‘Romanzo Viminale’, Belpietro: «Il problema si chiama Luciana Lamorgese»

Si dimette il capo del settore immigrazione degli Interni. La moglie è indagata per sfruttamento del lavoro degli stranieri. Intanto prosegue la caccia ai funzionari che hanno dirottato milioni. Dopo i disastri su sbarchi, assalto alla Cgil, rave party e porto di Trieste, che altro può accadere?

C’è un problema al ministero dell’Interno e si chiama Luciana Lamorgese. Il prefetto che Sergio Mattarella ha voluto alla guida del Viminale, perché affrontasse problemi seri come l’immigrazione e l’ordine pubblico, purtroppo non è in grado di tener sotto controllo né la prima né il secondo. Non solo: i guai il ministro ce li ha in casa e neppure se ne accorge. Uno di questi lo abbiamo raccontato due giorni fa: la Procura di Paola, la stessa che ha disposto gli arresti per il presidente della Sampdoria per il fallimento di alcune società a lui riconducibili, sta indagando sulla gestione dei fondi del Viminale destinati a opere pubbliche di messa in sicurezza di edifici e del territorio. In pratica qualcuno si è fregato i soldi stanziati per interventi a favore di progetti di tutela ambientale. Non parliamo di spiccioli, ma di milioni. Già questo è piuttosto sorprendente, in quanto si presume che il ministero dell’Interno, quello che governa sulla Polizia, sia specchiato e trasparente, mentre al contrario si scoprono delle magagne. Ma se ci si limitasse a questo, si potrebbe concludere che nel cesto si può sempre trovare una mela marcia.

Tuttavia, ieri abbiamo appreso che in materia di sfruttamento degli extracomunitari i guai Luciana Lamorgese li aveva ugualmente in casa. Anzi, a casa di uno dei suoi principali collaboratori: il prefetto Michele Di Bari, capo del dipartimento per i diritti civili e l’immigrazione del ministero. A lui erano affidate fino a ieri le politiche di accoglienza e di tutela degli stranieri in Italia, cioè la lotta agli abusi nei confronti delle persone clandestine e il contrasto al caporalato, ovvero all’utilizzo di braccianti senza tutele e con paghe da fame.

Ho scritto che Di Bari era a capo del dipartimento del Viminale fino a ieri. Già, perché il prefetto ventiquattr’ore fa ha rassegnato le dimissioni. Giusto il tempo di apprendere che la moglie era indagata dalla Procura di Foggia e con obbligo di dimora in un’indagine per sfruttamento di lavoratori immigrati. Secondo l’accusa, la signora, socia di un’azienda agricola che sfruttava i migranti, era consapevole delle condizioni dei lavoratori e «trattava direttamente con uno dei caporali». Tanto per capire il bell’ambientino, gli stranieri venivano reclutati senza contratto, per poi essere impiegati nei campi. Erano pronti a versare una tangente di 5 euro al giorno al loro reclutatore, spaccandosi la schiena a raccogliere frutta e verdura per poche decine di euro.

Ora, ognuno ha diritto a essere ritenuto innocente fino a prova contraria e questo vale anche per la moglie del prefetto Di Bari. Di certo, l’alto funzionario che si occupa dei diritti civili e dell’immigrazione non può avere una consorte che fa affari impiegando lavoratori stranieri non contrattualizzati. Anche se non fosse stata a conoscenza dello sfruttamento, anche se non avesse saputo nulla dei caporali e avesse ritenuto che tutto fosse in regola, gestire un’azienda agricola che impiega manodopera precaria non è un bel biglietto da visita, soprattutto se il proprio marito si occupa di combattere lo sfruttamento dell’immigrazione. Chiamasi conflitto d’interessi. E il problema non riguarda soltanto la signora e neppure il solo capo del dipartimento a cui erano affidati i diritti civili dei migranti, ma chi dovrebbe vigilare e garantire la massima trasparenza. Non si affida un incarico così delicato a chi può avere un tallone d’Achille e impiega una manovalanza stagionale. Che nelle campagne si ingaggi personale senza badare troppo al rispetto dei diritti dei lavoratori non lo si scopre oggi: dalla Calabria alla Puglia si sprecano le storie di caporalato. Dunque, occorre trarne le conseguenze. Soprattutto se la vicenda che lambisce il Viminale arriva dopo altre che ne hanno intaccato il prestigio e l’autorevolezza. Come si fa a dimenticare la pessima gestione dell’ordine pubblico di questi mesi, con il culmine dell’assalto alla sede della Cgil? Per quanto si sia fatto di tutto per attribuire le responsabilità esclusivamente ai teppisti, si è capito che qualcuno ha scelto di lasciare mano libera agli assalitori, scortandoli fino alla meta. E qualche cosa di non molto diverso era capitato anche settimane prima, quando migliaia di sballati hanno devastato l’oasi di Mezzano. Alle segnalazioni delle forze dell’ordine che chiedevano istruzioni, pronte a fermare la colonna di mezzi che trasportava casse acustiche, viveri e droga, si è risposto preferendo non intervenire, ossia garantendo l’impunità a chi si apprestava a violare la proprietà privata e le norme anti Covid.

Si tratta di una serie di sfortunati eventi di cui Luciana Lamorgese non ha colpa alcuna? È probabile, ma in politica è il ministro ad assumersi le responsabilità. Non solo i successi dei funzionari ricadono su chi comanda: anche gli errori. E prima o poi se ne deve rispondere.

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