Lavoro da casa, ecco il nuovo contratto per PA. Il tempo dei lavoratori sarà diviso in tre fasce

di Claudia Voltattorni

ROMA — Che lo smart working nella Pubblica amministrazione continui anche dopo la fine della pandemia è ormai fuori dubbio.

Il punto è come regolare il lavoro da remoto per 3,2 milioni di dipendenti pubblici facendo sì che il servizio sia improntato a quei criteri di «regolarità, continuità ed efficienza» evocati dal ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta lo scorso aprile quando fu cancellato l’obbligo del 50% di lavoro in smart working per i dipendenti pubblici previsto durante l’emergenza dalla precedente titolare di Palazzo Vidoni, Fabiana Dadone, lasciando invece libertà alle singole amministrazioni di decidere come organizzare il lavoro in base alle proprie esigenze.

Ma la fine dello stato di emergenza si avvicina e dopo il 31 dicembre 2021 ogni ufficio dovrà dotarsi di un piano organizzativo anche per il lavoro agile (il cosiddetto Pola) che prevede un massimo del 15% di attività svolgibili da remoto. Oggi le percentuali restano ancora molto alte, tra agenzie e enti locali, i dipendenti pubblici in smart working, anche se solo parziale, toccano il 50%. Il tempo stringe dunque.

Sabato 18 settembre il ministro Brunetta ha annunciato che «tra un mese per la prima volta ci sarà un vero contratto per il lavoro agile: ci vorrà un pacchetto organizzativo parallelo al lavoro in presenza sul lavoro da remoto». Lo scorso 15 settembre l’Aran ha presentato ai sindacati la prima bozza di contratto per il lavoro agile nelle Funzioni centrali (cioè ministeri, agenzie fiscali, enti pubblici non economici) che sarà la base per lo smart working in tutta la Pa. Ma il lavoro agile, si legge nella bozza, dovrà essere solo «per processi e attività di lavoro previamente individuati dalle amministrazioni, per i quali sussistano i necessari requisiti organizzativi e tecnologici per operare con tale modalità».

L’obiettivo è quello di «conseguire il miglioramento dei servizi pubblici e l’innovazione organizzativa garantendo l’equilibrio tra vita professionale e vita lavorativa».

L’accordo sarà individuale e andranno concordati la durata, le giornate di lavoro in smart working, il luogo dove lavorare, che non potrà essere al di fuori dei confini nazionali.

Il tempo di lavoro sarà diviso in tre fasce: operatività, contattabilità e inoperabilità, durante quest’ultima il lavoratore avrà diritto alla disconnessione completa.

L’accesso allo smart working sarà facilitato per chi si trova in determinate condizioni, come i genitori con figli minori di 3 anni o disabili, o lavoratori con disabilità. Saranno esclusi invece i lavori in turno e quelli che richiedono l’utilizzo di strumentazioni non remotizzabili.

Nell’accordo verranno indicate anche le modalità di controllo e potere direttivo del datore di lavoro. Mercoledì e giovedì prossimi ci saranno i nuovi incontri Aran-sindacati che, oltre al trattamento economico dei dipendenti delle Funzioni centrali e il giorno dopo, il 23, torneranno a parlare di lavoro agile.

I nodi da sciogliere restano molti, a partire da quell’accordo individuale tra datore di lavoro e lavoratore che preoccupa i sindacati. E poi c’è il green pass. In molti temono che la mancanza della certificazione verde possa diventare una corsia preferenziale per accedere al lavoro agile. «Il contratto sarà individuale tra l’amministrazione e il lavoratore, ma – puntualizza Brunetta – ci deve essere la soddisfazione dei cittadini: a queste condizioni le amministrazioni possono fare tutto lo smart working che vogliono».

Il Corriere della Sera

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