Trieste, il capo dei “camalli” non si vende: «Sono vaccinato ma rispetto l’opinione altrui»

Stefano Puzzer, portavoce degli operatori triestini, attacca: «Tamponi gratis? Ci vogliono divisi»

Stefano Puzzer, detto «Ciccio», è già diventato una specie di capo popolo per i portuali italiani. Il portavoce del Clpt, il Coordinamento dei lavoratori portuali di Trieste, ha scritto un comunicato di fuoco lo scorso 12 ottobre confermando per domani il blocco delle operazioni all’interno del porto di Trieste, nonostante il Viminale avesse chiesto alle imprese portuali di mettere a disposizione tamponi gratuiti, derogando alla normativa nazionale per scongiurare il blocco dei porti.

«L’apertura del governo? Hanno cercato solo di screditarci, cercando di far vedere che ci vendevamo solo per i nostri interessi, volevano portarci allo sfascio totale», ha attaccato il portavoce. E ancora: «Questo decreto lo ha fatto qualcuno che non è mai entrato in un porto. Cosa vuol dire fare un controllo a campione? Nei porti è impossibile: a Trieste entrano 500 camionisti e 100 marittimi al giorno. Abbiamo lavoratori che per due anni hanno lavorato in aree non sanificate e devono spendersi 300 euro al mese per andare a farsi un tampone. E poi il camionista e il marittimo nessuno lo controlla perché si blocca l’economia».

Ma chi è Puzzer e quali sono state le sue battaglie prima di finire alla ribalta delle cronache? Triestino, sposato da cinque anni, padre di un bimbo di 6, su Facebook si definisce un «sognatore rivoluzionario». Ha detto in tv di essersi vaccinato e di credere nel vaccino ma di avere «rispetto per la libertà di scelta dei colleghi che non l’hanno fatto, perché non si sentono sicuri o perché male informati, quindi non chiamateli no vax». Tra le battaglie condotte con il Clpt nei suoi anni di militanza c’è stata l’approvazione del Piano degli organici del porto e il confronto con il governo per la stabilizzazione dei precari. Qualche anno fa ha denunciato la manomissione di un suo test antidroga sulle urine. Vicenda giudiziaria che nel maggio scorso ha visto la condanna in primo grado per favoreggiamento pronunciata dal tribunale di Trieste nei confronti di un manager di Trieste marine terminal, la società che gestisce il terminal container. Il Coordinamento aveva denunciato diversi ai persecutori da parte di ignoti, in particolare nei confronti di Puzzer.

Prima che scoppiasse la pandemia e il caos del green pass, Puzzer ha ispirato e partecipato a tre convegni sulla tutela del ruolo di Trieste come porto franco. L’allegato VIII del Trattato di Parigi fra l’Italia e le potenze alleate, del 1947, ribadito nel Memorandum di Londra del 1954, che segnò il passaggio di Trieste all’Italia permette infatti al porto di operare come porto franco internazionalmente riconosciuto, unico in Europa. Quindi sottoposto a regole fissate da trattati internazionali, non dalla legge italiana. Con la creazione del Mec e poi l’Ue, lo status di Trieste è entrato in un limbo, ancora più confuso dal regolamento doganale europeo del 2013, che riconosceva Trieste come zona franca europea, non internazionale. Una prima risoluzione si ebbe dal decreto nel 2017 che garantisce il regime di differimento Iva (60 giorni) sulle importazioni. Lo scorso 14 settembre, una risoluzione del Senato volta all’attuazione piena e completa del regime di Porto franco internazionale di Trieste è stata approvata a seguito della presentazione della stessa a opera del senatore Tommaso Nannicini. Ora sarà possibile avviare, in via ufficiale, l’interlocuzione con le istituzioni europee per chiarire come applicare in via integrale e definitiva lo status speciale del porto di Trieste. Impossibile non pensare che questo abbia una rilevanza nel capire la lotta dei portuali triestini.

di Camilla Conti – La Verità

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