campi profughi, spiegano i rappresentanti di categoria, la gente potrebbe finire per addebitare alle inoculazioni anche patologie che, con esse, non hanno alcuna correlazione. E di cosa si preoccupano, le multinazionali? Di dover scucire risarcimenti? Non solo: il fenomeno, lamentano, potrebbe portare a un aumento dei ricorsi in tribunale, sancendo un periodo nel quale, udite udite, «la sicurezza e l’efficacia del vaccino sarebbero messe pubblicamente in questione». Il che condurrebbe a una «ulteriore esitazione rispetto ai vaccini e a una più lenta fuoriuscita dalla pandemia».

Avete capito benissimo: i giganti del settore temono, sì, di dover sborsare quattrini agli sfollati di Myanmar, Etiopia e Afghanistan, ma soprattutto, non vogliono che la reputazione delle loro creature sia scalfita. Non sia mai che all’opinione pubblica, in questo caso del Primo mondo, arrivino informazioni complete, notizie difformi dalle direttive sanitarie, punti di vista critici. È il vaccino, mica la verità, che ci rende liberi; la verità, semmai, pungola, infastidisce, rovina idilli, scompagina piani. V’immaginate quale pessimo ritorno pubblicitario, in caso di gravi reazioni alle punture?

Già quando succede qualcosa dalle nostre parti, la parola d’ordine è seppellire l’episodio sotto valanghe di servizi sui no vax, veri o presunti. E se venisse fuori che un’iniezione ha seriamente danneggiato la salute di un bimbo disperato, ospite di un campo profughi? Dopo i rifugiati politici e i rifugiati climatici, dovremo accogliere i rifugiati vaccinali?

di Alessandro Rico – La Verità

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