La scuola è il prossimo campo di battaglia: guerra tra presidi e genitori sul green pass

L’«effetto-Draghi» contagia la scuola. Dopo le parole del premier, in un sabato d’afa di fine luglio, è Mario Rusconi, capo dei presidi romani, a lanciare il monito che scalda gli animi. «Tutti quelli che frequentano le scuole, dai fornitori ai bidelli, dagli insegnanti ai genitori degli studenti devono essere muniti di Green pass: se vuoi entrare o sei vaccinato o fai un tampone. È indispensabile dimostrare che non si è portatori del virus. Non possiamo mettere a rischio i ragazzi o i professori», dice il presidente dell’Associazione Nazionale Presidi di Roma. «La percentuale di no vax nel Lazio è minima, saranno poche centinaia. I docenti no vax? Ripassassero le nozioni scientifiche», mette in guardia Rusconi. Proposta che crea una spaccatura all’interno del mondo scolastico e delle famiglie. In tanti si schierano contro l’obbligatorietà della carta verde a scuola. «È un’idea discutibile, la cui realizzazione porterebbe con sé numerose problematiche sia sulla sua applicazione, rischiando di trasformare la scuola da luogo di inclusione a luogo di discriminazione, sia sul piano organizzativo. Perché ci sarebbero non poche complessità sul controllare ogni giorno tutti i docenti e il personale scolastico – tuona Antonio Affinita, direttore generale del Moige – che la scuola decida di effettuare screening costanti sul personale scolastico per verificarne lo stato di salute può essere opportuno i tamponi salivari rapidi possono essere una risposta. Ma attenzione – avverte Affinita – se proprio si vuole avviare un percorso del genere, allora che il tampone sia a spese dello Stato. Non può essere a carico delle famiglie, già stremate ed impoverite dalla crisi Covid».

E anche il fronte dei genitori è spaccato. «Il Green pass è un’arma di distrazione di massa perché non è stato fatto nulla sulla scuola. Prima di parlare di Green pass e di vaccini (il punto è questo: nessuno fa il tampone ogni 48 ore) bisognerebbe quindi parlare di quali soluzioni sono state trovate per ripartire in presenza – evidenzia Barbara Piccininni, genitore – la scuola – continua – non è un veicolo infettivo, i ragazzi non sono un vettore. Sono le condizioni in cui la scuola si trova come le classi sovraffollate (per decreto potevano diminuire il numero di allievi per classe), o la precarietà degli spazi esterni, ad essere il problema. Non son stati fatti investimenti né sui trasporti né sulla medicina del territorio: il 13 settembre 2021 la scuola riaprirà nel Lazio con la stessa organizzazione dell’anno scorso».

Non è d’accordo sul Green pass neanche Stefania Nocera, docente del Liceo Talete: «Io penso che gli insegnanti debbano essere responsabili e credo che la maggior parte dei lavoratori della scuola si siano vaccinati consapevoli dei rischi che corre la categoria e che lo abbiano fatto pure nel rispetto dell’istituzione scolastica e dei ragazzi. Non sono d’accordo sull’obbligo del Green pass per la scuola semplicemente perché siamo dei lavoratori liberi di scegliere come tutti gli altri. Siamo già fin troppo dotati del senso del dovere». Si accoda Diego Milan, amministrativo romano: «In tanti nella scuola sono vaccinati, ma l’obbligatorietà del Green pass forse non è la panacea per far fronte al dilemma».

di Valentina Conti – Il Tempo

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