I tagli alla sanità, di chi si ‘preoccupa’ della nostra salute, penalizzano l’igiene negli ospedali

I continui tagli alla sanità (imposti anche da Speranza) penalizzano per primo l’igiene dei luoghi di cura. Così i batteri proliferano, i pazienti s’ammalano e i costi lievitano. Una spirale perversa che uccide ogni anno 10.000 persone.

Il ministro Roberto Speranza in un insolito impeto comunicativo un anno fa aveva dichiarato definitivamente chiusa la stagione dei tagli alla sanità. Ma nelle corsie degli ospedali la situazione appare differente, con Oss e operatori che si trasformano in farmacisti quando dosano saponi e sanificanti al millilitro. Le sforbiciate infatti colpiscono al primo posto il settore delle pulizie che già da tempo, per il sistema degli appalti, era gestito al ribasso. E altri tagli sono stati annunciati negli ultimi giorni.

Ora che sono diventate pubbliche le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, però, è possibile anche comprendere in modo concreto il prodotto di quello che solitamente viene propagandato come un risparmio. Tra il 5 e il 15% dei pazienti ospedalizzati, stando allo studio dell’Oms, rischia di sviluppare almeno un’infezione generata dalla degenza ospedaliera. E il Covid non è la prima delle voci. Per l’Europa uno studio del 2019 eseguito dall’European centre for disease prevention and control ha stimato che 4,1 milioni di pazienti contraggono un’infezione ospedaliera. Si tratta quindi di circa il 5,7% dei pazienti curati in ospedale, ovvero uno su 20. I decessi attribuiti a patologie contratte in ospedale sono circa 37.000 e 110.000per le quali l’infezione rappresenta una concausa.

In Italia, invece, i numeri sono questi: ogni anno sono tra le 450.000 e le 700.000 le infezioni correlate all’assistenza, ovvero tra il 5 e l’8% dei pazienti. Un paziente su 15 contrae un’infezione durante un ricovero ospedaliero; uno su cento, invece, la contrae durante l’assistenza domiciliare. I decessi causati da infezioni contratte in ospedale si stimano in circa 10.000 all’anno. Circa l’80% di tutte le infezioni ospedaliere riguarda quattro sedi principali: il tratto urinario, le ferite chirurgiche, l’apparato respiratorio, le infezioni sistemiche (sepsi, batteriemie).

Coinvolti anche i neonati

Le più frequenti sono le infezioni urinarie, che da sole rappresentano il 35-40% di tue le infezioni ospedaliere. Tuttavia, negli ultimi quindici anni si sta assistendo a un calo di questo tipo di infezioni (insieme a quelle della ferita chirurgica) e a un aumento delle batteriemie e delle polmoniti. Si diffondono per via aerea (nel caso delle polmoniti), per contatto con il sangue o con gli organi interni (per l’installazione di un catetere o a seguito di una endoscopia), ma anche nel contesto di un intervento chirurgico (per l’inserimento di una protesi). «I veicoli dell’infezione», come elencati da Anna Lisa Del Monte nella sua ricerca per la Scuola di specializzazione in igiene e medicina preventiva dell’Università di Pisa (consultabile online), «possono essere molteplici: le mani, lo strumentario, le infusioni di sostanze e farmaci, l’ambiente, gli effetti letterecci, gli umidificatori, i nebulizzatori, gli impianti di ventilazione, il cibo, gli arredi, i mobili e i pavimenti».

Neanche i neonati vengono risparmiati. Stando alle valutazioni della Società italiana di neonatologia, le infezioni ospedaliere colpiscono circa il 15-20% dei neonati molto pretermine (ovvero quelli nati in anticipo). «Un neonato che pesa meno di 1.500 grammi alla nascita», spiegano, «ha una probabilità tre volte maggiore di contrarre una infezione ospedaliera di un neonato più grande e la mortalità nei neonati affetti da questa condizione è circa tre o quattro volte quella dei non infetti, a parità di condizioni cliniche di base». «Le infezioni», secondo Carlo Giaquinto, professore di Pediatria all’Università di Padova, «rappresentano una delle principali cause di mortalità e morbilità nei neonati, una problematica molto sentita anche nella nostra realtà. Le procedure di sorveglianza microbiologica evidenziano una circolazione non trascurabile di germi multiresistenti nei reparti neonatali ad alta intensità di cure».

«Aualmente», secondo Julia Bielicki, dell’Università Saint George’s di Londra, «la gestione delle infezioni batteriche negli ospedali è frammentata, altamente variabile, scarsamente integrata e non supportata da dati di alta qualità».

Risparmi che sono spese

Il punto è che i tagli sulle pulizie generano altra spesa: «Le infezioni ospedaliere rappresentano un motivo di prolungamento della degenza, una ulteriore voce di costo della spesa di ricovero, un motivo di inutile sofferenza per i pazienti e quindi un problema per la sanità pubblica», hanno spiegato Fabio Donelli e Mario Gabbrielli nel loro Responsabilità medica nelle infezioni ospedaliere (Maggioli editore). Ogni caso, infatti, in Italia determina un prolungamento medio della degenza di 15 giorni, con un aumento della spesa sanitaria variabile tra 5.000 e 50.000 euro. Una ricerca sugli ospedali lombardi a cura della Fondazione per la sussidiarietà e dell’Università di Bergamo ha dimostrato che esiste una relazione inversa tra spese per servizi d’igiene e tassi d’infezione ospedalieri. All’aumentare dell’1 per cento dell’indice di spesa, il tasso di infezioni diminuisce di una percentuale che va da ‐0,12657 a ‐0,19853. E secondo lo stesso studio, è stato valutato che se un’azienda ospedaliera spendesse circa 58.000 euro in meno all’anno per servizi di pulizia, avrebbe un costo aggiuntivo di oltre 100.000 euro annuali dovuto all’incremento di infezioni. La Fondazione per la sussidiarietà ha poi esteso la ricerca al territorio nazionale, con la parte epidemiologica curata da docenti della facoltà di Medicina dell’Università Cattolica di Roma. Sono stati esaminati 274 ospedali tra il 2015 al 2018 (ultimi dati disponibili). E i primi dati analizzati confermano la bassa attenzione per le infezioni ospedaliere. Con le spese per igiene e pulizia in costante contrazione: nel 2018, per esempio, rispetto al 2015 vi è una diminuzione del 36% per le pulizie e del 66% per l’igiene nel complesso.

Cause milionarie

La Filcams-Cgil in Lombardia un anno fa ha messo in fila i tagli dall’inizio della pandemia legati agli appalti vinti da aziende che hanno offerto condizioni più vantaggiose per le pulizie. All’Ats Milano Metropolitana ci sarebbe stato un taglio del 20% delle ore con il subentro di Dussmann. All’ospedale di Bollate l’affidamento a Markas si sarebbe tradotto in un -10%. La stessa impresa ha vinto la gara anche per la Rsa Sandro Pertini di Garbagnate (-8%) e per l’ospedale Gaetano Pini di Milano (-30%). All’Asst Santi Paolo e Carlo il passaggio alla Dussmann si è tradotto in un taglio del 15% delle ore.

Ad aggravare i costi, poi, ci pensano i casi finiti in Tribunale. Le richieste di risarcimento per le infezioni ospedaliere ammontano al 6,7% del totale. Recenti sentenze hanno anche stabilito che non è onere del paziente provare che l’ospedale abbia eseguito in modo difettoso la disinfezione degli ambienti, ma toccherà alla struttura dimostrare di avere diligentemente applicato protocolli e linee guida. E se i costi per i contenziosi sembrano sostenibili in condizione di routine, arrivano ad essere da record in caso di epidemie. In Ontario un’epidemia da Clostridium difficile in cui morirono 91 pazienti costò all’ospedale, esclusivamente per i rimborsi, circa 50 milioni di dollari. Lo stesso accadde in Quebec in un ospedale vicino a Montreal, dove il risarcimento per un’epidemia di Clostridium difficile ammontò a circa 10 milioni di dollari.

di Fabio Amendolara – La Verità

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