Green pass, Roma: chiusi un hotel su tre. Posto a rischio per migliaia di persone

«Questa estate si intravedeva la luce in fondo al tunnel, ora l’hanno spenta. Quando si paventa che il virus è in agguato e si lanciano messaggi di pessimismo prospettando chiusure e nuove restrizioni, le persone si spaventano con conseguenze disastrose sul turismo. Il green pass rafforzato di sicuro non aiuta». Giuseppe Roscioli, presidente di Federalberghi Roma, sciorina i numeri del dramma del settore alberghiero nella capitale.

Che cosa dicono le cifre?

«La situazione è sempre più preoccupante. Su 1.250 strutture presenti a Roma, 380 sono ancora chiuse da marzo 2020: ormai sono due anni. Di queste, circa il 50% potrebbe non riaprire o essere destinato alla vendita. Alcuni albergatori pensano di riavviare l’attività tra marzo e aprile del prossimo anno, ma altri sono propensi ad abbandonare tutto».

Quanto sta incidendo il super green pass sulle prenotazioni natalizie?

«Questa operazione mica l’ho capita. Sia chiaro, per gli albergatori controllare il certificato non è un problema, ma è un ulteriore filtro. Per un anno e mezzo non è stato necessario nessun lasciapassare per accedere negli hotel, eppure c’erano 1.000 morti al giorno e 50.000 contagi. Con tutto questo, non si è registrato nessun focolaio negli alberghi».

E oggi?

«Adesso che la situazione è molto migliorata, ecco l’obbligo del certificato. È evidente che la decisione è stata dettata non dalla situazione sanitaria, ma dalla volontà di aumentare il numero dei vaccinati e spingere verso la terza dose. Però questa cosa andrebbe spiegata ai turisti che non capiscono ciò che sta succedendo».

In che senso?

«Fino a una settimana fa potevano accedere negli alberghi senza limitazioni, ora tutto è cambiato a fronte di un calo dei contagi».

Ma il green pass era già richiesto a chi viaggia in aereo e in treno o sui pullman a lunga percorrenza. Che cosa cambia?

«Cambia per chi viaggia in auto e proviene dai Paesi limitrofi come Austria, Germania, Francia e Spagna. Così si favoriscono le case vacanza e i bed & breakfast dei privati che non richiedono il green pass. Si accentua la concorrenza sleale di queste strutture, molte delle quali operano in modo fiscalmente irregolare».

Quante disdette sono arrivate finora?

«Difficile dare un numero o una percentuale. Di sicuro le prenotazioni si sono bloccate. Sono aumentate le richieste last minute. E per last minute intendo anche il giorno prima. Per gli alberghi è davvero un problema. Non si possono fare programmi, impossibile pianificare una stagione, si naviga a vista».

In varie zone d’Italia molti piccoli albergatori hanno deciso di cedere l’attività. Succede anche a Roma?

«So che gruppi stranieri stanno approfittando di prezzi di acquisto vantaggiosi. I ribassi superano il 30% rispetto al mercato del 2019».

Se ci sono compravendite significa che comunque qualcuno scommette sulla ripresa del turismo anche a breve.

«Sono grandi catene internazionali e fondi stranieri che possono investire con una logica di medio-lungo termine. E mentre imperversa la crisi, fanno i lavori di ristrutturazione. Il turismo riprenderà, ne siamo tutti convinti, ma bisogna vedere quando. Chi si era affacciato nel settore alberghiero tra il 2010 e il 2020, il periodo d’oro del mercato in cui era più facile aprire una struttura ricettiva, ora si trova spiazzato da questo crollo e se non ha le spalle forti rischia di fallire. Non bisogna poi dimenticare che a fine anno termina la cassa integrazione».

In prospettiva quindi ci sono chiusure?

«In prospettiva ci sono i licenziamenti oltre alla definitiva chiusura delle strutture in crisi. Senza un prolungamento della cassa integrazione, gli alberghi ora chiusi saranno costretti a licenziare. Un migliaio di posti sono a rischio».

di Laura Della Pasqua – La Verità

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