Procuratore di sinistra smaschera la sinistra: «Le vittime sono i migranti, non Lucano»

La condanna in primo grado a 13 anni di carcere per Mimmo Lucano, per gli anni del «modello» Riace ha provocato le proteste, soprattutto a sinistra, di chi vede nell’ex sindaco del comune calabrese un martire e un perseguitato che voleva fare solo del bene.

A questa rappresentazione si oppone fermamente Luigi D’Alessio, procuratore di Locri. «Sono vittima di un’aggressione mediatica. Amareggiato ma sereno con la coscienza. Non ho agito con intento persecutorio», spiega in una intervista alla Stampa. L’esperto magistrato guida sette giovani pm: «Sono il vostro ombrello, la pioggia me la prendo tutta io. Processi così ne capitano un paio in tutta la carriera. Non vi lasciate impressionare, vi servirà per il futuro», gli ha detto dopo il terremoto che si è scatenato.

D’Alessio, che tra pochi mesi andrà in pensione, parla di polemiche inspiegabili «per un processo basato su carte e fatture false difficilmente controvertibili, non su testimoni più o meno credibili».

Ma è stato un processo all’accoglienza dei migranti? No, ma alla «modalità di gestione in violazione della legge. Non avremmo dovuto farlo? E perché? Lucano è al di sopra della legge? O chiunque può commettere qualsiasi reato purché a fin di bene?». Lucano l’accoglienza l’aveva «riservata a pochi eletti che avevano occupato le case».

Nessun avvicendamento dei migranti, «lui manteneva sempre gli stessi, sottomessi. Gli altri li mandava nell’inferno delle baraccopoli di Rosarno», commenta il magistrato che descrive le distorsioni del «modello» Riace. Incassava i fondi per i corsi di lingua ma i migranti non parlavano italiano, dichiara il procuratore.

«Gli alloggi destinati ai migranti venivano abitati dai cantanti invitati per i festival» dice ancora il magistrato con riferimento alle carte del processo. Pesa sulla sentenza la dura condanna per associazione a delinquere, contestata a Lucano e ad altre dieci persone. «Nessuno ne parla, ma si trattava di una corte celeste di accoliti che campava così e di cui lo stesso Lucano era per certi versi anche vittima» attacca il procuratore di Locri che nell’intervista parla di «una cassaforte nascosta e svuotata» nella sede di una cooperativa, «abbondanti somme distratte. Soprattutto ai migranti, che erano vittime dei reati di Lucano e non certo beneficiari. Questo è il grande equivoco da cui la sinistra non riesce a liberarsi».

«Mi rendo conto che 13 anni sono parecchi e mi auguro che in appello sia ridotta» ammette D’Alessio, anche perché la Procura ne aveva chiesti quasi otto.

Per descrivere Mimmo Lucano il procuratore usa un paragone da film western di Sergio Leone. L’ex sindaco di Riace gli ricorda «il bandito di Giù la testa proclamato capo dei rivoluzionari suo malgrado. Idealista, improvvisamente issato su un piedistallo, ubriacato da un ruolo più grande di lui, inconsapevole della gravità dei suoi comportamenti, forse guidato da altre persone. Ha pensato di abbinare un’idea nobile a una sorta di promozione personale e sociale. Non è Messina Denaro, ma ha inteso male il suo ruolo di sindaco, proclamando “io me ne infischio delle leggi” e ostentando una scarsa sensibilità istituzionale tradotta in una serie impressionante di reati. Riace è un Comune dissestato».

Il procuratore si dice si sinistra, anche per questo certi attacchi fanno più male. «Da magistrato democratico, mi sono reso conto di lottare contro un potente, anzi potentissimo suo malgrado». «Sì, Lucano è una delle persone più potenti che abbia conosciuto».

Il Tempo

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