Pechino toglie il sonno a Mario Draghi. Pd e M5S sono ormai asserviti alla Cina

Caro direttore, le ombre cinesi incombono sul legame atlantico a doppio filo di Mario Draghi. E, per la prima volta nella lunga storia della politica estera italiana, abbiamo un Premier con una linea politica diversa rispetto ai principali leader dei partiti che appoggiano il suo governo. Chi dovrà fare un passo indietro, considerando che Draghi, mettendosi contro la Cina, stringerebbe ancora di più l’intesa con la Lega di Salvini e con ciò che resta di Forza Italia oppure, ipotesi più difficile, potrebbe spostarsi sul fronte Letta-Grillo-Speranza (D’Alema) apertamente vicini al regime di XI Jinping? Nel corso degli anni, Pechino ha avuto sempre rapporti molto stretti con Roma mentre ora si trova per la prima volta a Palazzo Chigi un Presidente del Consiglio ritenuto da Washington e Bruxelles il loro asso di cuori per bloccare la strada dello sviluppo tecnologico e commerciale che vogliono imporre in Asia, Europa e Africa. La Cina, che ha appena firmato un accordo con 19 Paesi del Sud est asiatico, dal Giappone alle Filippine, si sta esibendo con tutta la sua forza commerciale anche nei Balcani, mentre in Africa è già presente da tempo.

Di tutto questo gli Usa sono molto preoccupati e, dopo l’ubriacatura «trumpiana», vogliono recuperare, proprio in ottica anti-Cina, la forte alleanza con l’Europa utilizzando come testa d’ariete Draghi e il prestigio di cui gode nel Vecchio Continente, ora che la Merkel, il cui cuore batte per Pechino, è in uscita. Con Emmanuel Macron, in grande difficoltà, e la Russia di Putin, che con la Cina fa il doppio gioco, strizzando, da un lato, l’occhio all’Europa e, dall’altro, siglando accordi per i gasdotti con XI Jinping. Comunque sia, l’attenzione del premier cinese è oggi tutta per il prossimo Congresso del Partito Comunista Cinese, cerimonia prevista per l’autunno 2022, ma i giochi interni al partito sono già in corso. In teoria XI Jinping è stato nominato Timoniere a vita, come solo Mao prima di lui. Il Congresso dovrebbe dunque filare liscio come l’olio, ma il grande dragone è un animale mai veramente domo e bisogna sempre essere preparati a tutto magari anche pronti ad accogliere un’apertura da parte di Bergoglio. L’aggressività verbale di molti diplomatici cinesi all’estero è rivolta in realtà al pubblico domestico. Hong Kong e Xinjiang sono in via di normalizzazione, il Covid non è più un rischio politico, la ripresa economica con i milionari di Shangai pazzi per il «made in Italy» rinnova il contratto sociale cinese (disciplina ed autocensura in cambio di ordine pubblico e di un sempre crescente benessere economico). Resta quindi la sfida all’Occidente per la leadership economica e politica mondiale, ma lo scontro non appare imminente e Pechino certamente non lo desidera prima del Congresso del 2022. E l’Occidente? L’Europa? Draghi?

Il principale interesse cinese in Europa è che continui ad essere un ricco mercato di sbocco per le sue esportazioni ed una miniera di approvvigionamento tecnologico self-service a costo praticamente zero. L’importante è evitare il ritorno del protezionismo anticinese, come detto a chiare lettere da Xi Jinping nell’ultima riunione di Davos. Ritornando all’Italia, i diarchi forzati Grillo e Conte, padrini della Via della Seta, sono talmente schiacciati da spingere il cosiddetto «elevato» ad andare a baciare la pantofola all’ambasciatore cinese in Italia proprio mentre Draghi, in Scozia con Biden e i potenti del mondo, discuteva, Inter alia, su una posizione comune Usa-Europa sulla Cina. Ma ancora più «asservito» è il segretario del Pd Enrico Letta, che ha instaurato un rapporto personale di consulenza, per ora non smentito, con ToJoy, una società impegnata su più fronti commerciali che punta a far entrare l’imprenditoria cinese nei mercati esteri e viceversa. Secondo un report dell’intelligence statunitense, ToJoy è una diretta emanazione del governo di Pechino e questo spiegherebbe la freddezza del segretario del Pd nei confronti della durissima linea di Biden verso la Cina. Non è certo quindi un caso se oggi, proprio per questa folgorazione per Pechino, Letta preferirebbe di gran lunga vedere al Quirinale Romano Prodi, considerato il papà dei «dragoni», che in questi mesi sembra stia tessendo una rete sotterranea per il Colle, nonostante le sue continue smentite. Ma Draghi, sulla Cina, vive anche un profondo paradosso, ben sapendo, da economista, che l’Italia non può far a meno del colosso cinese per le nostre aziende. E così il suo governo, proprio in queste ore, rivela mille contraddizioni. Da un lato, a Palazzo Chigi si studiano misure per evitare che i cinesi acquistino quello che resta del nostro acciaio, dall’altro, proprio al Mise è ancora aperto un tavolo per vendere Iveco proprio ai cinesi. Con l’Italia di Arlecchino, servitore di più padroni, la Cina si avvicina e Marx può aspettare.

di Luigi BisignaniIl Tempo

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