Cancellate Amazon Prime, “La più grande e terrificante invenzione di Amazon”

Un servizio che fa male ai lavoratori e alle imprese di quartiere, in grado di riprogrammare il modo in cui i consumatori “pensano a ciò che è possibile avere e quanto velocemente”. Così la rivista statunitense The Atlantic descrive Amazon Prime, in un articolo con cui chiede di cancellare “la più grande e terribile invenzione di Amazon”.

Lanciato nel 2005 negli Stati Uniti, e arrivato in Italia sei anni dopo, Amazon Prime è il servizio che promette ai clienti del colosso di Seattle di ricevere i prodotti ordinati online in brevissimo tempo, in alcuni casi entro la giornata. Nel 2015 la sua popolarità ha spinto Amazon a dare vita a un evento su scala globale che oggi viene seguito da decine di milioni di persone in tutto il mondo, il Prime Day.

Questo enorme successo non ha solo portato ad Amazon una nuova fonte di ricavi, con 25,2 miliardi di dollari ottenuti dalle sole sottoscrizioni nel 2020, una crescita del 31 percento rispetto all’anno precedente. Le ha anche dato uno strumento per coinvolgere maggiormente i propri clienti nel suo ecosistema, attirati con prezzi bassi e servizi appetibili. Con questi, Amazon ottiene dati sui loro acquisti e le loro preferenze, accrescendo il proprio potere di mercato per poter poi ridurre ulteriormente i prezzi. Una dinamica descritta all’interno dell’azienda fondata da Jeff Bezos come quella di un “volano”, che i suoi dirigenti cercano di far girare “sempre più velocemente”. Un circolo virtuoso per Amazon, meno per la concorrenza e le condizioni di lavoro dei dipendenti del gigante dell’e-commerce e delle aziende che competono con esso, secondo l’articolo di The Atlantic.

“Le consegne entro il giorno successivo comportano costi enormi” per i lavoratori della filiera e in termini di risorse spese per far funzionare il meccanismo in tempi così serrati, sostiene l’autrice Ellen Cushing, aggiungendo che Amazon e in particolare Prime, ha “svolto un lavoro superlativo nel rendere invisibili al consumatore tutti quei costi”, rappresentati dai ritmi frenetici, imposti tramite una sorveglianza assidua, e dagli infortuni sul lavoro nei propri magazzini, in cambio di salari bassi.

Le difficili condizioni di lavoro, sempre più contestate da attivisti e sindacati, non hanno però rallentato il reclutamento di nuovi dipendenti. Nel 2020, la pandemia e la crisi economica, hanno spinto una media di 1.400 persone al giorno in tutto il mondo ad andare a lavorare per Amazon, accrescendo di oltre il 50 percento la forza di lavoro globale del gigante della distribuzione, che ha continuato ad aprire centri logistici, spesso in aree povere. Il boom delle vendite di Amazon ha portato a una crescita dei ricavi del 38 percento nell’anno della pandemia, a fronte di un aumento degli utili del 70 percento. Il successo dell’azienda che ha fondato nel 1994, ha portato Jeff Bezos a confermarsi per il quarto anno consecutivo al primo posto nella classifica degli uomini più ricchi del mondo compilata da Forbes, con un patrimonio attualmente stimato di 198,3 miliardi di dollari (152 miliardi di euro).

L’articolo di The Atlantic conclude che possono esserci molti motivi di natura morale per decidere di cancellare Prime. Una scelta che potrebbe beneficiare le piccole imprese di quartiere, ma non farebbe nulla di concreto per influire sul comportamento di Amazon, che insieme ad altre grandi aziende tecnologiche starebbe imponendo cambiamenti su scala globale tanto significativi quanto invisibili alle singole persone, in maniera non dissimile da quanto avviene con il riscaldamento globale. A mettere più pressione su Amazon potrebbero invece essere le crescenti proteste contro l’azienda, che hanno incoraggiato i sindacati a sfidarla apertamente.

Fonte: TPIFoto: Credot: Ina Fassbender/dpa

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