Da Domani discriminazioni in altri luoghi: “carta verde” e “sorci verdi”?

Domani, primo settembre si allarga ancora l’ambito di applicazioni del green pass. Se dal 6 di agosto scorso l’obbligo di carta verde riguardava solo una prima e tutto sommato limitata sfera di attività (sedersi non all’aperto in bar e ristoranti, entrare nei musei, assistere a spettacoli, svolgere attività sportive al chiuso in piscine e palestre), da domani il cerchio si amplia in modo assai significativo, ricomprendendo altre due macro aree: scuola e trasporti.

Per un verso, dunque, servirà il green pass stampato o sul cellulare a scuola (solo per docenti e personale) e all’università (in questo caso anche per gli studenti); per altro verso, sarà necessario possederlo ed esibirlo a richiesta anche sui trasporti a lunga percorrenza (treni, aerei, navi, pullman). In linea di principio, è richiesta una delle tre seguenti condizioni: avere ricevuto almeno una dose di vaccino (da 15 giorni), oppure essere in possesso di un tampone negativo, oppure esser guariti dal Covid.

Ma le complicazioni sono dietro l’angolo. Per ciò che riguarda gli aerei, basta la prima dose (da 15 giorni) se si vola entro i confini italiani, mentre per spostarsi all’interno dell’Ue una sola dose non basta (e il relativo green pass era già necessario). Per ciò che riguarda i treni, l’obbligo riguarda l’alta velocità e gli intercity (inclusi quelli notturni), non i treni locali e regionali. Per navi e traghetti, l’obbligo conosce due sole eccezioni: gli aliscafi per le isole minori e le imbarcazioni usate nello Stretto di Messina. Per bus e pullman, il green pass è richiesto in caso di collegamento tra Regioni diverse. Su bus, metro e tram cittadini, invece, niente green pass: è sufficiente la mascherina, per quanto, di tua evidenza, con la capienza all’80%, sarà proprio quella la situazione maggiormente a rischio. E sta esattamente qui l’assurdità di tua questa impalcatura burocratica: regole ferree dove un certo distanziamento è garantito e dove ciascuno ha un posto numerato, e invece mucchio selvaggio e nessuna restrizione sui bus e nelle metro cittadine, che alla riapertura delle scuole torneranno a essere un autentico inferno negli orari di punta.

Peraltro, è ancora aperto il dibattito su cosa debba accadere in un’altra e immensa macro area, e cioè le situazioni lavorative e aziendali. Saggezza vorrebbe che parti datoriali e sindacati facessero passi avanti autonomamente nella forma dei protocolli condivisi (che funzionarono, in un contesto ancora più delicato e difficile, già nella prima fase del Covid, nel 2020, quando si trattava di garantire la possibilità di lavorare in sicurezza nelle attività aperte): così facendo, si ridurrebbe lo spazio di intervento di governo e Parlamento, e soprattutto ci sarebbero buone chances di limitare le polemiche politiche. Polemiche che invece sono destinate a divampare: in parte per ciò che sarà deciso rispetto alle aziende, in parte per ciò che già accade (obbligo di green pass) nelle mense. In questo caso, più ancora delle regole, sarà il meteo, tra qualche settimana, con l’arrivo delle piogge e del clima più freddo, a far divampare le liti. Se oggi mangiare per strada, per un lavoratore, è semplicemente offensivo e umiliante, a quel punto diverrà letteralmente intollerabile. Eppure la politica sembra incredibilmente sottovalutare le tensioni sociali che si stanno innescando: il clima è già caldissimo, e sarà bene che qualcuno se ne renda conto. Questo giornale [La Verità ndr] parla da settimane del rischio di un «settembre nero», e suggerisce costruttivamente soluzioni (a partire da un uso a tappeto, non solo a campione, dei tamponi salivari, sia in ambito aziendale sia in ambito scolastico) per conciliare le esigenze della sicurezza e quelle della libertà, e per evitare che il perimetro degli scontri si allarghi ancora.

A rendere l’atmosfera ancora più incandescente, c’è il tam tam in Rete che preannuncia numerose manifestazioni specificamente dedicate a contestare l’obbligo di green pass ferroviario. Per il primo settembre si ipotizzano eventi e manifestazioni in 54 città. E c’è davvero da augurarsi non solo (ovviamente) che non ci siano episodi violenti, ma che nemmeno si faccia pagare il conto di norme assurde agli incolpevoli viaggiatori (turisti o pendolari che siano), che hanno tutto il diritto di viaggiare senza ulteriori ritardi, disagi o addirittura blocchi ferroviari. Anzi: è fin troppo facile prevedere che eventuali comportamenti del genere (treni bloccati, disordini, problemi per i viaggiatori) rappresenterebbero un clamoroso autogol per i contestatori dell’obbligo di green pass, che rischierebbero di rendere impopolari obiezioni e osservazioni critiche che invece avrebbero bisogno di un consenso largo nell’opinione pubblica. Da questo punto di vista, anche in termini di propaganda politica e mediatica, c’è chi non aspetta altro: un’ulteriore linea di frattura tra cittadini e cittadini, e l’occasione perfetta per presentare qualunque contestatore del green pass più o meno come un estremista o un teppista.

La Verità

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